Hoka Hey, un racconto di A. Federigi || Street Stories ||Three Faces

Hoka Hey, un racconto di A. Federigi || Street Stories

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Hoka Hey

di Andrea Federigi

Illustrazione di Brucio

Le fiamme del Fuoco Sacro al centro dell’accampamento guizzavano verso il cielo illuminando i volti degli uomini e delle donne. I bambini ascoltavano le storie degli anziani e si lasciavano cullare dalle loro voci rauche. L’aria fresca dell’estate sferzava con delicatezza i corpi disposti a cerchio, gli aromi della salvia e del tabacco della pipa solleticavano piacevolmente le narici dei presenti, i tamburi suonavano per celebrare il coraggio dei guerrieri che avevano danzato e sofferto in onore di Wakantanka, il Grande Spirito.
Cervo Nero era immerso nei suoi pensieri, spossato nel fisico, ma rinvigorito nello spirito: il sacrificio della Danza del Sole era compiuto, garantendo la buona riuscita della caccia al bisonte e quello della guerra imminente.

Le grandi praterie del Nord-Ovest, territorio del popolo Lakota, erano ormai invase da coloni, soldati e cercatori d’oro. I bufali stavano scomparendo per colpa dell’avidità del wasicu, l’uomo bianco, che li cacciava solo per prenderne le pelli e rivenderle, lasciando dietro di sé una scia di sangue e carcasse in putrefazione che poteva essere opera soltanto di uno spirito malvagio, o di un demone.

Era la prima volta che Cervo Neroaffrontava il rituale.
Quando era ancora un bambino, parecchie primavere addietro, aveva visto suo fratello Coda di Lince trafiggersi il petto con i bastoncini acuminati e fissarli tramite artigli d’aquila alle corde legate intorno al tronco del Palo Sacro per cominciare la cerimonia. Nascosto dietro alla gonna di pelle di sua madre, coprendosi gli occhi con le mani, osservava i danzatori che si muovevano intorno all’albero: la pelle del petto tirata, il sangue che colava dal corpo seminudo e che a ogni strattone si spargeva a fiotti sulla terra, impastandosi con la polvere grazie ai passi ritmici dei guerrieri che si muovevano in circolo.
Il wikaša wakan, lo sciamano, intonava canti sacri mentre i tamburi risuonavano e si mischiavano ai suoni acuti dei šiyotanka, i fischietti sacri di osso d’aquila che i partecipanti tenevano in bocca per sfogare il proprio dolore e non gridare. In modo brusco suo padre lo strappò via dalle vesti della madre:
– Devi guardare – gli disse in tono severo mentre gli poggiava affettuosamente le mani sulle spalle.
– Questo è il modo in cui il nostro popolo ringrazia il Grande Spirito, offrendo in sacrificio le uniche cose che davvero possiede: il proprio corpo e il proprio sangue –
Cervo Nero obbedì, restando quieto senza opporre resistenza alla presa salda del genitore: sapeva che stava crescendo, che un giorno sarebbe diventato un valoroso guerriero e che anche lui avrebbe dovuto affrontare il rituale dimostrando il proprio coraggio.
Si fece forza e continuò a guardare suo fratello danzare mentre con violenti strattoni cercava di squarciarsi il petto per liberarsi dalla morsa dolorosa dei bastoncini acuminati. Si sarebbe ricordato per tutta la vita del fischio acutissimo che si levò al cielo nel momento in cui Coda di Lince riuscì a strappare le proprie carni, ponendo quindi fine alle danze. Gli uomini lo avevano acclamato, mentre le donne si stringevano intorno per curargli le ferite.
Quella era l’ultima immagine che aveva di suo fratello. L’indomani era partito con Mankato, Grande Aquila e Uccello Grigio per combattere contro i bianchi nella guerra di Piccolo Corvo, e da allora non lo aveva più rivisto. Come tanti, non aveva mai più fatto ritorno.

Erano trascorse quasi dieci primavere da allora.
Cervo Nero era diventato un uomo: aveva rubato cavalli ai bianchi e ai Pawnee; aveva dimostrato il suo coraggio diventando un abile guerriero; aveva parlato e dato prova di brillante intelligenza durante le riunioni del consiglio e la sua opinione, nonostante la giovane età, era tenuta in alta considerazione dagli altri uomini. Si era conquistato il rispetto e la fiducia di tutta la tribù. Era saggio, e aveva ricevuto dal Grande Spirito il potere di vedere oltre le cose materiali: i sogni e le visioni del giovane si erano spesso avverate, aumentando il prestigio tra i Lakota come Uomo Sacro.

