Guilty Pleasure, un racconto di R. Mantellini || Street Stories ||Three Faces

Guilty Pleasure, un racconto di R. Mantellini || Street Stories


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Guilty Pleasure

di Riccardo Mantellini

Illustrazione di Luca Zolfo

Mio nonno mi diceva sempre che un uomo non si misura dal lavoro che fa ma da come impiega il suo tempo libero. E spero sia davvero così. Moderatore social, ecco il ‘lavoro’ che mi ero scelto per cercare di contenere l’enorme emorragia di denaro che non possedevo per mantenere la mia ex moglie. I matrimoni scadono, come lo yogurt.
Un attimo solo che devo sistemarmi comodo sul carrello e azionare il pulsante di avvio della mia creatura. Me ne sto scomodamente seduto in un sedile puntato dritto verso il cielo. Un’altissima montagna russa, il risultato di anni di lavoro. Bene, adesso dovrei avere il tempo sufficiente per raccontare la mia storia prima che il mio destino si compia.

Mi chiamo Manuel Ross e sono stato dipendente della Guilty Pleasure per cinque anni. Un record. Del tipo ‘impiegato del mese’ per tre anni consecutivi. Un primato dovuto al fatto che, nell’arco di quel periodo, non abbia accoltellato nessuno.

La Guilty Pleasure è una società di moderatori social, appaltata da una grande azienda per revisionare giornalmente i contenuti segnalati che potenzialmente violano le linee guida del social network. Avete presente tutte quelle stronzate che pubblicate sulla vostra piattaforma-di-sfogo preferita? Vi siete mai chiesti chi decide se la vostra cazzata lede i diritti di qualcuno? Se è eticamente valida per essere condivisa con milioni di persone nel mondo? Ovviamente no, voi fate scorrere tutta la merda che avete in testa direttamente su una tastiera e premete invio. Beh, ecco, sappiate che ci sono migliaia di persone che decidono per voi. Persone come me, che per meno di quindici dollari l’ora, passano cinquanta ore a settimana a visualizzare yottabyte di video e foto dal contenuto osceno. Immaginate cosa ero costretto a vedere io: madri che ammazzano i figli, stragi, esplosioni, incitazioni razziste, stupri, mutilazioni, pornografia di tutti i generi. Ore e ore di contenuti espliciti, che, da contratto, non potevano uscire dalle mura della Guilty Pleasure.
Sei turni di otto ore con mezz’ora di pausa, ogni settimana. Più di mille contenuti da visualizzare in un turno di lavoro, circa trenta secondi per decidere se il contenuto sia appropriato o meno. Il culo sempre sulla graticola. Immaginatevi la testa come può decollare in una situazione del genere.

Mi è stato diagnosticato un disturbo post-traumatico da stress, che si è andato a sommare alle mie crisi d’ansia. Più che sommare si potrebbe parlare di elevamento a potenza. Le mie paranoie sono centuplicate: dormo meno di quattro ore a notte, non riesco a cancellare quelle immagini dalla mia mente. Assumo un numero indefinito di psicofarmaci. E non passa. Se scrivi su una lavagna e sbagli, puoi correggere con il cancellino, ma i segni del gesso restano lo stesso. Così come nella mia testa. Ricordo ancora tutte le foto più raccapriccianti che una mente malata possa aver pensato di pubblicare, e i video più rivoltanti partoriti dalle perversioni più gravi. Alla fine è la rabbia che ti frega in questo lavoro. La tua totale passività e impotenza di fronte a ciò che stai guardando.

La permanenza media di un dipendente in ufficio è qualche mese. Ho assistito a tutto: paranoie, pensieri complottisti, crisi di pianto che si trasformavano in isteria pura, suicidi, colleghi che andavano fuori di testa e ammazzavano gente per strada. La percezione di un mondo violento e pericoloso, più di quanto lo sia in realtà, porta a conseguenze imprevedibili. In ufficio si è perso il conto della quantità di droga utilizzata per cercare di alleviare lo stress. Io, personalmente, optavo per il crack. Intere mie pause pranzo passate in disparte con il mio cucchiaio e le mie bottigliette. Mai scoperto, mai sanzionato. I colleghi, invece, scopavano tra loro sulle scale antincendio, nei bagni, addirittura sulle scrivanie. Si masturbavano sui cestini dei rifiuti, si stordivano di alcol o erba o ancora peggio. Tutto per cercare di sopportare la tortura a cui eravamo costretti quotidianamente.

