Ikigai, un racconto di G. Levantini || Street Stories ||Three Faces

Ikigai, un racconto di G. Levantini || Street Stories


Ikigai

di Gabriele Levantini

Illustrazione di Zolfo

René si svegliò nel mezzo della notte con un brivido, accorgendosi con grande disappunto di essersi addormentato con la finestra semiaperta. Si alzò faticosamente dalla sedia, guardò con tristezza il braciere ormai spento e andò a chiuderla, tutto infreddolito. Gli inverni parigini sono assai rigidi, ma René veniva dal nord ed era abituato a ben di peggio. Come molte altre anime bohémiennes aveva inseguito il sogno di una vita d’arte, poesia e amore nella Ville Lumière, ma era finito in un minuscolo sottotetto a combattere contro i topi e la fame.
Dal davanzale della piccola finestra lo fissava un gatto dal pelo rosso.
«Bestiaccia pigra, sei venuta a rubare il poco cibo che ho, invece di cacciare i topi che scorrazzano sui tetti!» disse cacciandolo via.
Chiuse la finestra e raggiunse il letto, addormentandosi tutto avvolto nelle sue ruvide coperte.

Era una mattina fredda e limpida e René, sveglio di buon’ora, si preparava ad andare a dipingere en plein air. Quando il sole baciava Parigi in quel modo, la città si illuminava talmente di gioia che era un peccato non approfittarne. Raccolse i colori, il cavalletto pieghevole e si coprì come poteva, ma d’un tratto sentì lo stomaco brontolare. Cercò qualcosa da mangiare, ma trovò solo un pezzo di baguette rinsecchita e un fondo di zuppa di cipolle del giorno prima. Si ricordò con amore del gusto pungente dell’andouille che la settimana precedente era stata la paga per aver dipinto la Boucherie Moderne.
Attenuò i morsi della fame con il misero pasto. Dopodiché fece per uscire e incamminarsi verso il Quartier Latin ma, improvvisamente, sentì graffiare sulla finestra. Dai vetri s’intravedeva una sterminata giungla di comignoli fumanti sui tetti scuri e, in mezzo alla scena, lui: il gattaccio rosso della notte prima.
Aprì la finestra per cacciarlo via: «Sciò! Sciò!»
Il gatto cominciò a soffiare e miagolare, ma non si mosse. Adesso che lo guardava con attenzione s’accorse che era grande e in salute, con un pelo folto e curato, un musetto simpatico e vispi occhietti verdi. Non sembrava randagio, forse proveniva da qualche appartamento signorile. Aveva la coda arrotolata intorno al corpo e lo fissava. René pensò che la scena fosse molto bella, proprio grazie alla luce del mattino.
«E va bene, gatto. Visto che sei così invadente, almeno renditi utile: resta fermo e fammi da modello!» disse, spacchettando tutto il materiale che aveva faticosamente raccolto.
Cominciò a buttare giù le prime pennellate: colpi rapidi e precisi che generavano macchie e linee apparentemente casuali, ma dalle quali, quasi magicamente, emergevano immagini nitide.
«Sei fortunato, la tua sì che è una bella vita: mangi, dormi, vai in giro tutto il giorno e niente ti preoccupa».
René cominciava a provare una certa simpatia per il suo modello.
«Segui solo il tuo istinto, e non hai padroni!» aggiunse.
Dal quadro cominciava ad emergere con forza la figura del felino, perfettamente definita da linee imperfette.
«La mia vita invece è un disastro, sai? Ho voluto essere gatto anche io, vivere secondo il mio istinto e i miei desideri. Credevo che a Parigi ci fosse un posto per me, ma mi sbagliavo. E se il mio posto non esiste nemmeno a Parigi, probabilmente allora non esiste affatto…» René aveva lo sguardo triste mentre parlava.
«Non te la prendere, René! Secondo me tu sei un bel gatto!»
Il pittore trasecolò. Era lui che stava impazzendo oppure i digiuni sempre più frequenti gli stavano guastando il cervello? Si fermò stranito, guardò l’animale e gli si fece vicino.
«Buongiorno, il mio nome è Ikigai*, ma tu puoi chiamarmi Félicien. Molto piacere, Maestro!»
René rimase a bocca aperta, incapace di dire o fare qualsiasi cosa. Il pennello gli cadde di mano.
«Perché parli? Com’è possibile? Chi sei? Cosa vuoi?» balbettò incredulo.
«Sono un gatto, non lo vedi?» ridacchiò Félicien. «Cosa voglio? Beh, voglio mangiare, dormire e andarmene a spasso… cosa pensi che vogliano i gatti?» rispose con una tale naturalezza e spontaneità che all’improvviso la situazione sembrò a René meno strana.
«Perché sei venuto da me?» chiese il pittore.
«Beh, perché fuori è freddo e perché speravo di trovare da mangiare» rispose.
«Non ho niente da mangiare, ma se riesco a finire il quadro forse potrei venderlo per qualche franco o scambiarlo in brasserie con qualcosa. Mamma, come mi andrebbe dell’aligot e un po’ di vino!» gli occhi di René brillarono al pensiero del formaggio fumante.
«Ottimo! Allora sbrigati, che ho fame» disse il gatto rimettendosi in posa.
René tornò alla sedia e riprese a dipingere, stordito da ciò che stava accadendo. Per qualche minuto rimase in silenzio, pensando alla follia di quella circostanza.
«Sai, René, hai ragione. Noi gatti siamo felici: viviamo delle esistenze del tutto soddisfacenti e appaganti».
René alzò lo sguardo dalla tela qualche secondo per osservare quel bizzarro animale parlante.
«Buon per voi» disse.
«Oh, ma non abbiamo mica niente di speciale! La nostra forza è quella di non piegarci mai a ciò che vogliono gli altri. Non siamo come i cani, che obbediscono ciecamente ai loro padroni, noi stessi siamo i padroni delle nostre vite».
Nel frattempo il quadro stava riuscendo davvero bene.
«Ci ho provato anche io, Félicien, ma ho fallito e adesso faccio la fame…» René era sempre triste quando ammetteva la propria sconfitta.
«Anche noi abbiamo spesso fame, ma ci arrangiamo. La fame non è un ostacolo alla nostra felicità».
René ascoltava interessato.
«Tu, René, hai fatto una scelta. Hai scelto di seguire la tua natura, di essere gatto. E adesso ne paghi il prezzo. Ma, se la tua scelta è stata giusta, non preoccuparti di questo prezzo! Puoi essere felice e affamato, nello stesso modo in cui molta gente è sazia e triste!»
René si rese conto di non essere triste per la sua vita, ma solamente preoccupato per il futuro. Come avrebbe fatto a far fronte a un qualunque imprevisto, ad esempio una malattia? Sarebbe riuscito a pagare l’affitto questo mese? Avrebbe potuto permettersi il treno per andare a trovare la sua anziana madre a Lille?
«Félicien, ma io sono povero!» disse René.
«Povero?! Tu?!», il gatto scoppiò a ridere.
«René, ma tu sei l’uomo più ricco di Parigi! Tu possiedi il cielo azzurro e il sole, la Senna e le sue rive verdi, piene di fiori colorati in primavera. Hai l’isola di Notre Dame, con la sua cattedrale gotica, i suoi gargoyle e il suo Marché aux fleurs et aux oiseaux! Possiedi il Marais con le sue casette colorate, i vicoli ripidi di Montmartre! E hai una bacchetta magica con la quale catturi tutto questo sulla tela! Amico mio, tu hai la più grande ricchezza che ci sia in questo mondo, hai la libertà!»
René restò di stucco nell’udire le parole del gatto e si accorse, come se si fosse risvegliato da un lungo torpore, che aveva ragione. Lui era libero perché viveva la vita che aveva scelto ed era ricco perché aveva la felicità di fare ciò che amava e seguire la sua natura.
«Félicien, hai ragione! Devo smettere di piangermi addosso perché non ho avuto il successo che speravo. Io sono il padrone del mio tempo e della mia vita, e non c’è successo maggiore, non esiste ricchezza più grande! Riuscirò a cavarmela anche se farò la fame, ma è sempre meglio essere affamato e libero che uno schiavo con la pancia piena!» disse ispirato e ottimista. Il sole stava scaldando la mattina, le nuvole grigie si diradavano sopra i tetti.

