Good luck, un racconto di B. Bendinelli || Street Stories ||Three Faces

Good luck, un racconto di B. Bendinelli || Street Stories

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Good luck

di Benedetta Bendinelli

Foto di Dario Borruto

L’aereo toccò terra senza esplodere in milioni di pezzi di ferro e di carne. Si era lasciato cadere come un corpo martorizzato e privo di sensi sopra un letto di cemento nero, poi aveva rimbalzato due o tre volte prima di fermarsi e finalmente morire nella notte, con un lungo e fiacco sospiro di sollievo.
Durante gli inverni piovosi del Nord le alluvioni trasformano le paludi in oceani di fango, il vento sottile come una lama di ceramica entra nelle ferite delle case più vecchie e strappa le tende, rovescia i vasi e porta via l’odore di polvere. Finita la tempesta per le strade resta un’aria fresca di montagna che sa di pace dopo la fine di una guerra fredda. Lory l’aveva detto che mettersi in volo con quelle condizioni climatiche era da pazzi e avrebbe voluto rimandare il viaggio. «Se facciamo un incidente in auto magari sopravviviamo, ma se cade l’aereo?». Il marito, una persona di gran lunga più sensata – a suo stesso giudizio – le aveva risposto che le automobili sono più soggette ai disastri, che può capitare di tutto e, come ogni volta che doveva rassicurarla prima di mettersi in volo, aveva fatto una lunga e dettagliata lista: tamponamenti, frenate brusche, esplosioni di gas propano liquido, gomme forate, guida in stato di ebbrezza, guida sotto l’effetto di stupefacenti, attraversamento di animali selvatici, stop forati, precedenze negate, semafori rossi. Per non parlare di tutti i rischi che comporta uscire in strada con la pioggia, quando le persone sono disattente – perlopiù spaventate – e guidano come maiali. «Quante volte senti dire al telegiornale di un aereo precipitato, quante?» Tony aveva interrogato la moglie sgranando gli occhi e lei, sapendo di non avere argomentazioni abbastanza precise, alzando le spalle aveva risposto che comunque in un incidente aereo sarebbero morti, tutti, anche lui. E invece non erano morti. Il capitano si era pisciato addosso sul serio quando, durante l’ultima fase di atterraggio, un fulmine aveva colpito di netto il motore dell’ala sinistra. L’esplosione aveva creato un piccolo incendio che si stava piano piano allargando e avrebbe raggiunto la cabina dei comandi, surriscaldando i quadri elettrici e generando un black out totale – e di conseguenza lo spegnimento di tutti i motori di riserva. L’urina calda gli aveva bagnato entrambe le scarpe ed era così vulnerabile in quel momento, buono a nulla come un bambino di cinque anni che si piscia sotto dalla paura. Si era stupito, in seguito, di aver provato la stessa sensazione di quando era ragazzo, la stessa paura di non farcela in nessun modo, di non arrivare a fine mese, di non vedere mai più una donna, di non trovare lavoro o di non svegliarsi affatto; la paura di implodere nel buio senza rendersene conto. Aveva ritrovato la nausea dei vent’anni, quando durante la notte sentiva ogni estremità del corpo, dalla punta delle dita fino a quella dei capelli, ed era come avere tonnellate di sabbia mobile dentro la gola. Ma la notte sulla terra – con le angosce e le schiaccianti preoccupazioni – lo spaventava forse di più di quella oltre la troposfera e se ne accorse solo dopo aver impugnato con forza la barra di comando. Una volta si preoccupava del futuro – senza saper che fare o quale direzione prendere – mentre su quell’aereo sapeva cosa fare, doveva vedersela con una tragedia che forse si sarebbe consumata di lì a poco, qualcosa che poteva toccare e annusare, una fine che già lo stringeva in uno spazio nero e fetido. La