Il codardo, un racconto di L. Rigotto (La Seppia) || Street Stories

Il codardo

di Letizia Rigotto

de La Seppia

Illustrazione di Coito Negato

Da quando ho memoria sono sempre stato un codardo, e non codardo nel senso che avevo paura del buio o cose simili, ma in un modo più profondo e viscerale.
Un giorno, mentre risalivo dal fiume, ripercorrendo il sentiero con l’asciugamano sottobraccio e i piedi sporchi di terra, stavo giusto pensando al mio più grande difetto: saltando da una roccia all’altra, ricordavo gli episodi in cui non avevo avuto la forza di agire, determinato e sicuro che, alla prima occasione, avrei saputo riscattarmi.
Fu allora che sentii un grido provenire dalla strada. Alzai la testa, mi guardai intorno e, dopo un attimo di silenzio, lo sentii di nuovo: un chiaro grido di aiuto.
Cominciai a correre in quella direzione, sperando da una parte che non fosse nulla di grave, dall’altra che fosse arrivata la mia occasione non solo per riscattarmi, ma per diventare un eroe.
Arrivato sul piazzale vidi una coppia: lui la stava sollevando di peso cercando di trascinarla verso la macchina, mentre lei, con le guance rigate di lacrime, cercava di divincolarsi dalla sua stretta.
Appena la donna mi vide lanciò un altro grido. L’uomo si girò e, vedendomi, la lasciò andare, fissando lo sguardo su di me.
«Che cos’hai tu da guardare?» mi chiese poi continuando a fissarmi.
Era il momento, dalle parole che avrei pronunciato si sarebbe deciso se sarei stato in grado di superare la mia codardia oppure se mi sarei lasciato sopraffare per l’ennesima volta, trovando poi delle consolanti giustificazioni che mi avrebbero fatto sentire meno uno schifo con me stesso e che, falsamente, avrei riassunto in un comodo “In fondo in fondo, non erano veramente affari miei”.
Feci un respiro profondo e, anche se a bassa voce, riuscii a dire alla donna: «Va tutto bene signora?»
Questa mi guardava muta, leggermente discostata dall’uomo. Solo in quel momento notai che teneva un cane al guinzaglio, il quale tirava verso di me ringhiando e abbaiando, come se fossi io il vero problema.
«Non parlare a lei, parla a me» mi disse l’uomo. «Non ti hanno insegnato a farti gli affari tuoi?»
«Se sento gridare aiuto, io corro a vedere cosa succede». La voce mi tremava, probabilmente lui l’aveva anche percepito, ma per lo meno stavo in qualche modo cercando di farmi valere.
«Beh, bravo» rispose lui, «ora che lo spettacolo è finito però puoi anche andartene». Poi, verso la donna: «E tu, sali in macchina che andiamo».
I due si guardarono per un momento in silenzio. La donna, prima così sconvolta, aveva improvvisamente smesso di piangere e guardava l’uomo tranquilla. Il cane, invece, continuava a ringhiare.
«Signora» dissi io, sempre più sicuro, «ha bisogno che la accompagni da qualche parte? Ho la macchina proprio qui dietro» e tirai fuori le chiavi per mostrargliele.
A questa domanda la donna si illuminò, lanciò un altro veloce sguardo all’uomo e, guardandomi negli occhi, mi fece segno di sì con la testa.
«Bene, allora!» esclamò l’uomo strappandole il guinzaglio dalle mani per caricare il cane in macchina. «Vai pure con quello stronzo ficcanaso. Sappi però che appena torni a casa, perché prima o poi ci dovrai tornare, finiremo di chiarire la questione».
Detto ciò, salì in macchina, mise in moto e partì. La donna si avvicinò a me, sussurrando ringraziamenti e scuse di ogni genere: che non era quello il modo di comportarsi, che in fondo suo marito era un brav’uomo, solo un po’ irruento, passionale ecco. Pensai che la poveretta doveva averne prese tante per riuscire a giustificare così a spada tratta un uomo violento, ma la compassione per la donna venne rapidamente sostituita dall’autocelebrazione.
Sicuro, rinvigorito e scopertomi narciso, stavo sotto sotto ringraziando quel bruto per avermi dato la possibilità di dimostrare il mio valore.
Mentre camminavamo verso la macchina sorridevo, rassicurando la donna e impartendole grandi lezioni di vita su come fosse importante reagire, avere coraggio e non farsi mettere i piedi in testa, credendo di aver messo tutto ciò a principio della mia vita solo perché ero riuscito a sussurrare qualche frase fra i denti.
Quando arrivammo all’auto, la donna si era totalmente calmata: non c’era traccia di lacrime sul volto, come se non avesse mai pianto e, anzi, mi parve di cogliere addirittura un che di malizioso nei suoi modi di fare.
Mentre infilavo la chiave nel quadrante pensai che fosse veramente la favola perfetta: l’eroe, prima codardo, salva la donzella in pericolo, la porta via sul suo destriero e la sposa, per vivere poi felici e contenti.
Cullato da questi pensieri non mi accorsi proprio del coltello che teneva in mano.

L’ispettore Martini non sapeva più che pesci prendere: da mesi ormai tutte le sue energie erano impegnate nella ricerca dei due assassini che stavano terrorizzando la campagna intorno a Colfosco. Non dormiva più, aveva perso peso e ricominciato a fumare, eppure quel caso, per quanto fosse semplice, sembrava irrisolvibile.
I ricercati, che dopo poco erano stati non molto originalmente soprannominati Bonnie e Clyde, agivano sempre nello stesso modo: adescavano la vittima e la ammazzavano sgozzandola, con un semplice e preciso taglio. Nelle vittime, ormai arrivate a dieci negli ultimi quattro mesi, non c’erano mai segni di lotta, il che significava che venivano uccise senza nemmeno rendersene conto, o quasi.
Il problema, però, non era capire chi fossero gli assassini: quelli erano stati identificati subito, fin dalla prima scena del crimine, poiché di certo non si preoccupavano di non lasciare tracce. Tra impronte, capelli e altre prove erano bastati dieci minuti per avere nome e cognome della coppia e far passare fotografie a radio e televisioni.
Il vero problema, il problema che lo stava portando a perdere anche i pochi capelli che gli rimanevano, era che Bonnie e Clyde, dopo aver commesso il fatto, riuscivano non si sa come a sparire senza lasciare un minimo indizio. Semplicemente sembravano svanire nel nulla, come se non fossero mai esistiti, per poi ricomparire qualche settimana dopo con un nuovo delitto.
L’ispettore Martini, con la sigaretta in bocca e gli occhi segnati da profonde occhiaie, si chinò per identificare l’ennesima vittima e procedere con l’ennesima raccolta delle prove. Nelle strade intorno, degli agenti sconsolati cercavano impronte, segni di ruota o qualsiasi altra cosa che indicasse anche una minima direzione degli assassini, senza successo.
«Nulla di nuovo signore» disse uno avvicinandosi.
«Al solito» rispose l’ispettore tornando alla macchina.
Quella notte, girandosi e rigirandosi nel letto cercando una miracolosa chiave di volta per risolvere il caso, l’ispettore Martini ricordò che, sopra il taglio profondo, la vittima aveva un pacifico e serafico sorriso.

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