Oggi, come suo fratello maggiore prima di lui, e ancor prima suo padre, aveva celebrato la Danza Sacra del Sole per chiedere al Wakantanka di aiutare il suo popolo ad avere successo nella caccia al bisonte, attività da cui dipendeva la sopravvivenza della sua gente durante l’inverno. Aveva implorato il Grande Spirito di mostrargli il modo in cui poteva aiutare i Sioux a sopravvivere alla follia dei bianchi e ai cambiamenti che stavano trasformando per sempre le Grandi Praterie.
Sul petto ancora sanguinante portava con orgoglio i segni della cerimonia appena conclusa: insieme ad altri giovani aveva danzato tutto il giorno intorno al Palo Sacro, guardando il sole in tutto il suo percorso da Est a Ovest, fino all’imbrunire. Wakantanka, lo spirito creatore del mondo, gli aveva inviato visioni terribili. Donne, vecchi e bambini macellati, mutilati, lasciati a sanguinare sulla neve candida. Aveva visto valorosi guerrieri ergersi in piedi per difendere le proprie famiglie e lottare contro gli invasori, senza successo. Aveva visto i bastoni tonanti fare fuoco e squarciare le carni di uomini, cavalli e bisonti. Aveva visto la sua gente perdere la libertà, imprigionata dalla fame insaziabile degli uomini bianchi. Aveva visto i fiumi avvelenati dal sangue e dai cadaveri; i pesci morivano, e gli uccelli smettevano di cantare. L’aria era putrida: il wasicu divorava ogni forma di vita, rivendicando la proprietà su tutto ciò che era nato libero, sacro e selvaggio.

Luna che Ride si accorse dei presagi oscuri che riempivano il cuore e gli occhi del suo sposo. Si avvicinò piano, sedendosi al suo fianco presso il fuoco e interrompendo il flusso di pensieri che vorticavano nel cuore di Cervo Nero.
– Tieni. Mangia – disse porgendogli una striscia di carne secca.
Forse per distrarlo, posò una mano sul proprio ventre rotondo: – Tuo figlio cresce forte, e scalcia. Celebra il coraggio di cui oggi suo padre ha dato prova. Senti –
Il giovane Sioux mise la sua mano su quella di Luna che Ride, si sdraiò e poggiò il capo sulla pancia di sua moglie. La donna era capace di placare in quel momento le sue preoccupazioni.
– Sarà un grande guerriero. Gli insegnerò a cacciare e a intagliare la pipa. Tu gli insegnerai la dolcezza e la generosità. Insieme gli insegneremo a essere un uomo libero delle Grandi Pianure –
Steso accanto a sua moglie sul prato al centro del villaggio, fissò ininterrottamente il Fuoco che bruciava contro il cielo stellato, sentiva le vibrazioni dei tamburi scuoterlo da dentro la cassa toracica, riempiendo il suo cuore di speranza e di coraggio.
Sentiva due vite pulsare attraverso il ventre di Luna che Ride, percepì dentro di sé il legame di sangue che le univano alla sua. Iniziò a respirare profondamente e questi dolci pensieri lo fecero addormentare.

Quando si risvegliò, il villaggio era scomparso. Non vi era traccia della sua gente, anche la mandria di cavalli al pascolo si era volatilizzata nel nulla. La terra era secca, e non un filo d’erba cresceva su quelle che un tempo erano state le rigogliose praterie dove l’uomo rosso cacciava ben prima dell’arrivo degli europei. Persino il cielo sembrava sporco, diverso, e solo il Fuoco Sacro sibilava silenziosamente nel centro del suo villaggio. Si avvicinò alle fiamme e, con stupore, sentì che quelle lingue ondeggianti erano fredde, finte, bluastre, come le labbra immobili dei cadaveri. Cervo Nero si guardò intorno: un lunghissimo serpente nero strisciava sulle colline, così lungo che era impossibile vedere dove fossero la testa e la coda, così nero che anche il sole aveva smesso di brillare. Istintivamente portò la mano al suo coltello, cominciò a muoversi con cautela e, procedendo silenziosamente, si avvicinò all’enorme mostro.
Fu in quel momento che un possente guerriero apparve ai suoi occhi, montando un magnifico stallone pezzato dipinto secondo la tradizione Lakota.
– Hoka hey, Fratello – rombò con voce di tuono, – cavalchiamo insieme – e indicò un punto lontano oltre l’orizzonte. Subito dopo si udì uno scalpitio: Cervo Nero si voltò e vide Mastif, il suo cavallo, venirgli incontro. Posò una mano sul capo dell’animale per ringraziarlo, afferrò saldamente la criniera e con un balzo si portò in groppa al morello spronandolo a seguire il guerriero solitario.
Non gli sembrava di aver mai visto quell’uomo, anche se quella figura riusciva a ricordargli qualcosa: indossava abiti dalle pitture sgargianti e un imponente copricapo di piume d’aquila gli cingeva la fronte, incutendo in Cervo Nero un grande rispetto.
Galopparono a lungo, costeggiando le infinite spire del gigantesco rettile, non trovando che morte e devastazione lungo il suo percorso: gli animali e le piante venivano uccise dal suo velenoso passaggio.
A un certo punto, si fermarono nei pressi di un grande fiume. Con la voce strozzata Cervo Nero chiese all’imponente guerriero: – Chi sei? –
– Io sono tuo fratello Coda di Lince. I nostri antenati mi hanno mandato nei tuoi sogni per completare la tua visione e aiutare il nostro popolo. Tra sette generazioni tutte le nazioni del Popolo Rosso si uniranno per fermare l’avanzata del serpente nero che tenterà di attraversare il fiume. Le tribù si uniranno per salvare la Terra. Il serpente nero, Zuzeca, minaccerà il mondo –
Mentre Coda di Lince parlava, Cervo Nero vide il suo popolo riunito in preghiera vicino al fiume. Vide i membri di tutte le altre tribù riunite attorno al Fuoco Sacro; perfino alcuni bianchi raggiungevano il villaggio chiedendo di restare per aiutare. Addirittura, vide alcuni di loro inginocchiarsi, chiedendo perdono per le ingiustizie compiute e il male fatto. Vide i popoli del mondo che si univano sotto un unico grido: “Mni Wiconi!”, l’Acqua è vita.
Coda di Lince parlò per l’ultima volta: – Tra sette generazioni comincerà l’ultima battaglia. Wakantanka, gli antenati e tutti gli indiani morti torneranno sulla terra, con il loro spirito sosterranno i nostri discendenti a stare in piedi contro l’ingiustizia, li renderanno saldi come le montagne. Quando il condor del sud volerà con l’aquila del nord, sorgerà un nuovo giorno! Se invece perderemo, non ci sarà speranza alcuna. Hoka Hey, Cervo Nero. Oggi è un buon giorno per morire –