sentiva in faccia, la sua fine, come il respiro caldo di un felino e come il sonno pesante che serra le palpebre. Poi era sopraggiunta la preoccupazione per tutti gli altri passeggeri che si sentivano più o meno come lui: impauriti, affranti, buoni a nulla. Afferrata la manetta con tutta la forza, era riuscito a portare a termine una manovra di atterraggio studiata all’Accademia, una di quelle che un pilota prova soltanto una volta nella vita. Si era abbassato notevolmente di quota sfruttando le correnti, facendo planare il Boeing con quello che in gergo chiamano il volo a velae, disinnescando il pilota automatico, aveva forzato l’atterraggio d’emergenza nella pista che oramai era vicina. Con i motori spenti, per non rischiare di volare giù in picchiata, aveva chiesto a tutto l’equipaggio di spostare il peso in coda, compresi i bagagli a mano e le attrezzature per il servizio ristorazione. Lory fissava Tony, erano entrambi schiacciati contro la minuscola porta del bagno che si apriva e si chiudeva di continuo seguendo gli strattoni delle manovre di emergenza. Tony abbracciava la moglie ogni volta che lei rimbalzava con tutto il peso sul suo petto gonfio dall’affanno. Lei non diceva nulla, lo fissava, si lasciava strizzare controvoglia tra le sue braccia grasse e pensava “se non muoio ti ammazzo, te lo giuro ti ammazzo”. Si erano stretti con la consapevolezza di volersi sentire vicini poco prima di cadere, più per solidarietà che per desiderio, e anche Lory aveva smesso di agitarsi e si era lasciata baciare la fronte. Questa volta senza usare una manica del maglione per pulirsi dalla scia di saliva del marito. L’aereo si posò a terra con una frustata secca che aveva fatto rimbalzare tutti come palle da tennis. Scesero dall’uscita di emergenza centrale, i portelloni alle estremità si erano bloccati a causa dell’incendio e anche il personale a bordo si era messo in coda per abbandonare quello che ormai potevano chiamare rottame. Il comandante era rimasto nella cabina di pilotaggio, le scarpe ancora piene di urina erano diventate fredde e non riusciva più a sentire le dita dei piedi. Tutti sani e salvi, vivi per miracolo o per merito suo.
Lory e Tony si erano portati due zaini a spalla e una borsa di plastica grande da indossare a tracolla. Dei loro bagagli erano rimasti intatti soltanto i primi due, mentre la sacca blu si era completamente disfatta durante l’atterraggio d’emergenza.
Tony prese Lory per un braccio, cercando invano di chiudere il pugno intorno alla sua larga circonferenza. «Stai bene?» le chiese a testa bassa perché non riusciva mai a guardare qualcuno negli occhi quando voleva essere gentile. «Lasciami in pace!» disse Lory.
Tony pensò che per fortuna in pace non c’erano, avrebbe voluto dire essere morti, essere sotto terra o dentro una bara di acciaio incassata nel cemento. Non riusciva a immaginare la vita – e nemmeno la morte – senza la voce di Lory, senza le preoccupazioni e le tragedie che erano la naturale conseguenza del suo legame con lei. Era meglio sopravvivere, in fin dei conti, anche se voleva dire rompersi le palle. «Dov’è il cellulare?» chiese Tony mentre tuffava le mani nelle tasche della giacca stropicciata. «Lo sapevo, adesso abbiamo perso anche quello» rispose Lory.