La direzione si è voltata dall’altra parte. Non potevano permettersi di perdere preziosi collaboratori sottopagati per un lavoro così stressante da essere ai limiti della legalità. E per cosa poi? Per un pompino in sala relax? Per una pera fuori vena? Per un qualche naso rotto o una qualche penna conficcata nella pancia del vicino di scrivania? Per le urla? Le bestemmie e gli attacchi di panico? Sciocchezze suvvia. Mio nonno mi diceva che non c’è niente che una doccia calda, un fresco taglio di capelli e una giacca nuova non possano risolvere. Ma avrei voluto vedere lui a starsene tutto il giorno con budella, peni, urla, sangue, immerso nel dolore e nella sofferenza. Animali, uomini, nessuno escluso. La Guilty Pleasure metteva addirittura a disposizione un servizio di assistenza psicologica per cercare di arginare le crisi, le violenze e l’abuso di droghe in ufficio. Ovviamente senza preoccuparsi della nostra vita al di fuori di esso. Come se noi iniziassimo ad essere considerati dal momento in cui mettevamo piede in azienda fino a quando non timbravamo il cartellino di uscita. Ma le terapie low budget non funzionavano e decine di dipendenti mollavano ogni settimana e ogni settimana venivano rimpiazzati. Solo il lavoro alla mia montagna russa mi ha dato un placebo a tutto questo. Ogni giorno, tolte le ore di turno, il tempo per mangiare, andare al lavoro e cercare di dormire, ero sempre sul pezzo. Anno dopo anno. Rotaia dopo rotaia, bullone dopo bullone. Con me mio fratello Rupert, un manovale che pensava poco e agiva tanto. Era un appassionato di moto e di velocità. Un centauro di cui rimane solamente una fotografia sbiadita dal sole e un fiore attaccato ad un guard rail su un tornante particolarmente stretto in montagna. È merito suo se sono riuscito a terminare questo bestione di metallo. Lavorare con lui al mio progetto mi ha permesso di resistere tutti questi anni. Fino a oggi.

Eccomi, in cima alla mia opera monumentale. Una grandissima costruzione perfetta e irripetibile che ha come unico scopo quello di darmi la morte. Esatto, Euthanasia Coaster: una montagna russa il cui scopo è uccidere i suoi passeggeri. Me, in questo caso.
La vita è solo una lunga storia di come sei morto e io la voglio chiudere con un colpo di genio. Sono in cima, adesso affronterò la discesa che mi porterà alla velocità di trecentosessanta chilometri orari necessaria per affrontare i sette giri della morte che vanno via via rimpicciolendosi, così da mantenere i 10 G di accelerazione raggiunti dal carrello durante la caduta per il tempo necessario a mandare il mio cervello in ipossia. Ho fatto i compiti a casa. Perderò conoscenza, arrivando al rettilineo finale senza nessuna traccia del dolore che ha accompagnato la mia vita in questi lunghi anni di servizio presso Guilty Pleasure.

Finalmente tutto avrà una fine. Ritroverò James, che si è sparato in testa due anni fa, Ruby che si è ingoiata una confezione intera di Zoloft l’anno scorso e Jimmy che si è buttato sotto un autobus appena un mese fa. Tutto per neanche trenta mila dollari all’anno. Rincontrerò Rupert, mio fratello in sella alla sua maledetta moto.

Non so se ci avete mai pensato ma siamo sempre a sei minuti dalla morte. Ogni respiro resetta il countdown e ricominciamo i nostri trecentosessanta secondi. Mi concentro a incamerare il mio ultimo respiro. Il più lungo. Fanculo ai soldi, alla mia ex moglie, all’odio cibernetico, alle torture, alle violenze, al sesso. Fanculo a tutto. Adesso inizia la discesa.

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