Si risvegliò mentre il sole stava sorgendo. Il Fuoco Sacro bruciava e le sue fiamme erano calde e vive. I teepee erano tutti al loro posto e anche la mandria di cavalli cominciava a risvegliarsi pian piano. Si sentì al sicuro e tirò un sospiro di sollievo scoprendo che nulla era successo all’accampamento. Ridestò sua moglie con un bacio e le raccontò nei minimi dettagli la visione avuta durante la notte. Le descrisse il nobile portamento di suo fratello Coda di Lince, raccontandole quello che gli antenati avevano mandato a riferire e che, un giorno, avrebbero resistito contro l’avidità degli adoratori del serpente nero. Non disse nulla riguardo all’ultima frase che il fratello pronunciò nel suo sogno, ma dopo aver stretto sua moglie al petto aggiunse: – Devi raccontare questa visione a mio figlio, devi tramandarla al nostro popolo, e devi essere coraggiosa –
A Luna che Ride non piacque quello sguardo. Sentì che qualcosa stava per succedere e che il marito non le aveva detto tutto.

In quel momento arrivò Cavallo che Scalcia, capotribù e padre di sua moglie, che stava radunando gli uomini: quando li vide, andò loro incontro.
– Presto Cervo Nero, le giacche blu di Capelli Lunghi Custer sono a tre ore di marcia. Mio figlio Zampa d’Orso sta radunando donne, vecchi e bambini per scappare verso le montagne: li condurrà al sicuro al nostro accampamento invernale e avrà cura di loro, mentre noi, insieme agli altri guerrieri, tenderemo ai soldati un’imboscata per fermarli –
Il vecchio guerriero passò oltre, mentre la notizia dell’imminente attacco dell’esercito si diffondeva di teepee in teepee, spargendo il panico tra i Lakota.
In poco meno di un’ora alcuni giovani guerrieri stavano aiutando le donne a finire i preparativi per la partenza, gli uomini salutavano le proprie mogli e i propri figli, speranzosi di rivederli.
Cervo Nero baciò Luna che Ride: – Andate adesso, i wasicu stanno arrivando. Siate forti, racconta a mio figlio che suo padre era un guerriero, raccontagli la visione che ha avuto per il suo popolo. Adesso vai, e non voltarti –
Così la colonna comandata da Zampa d’Orso si mise in marcia per condurre il futuro della tribù in salvo. Gli uomini in grado di combattere salirono in groppa ai propri cavalli, impugnando archi e fucili, tomahawk e coltelli. In prima fila Cervo Nero, appena dietro al capo, Cavallo che Scalcia.
Galopparono fino in cima a un promontorio da cui avevano una visuale completa di tutta la vallata sottostante: da Est videro giungere l’esercito degli Stati Uniti e capirono che la battaglia era imminente.
Cervo Nero guardò il cielo, dove una nuvola spiccava tra tutte le altre: la sua forma ricordava quella di un possente guerriero che montava un magnifico stallone pezzato. Sorrise e comprese la visione, mormorando una preghiera indirizzata a suo fratello e agli antenati.

Intanto i rullanti e i flauti della fanteria americana risuonarono nella valle facendosi sempre più vicini e mischiandosi al grido di guerra dei Sioux. I primi spari cominciarono a sibilare tra le fronde, ma per il momento i Lakota erano ancora fuori tiro.
Cervo Nero guardò Cavallo che Scalcia dritto negli occhi, sorprendendosi di non aver mai fatto caso a quanto fossero simili a quelli di Luna che Ride.
Hoka Hey, Cavallo che Scalcia. Oggi è un buon giorno per morire! –
Il capo guardò suo genero, annuendo. – Hoka Hey! –
Un attimo dopo gridarono come aquile e si lanciarono rapaci contro i demoni bianchi. Al calar della sera, avrebbero galoppato insieme a Coda di Lince nelle Grandi Praterie del Sogno.

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