Intorno a loro persone si stringevano in abbracci violenti, qualcuno prendeva a calci l’aria o le barelle che gli infermieri e i medici della protezione civile offrivano a quelli più visibilmente sconvolti. Il comandante fece cenno ai pompieri di salire a bordo, le fiamme del motore sembravano scintille ormai, domate dalla caduta rapida e dall’umidità della bassa atmosfera. Tony e Lory furono i primi a passare attraverso il controllo dei documenti, che in quell’occasione straordinaria era un varco aperto. La polizia però aveva fermato un ragazzo, Tony si accorse di lui che entrava in una stanza accompagnato da tre uomini in divisa. «Sarà stato quello là» disse, sperando che qualcuno lo sentisse, dandogli ragione. Lo faceva per abitudine: al supermercato commentava i prezzi a voce alta, lamentandosi degli sconti che non c’erano mai e della verdura scadente che gli toccava comprare. Sbuffava in coda alla cassa e mandava a fare in culo la grande distribuzione. Considerava quell’atteggiamento un gesto di cortesia verso gli altri, era un modo come un altro per sentirsi parte della comunità, pensava di fornire un servizio. Lo stesso tipo di servizio che stava svolgendo in aeroporto: la ricerca di un responsabile, una testa da tagliare.
Ma in fondo la colpa era solo del figlio, di quel vigliacco – come diceva Lory – e di tutte le conseguenze che il suo trasferimento aveva generato. Finalmente fuori dall’aeroporto i due cercarono di contattarlo ma senza alcun successo. «Ah questa è l’ultima volta!» disse Lory. «Non rischio mica la vita per quello là, se stava a casa era meglio». Se fosse rimasto a casa, pensava Tony, non avrebbe saputo fare nulla, non il suo lavoro quantomeno. La loro vita era diversa da quella di Stefano, erano persone diverse, erano anni diversi quelli, dove contavano più le parole che i fatti. «Chiamalo subito e digli che…». Tony aveva ancora le mani in tasca e ogni tanto si voltava sperando che il telefono si materializzasse a terra. «Lory lasciamo perdere, andiamo a casa».
Presero l’autobus, gli zaini sembravano più leggeri e anche il loro spirito aveva preso un colore diverso. Erano di buon umore. Quell’evento in fondo era un miracolo, aspettavano una catastrofe per avere ragione di qualcosa, qualsiasi cosa e quell’incidente legittimava tutto: lo stress del lavoro per un pezzo di pane quotidiano, gli schiaffi morali e quelli presi in faccia da giovani, dai genitori che erano ancora più stronzi di quanto lo fossero loro con il figlio. Perché “per quelli come noi”, dicevano, “la fortuna non esiste”. Magari esiste una botta di culo, magari un parcheggio libero o un pezzo da cinque trovato sul marciapiede, magari a volte si riesce a dormire. L’aereo quasi precipitato era stata una conferma, un manifesto, un oracolo che finalmente spiegava la ragione del loro viver male: la sfortuna. Erano quasi morti, quasi; eppure il bicchiere che vedevano era vuoto per metà.
Aveva smesso di piovere e le villette a schiera di Via Pradella grondavano sui prati all’inglese nascosti dietro giungle di ortensie violacee. Non c’era un’anima per strada e quella notte, ormai lontana dalle luci dell’aeroporto, era una notte come tante, dentro un inverno come tanti. Lory entrò per prima in casa, dopo aver acceso la luce dell’ingresso chiese a Tony di togliersi le scarpe e di lasciarle fuori ad asciugare. Sistemarono i bagagli, o quel che era rimasto, promettendosi di andare, l’indomani, a reclamare gli indumenti dispersi durante l’atterraggio. Accesero la televisione, la notizia era già su tutte le reti nazionali e anche Stefano lo avrebbe saputo così, ma soltanto la mattina dopo. Non si preoccuparono di contattarlo, né di chiamare altri parenti o gli amici più vicini, lo avrebbero visto tutti in televisione. Stavano intervistando i passeggeri che erano rimasti in aeroporto, Tony riconobbe la sua vicina di poltrona, una ragazza molto giovane che sembrava già spaventata ancora prima di partire. Si era fatta il segno della croce non appena i motori si erano avviati e lui l’aveva guardata con sospetto, con timore forse, aspettandosi il peggio. «Lo sapevo, quella portava male» disse Tony.