Il quadro era terminato. Dalla tela emergeva vivida l’immagine di Félicien, sullo sfondo la piccola finestra di René e i tetti grigi di Parigi, e il sole che faceva capolino dietro le nuvole in lontananza. Il pittore lo osservò soddisfatto, e decise di andare a Place du Terte per cercare di venderlo e per dipingere ancora. Aspettò che la vernice asciugasse, coprì il quadro con un panno e fece per uscire.
«Ciao, Félicien!»
«Addio, Maestro!»
Camminava per le strade della città ed era felice. Si sentiva di nuovo fiducioso, come quando partì da Lille un anno prima. Tutto adesso sembrava di nuovo radioso. I fornai in bici per le loro consegne, la consueta, febbrile vita cittadina, le strade alberate: un paesaggio familiare che profumava ancora una volta di scoperta.
La fame non aveva più importanza, gli importava solo di arrivare a Place du Terte per mostrare al mondo il suo quadro e ricominciare a dipingere.

Monsieur de La Marche era un ricco industriale, appartenente a quella minoranza intellettuale che capiva e amava la nuova scuola dell’Impressionismo. Quel giorno era triste, mentre passeggiava per Place du Terte, perché il suo bel gatto rosso era morto da poco. Stava pensando di commissionare un quadro del povero animale, ma non voleva un classico ritratto… pensava piuttosto a qualcosa di gusto più moderno.
Chissà se qualcuno di questi nuovi pittori bohémiens, così particolari e anticonformisti, dipingeva gatti… sarebbe stato disposto a pagarlo bene…



* Nella filosofia giapponese, l’Ikigai è la raison d’être, lo scopo di vita. Si raggiunge l’Ikigai quando ‘ciò in cui sei bravo’, ‘ciò per cui puoi farti pagare’, ‘ciò che ami fare’ e ‘ciò di cui il mondo ha bisogno’ corrispondono; il che è fonte di grande serenità e felicità.

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