Lory si sporse in avanti sulla sedia per mettere a fuoco il volto della ragazza. Non l’aveva notata in volo ma dette comunque ragione al marito. Lory spense la televisione, aggrottò la fronte e si riempì un bicchiere d’acqua del rubinetto. «E ora cosa facciamo?» chiese a Tony mentre ancora gli dava le spalle. Dovevano tornare in aeroporto, immediatamente. «Siamo persone perbene, non ce lo meritiamo!» gridò al marito. Si meritavano invece una casa al sole, una donna delle pulizie che sistemasse i loro abiti costosi, che pulisse una cucina piena di frutta e carne rossa; si meritavano un salotto bianco e amici facoltosi, una macchina sempre parcheggiata nel viale, un caminetto per l’inverno e una piscina azzurra per l’estate. Non si meritavano la sfortuna cieca e una fine da disperati. Presero l’auto, era mezzanotte passata e avrebbero raggiunto il Caravaggio in meno di un’ora. Poi, una volta dentro, avrebbero raccontato tutto ai giornali, avrebbero detto che il comandante era stato disattento, forse troppo giovane, e che l’aereo era troppo vecchio, che la manovra scelta li aveva quasi fatti precipitare, che non sarebbero dovuti partire, non avrebbero dovuto lasciar volare un simile rottame, specialmente con quei fulmini che a vederli da terra sono solo schizzi di luce come lampadine bruciate, ma che da sopra le nuvole sembrano coltellate di fuoco che stracciano il cielo. Tony era rimasto in silenzio per tutto il tempo, era anche colpa sua se si trovavano in quella situazione. Ma soprattutto era colpa della sfortuna. La strada nera che odorava di cane si faceva sempre più larga a mano a mano che si allontanavano dalle spalle rocciose delle Orobie. Tony guidava veloce, sebbene l’agitazione di pochi minuti prima stesse pian piano assumendo le docili forme della rassegnazione. La guerra ormai era finita: non era ferito, non era disperso, non era solo. Si voltò verso Lory, provò a immaginare un’altra donna, un altro viso accanto a lui, forse più giovane. Com’era facile adesso lasciarsi andare alla volontà della strada, alle curve lente delle ore scure, agli intensi sospiri di Lory che avevano il suono delle onde bianche. Com’era facile accettare le giornate di sole e quelle di pioggia, la tempesta e la nebbia delle loro montagne. La fatica dei giorni trascorsi a osservare da vicino le minuscole particelle delle loro esistenze stava svanendo, stava scivolando via come acqua sporca dalle fessure dei balconi. Quel momento di pace era la quiete dopo la tempesta e la tempesta di quel giorno era stata un ultimo abbraccio alla vita. L’auto ormai proseguiva senza il controllo di Tony, che abbandonò il volante senza opporre resistenza. Lory trattenne il fiato, come prima di tuffarsi da un’alta scogliera e lui la fissò per qualche istante, mentre le ruote si appoggiavano rapide e silenziose verso il ciglio della strada, avrebbe voluto dirle “va tutto bene”.

Stefano accese la televisione, parlavano di un incidente aereo. Il volo Firenze – Orio al Serio era miracolosamente atterrato e il comandante aveva portato tutti in salvo, era stato bravo – dicevano – ma soprattutto fortunato. “Non capita spesso di trovarsi in fiamme al di sopra della notte terrestre”, sussurrava impacciato al microfono. Ringraziò il cielo, pensò di dover ringraziare anche Dio e infine le sue stesse mani. Quella notte avrebbe dormito profondamente, in un sonno buio e soffice simile a quello che lo cullava da bambino. Non si sarebbe preoccupato del futuro, del mese prossimo, degli anni avvenire, delle incognite, delle sbandate che la vita avrebbe preso. Finalmente un sonno lungo e costante, con i piedi asciutti a pochi centimetri dal pavimento. Poi un sospiro di sollievo, “va tutto bene”.

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