Giretto sulla Luna, un racconto di M. Andreas || Street Stories ||Three Faces

Giretto sulla Luna, un racconto di M. Andreas || Street Stories


Giretto sulla luna_INT

Giretto sulla Luna

di Michael Andreas

Illustrazione di Brucio

Era una di quelle sere d’inverno in cui il gelo si assottiglia per bucarti la giacca e le stelle brillano più luminose, come torce accese nell’oscurità lontana. Stavo sul tetto piatto dell’ospedale abbandonato e la luna risplendeva, calma e piena, avvolgendo le pagine dell’Orlando Furioso nel suo alone di brina.
Terminai di leggere il trentaquattresimo canto e chiusi il libro. Tirai fuori il fumo dalla tasca e mi misi a sbresarlo guardando il satellite e gli astri sparsi, come un immenso vortice di ingranaggi sospesi.
Coi polpastrelli a macchiarsi nel palmo, a un certo punto sentii un piccolo strattone alla spalla. Mi volsi e vidi un filo che pendeva dallo spazio e penetrava nella mia schiena, alla base del collo. Al tatto dava delle piccole scariche, le sentivo propagarsi attraverso le mie vene, e un leggero brillio lampeggiava sottopelle.
Una cosa per volta, finii di fare su e accesi la canna, lo sguardo fisso al cielo.
Nell’istante stesso in cui la fiamma fece il suo dovere e aspirai il primo tiro, il filo mi sollevò con uno strappo, davo calci al vuoto mentre salivo, veloce come un lampo al contrario, sempre più in alto, fino a che non ci capii più niente e l’unica cosa che mi rimase da fare fu coprire con la mano il joint per evitare che si fumasse tutto da solo.
Quando riaprii gli occhi ero sdraiato su un prato verdissimo e soffice. La luna non era mai stata così vicina, sembrava che mi stesse per abbracciare.
Mi misi seduto e notai con piacere che la canna si era spenta ed era rimasta come l’avevo lasciata. Mi guardai attorno. Un’immensa radura erbosa circondata da un bosco smeraldo. A una quindicina di metri da me, un esile rigagnolo scorreva sibilando fino ad allargarsi in un piccolo stagno che rifletteva tutto il manto celeste.
Mi alzai e camminai verso il laghetto, gli occhi iniettati di meraviglia, lucciole calme e luminose si alzavano dall’erba al mio passaggio. Appoggiai libro e borlo su un masso lì vicino e mi sciacquai il viso con quell’acqua purissima. Non sentivo freddo, solo le stelle sulla pelle.
Presi il Furioso sotto braccio, raccolsi la porra e la riaccesi, mentre con lo sguardo scrutavo la vastità dell’universo e la limpidezza di quel luogo, senza chiedermi dove fosse o come ci fossi arrivato per paura di frantumare l’incantesimo in mille schegge taglienti.
Dopo qualche fiato del dolce polline sentii un tocco sulla spalla. Mi volsi e mi trovai accanto un vecchio con una lunga barba bianca e folti capelli che gli cadevano crespi lungo la tunica rossa, tutta ricamata con simboli strani tipo stregone alieno.
«Ben arrivato!» esclamò, guardandomi con gli occhi blu come il cielo profondo.
«Ciao» risposi io d’istinto e mi accorsi che sulla sua testa volteggiava un cerchio di luce pura o qualcosa di simile.
Lui capì il mio totale spaesamento, aprì le braccia e si presentò: «Io sono Giovanni Evangelista e questo è il paradiso terrestre!»
Decisi di lasciar perdere ogni tipo di opposizione razionale e di godermi ancora la magia: «Che bel posto».
Abbozzai un sorriso imbarazzato e passai la canna a Giovanni, che allungò la mano e fumò volentieri.
«Grazie» mi strizzò l’occhio. «Bella!» feci io, lo sguardo tutto fatto.
Lui mi girò nuovamente il joint e mi prese per il braccio, dicendo: «Andiamo a fare due passi».
Ci avviammo nella radura, immersi nella danza gialla delle lucciole. Io continuavo a perdermi nel cielo e nelle sue luci, fumando con Giova, che a un certo punto si fermò e, come se niente fosse, mi disse: «Vuoi farti un giretto sulla Luna?»
Prima che potessi rispondere, un movimento della mano del santo materializzò quello che a prima vista mi parve un arcobaleno, che partiva dal terreno e si inarcava nello spazio scuro, andando a finire da qualche parte sul globo luminoso. Vidi Giovanni camminare su quel gas multicolore che intanto mutava in ponte di vetro e fui pervaso dall’euforia. Diedi un ultimo sguardo al Paradiso terrestre, quello spicchio di verde in cima al mondo asfaltato, e vi salii anch’io, con la canna sempre in mano che sembrava non poter finire mai.
Camminavo su una strana superficie, che ad ogni passo rendeva tutto il mio essere sempre più leggero, tanto che mi venne la para di volare via come un palloncino. Mi aggrappai al corrimano luccicante, tutt’attorno l’oscurità infinita sembrava sul punto di inghiottirmi e le stelle erano come perle su un fondale marino. Guardai indietro e ammirai la Terra, bellissima ma malata di umanità, lenta a girare in attesa della cura.
Tornai a volgere lo sguardo avanti e vidi la Luna farsi sempre più grande, accogliente come una vecchia amica. Aspirai il fumo denso degli ultimi fiati, che soffiai fuori sotto forma di nubi iridate, e contemplai il sasso immobile coi suoi mille occhi sempre aperti.
Giova mi precedette giù. Non appena anche i miei piedi si furono staccati da quella luce tangibile, il ponte tornò una nuvola di fumo colorato e iniziò a vorticare, ingoiando il mozzicone nella sua spirale e lasciandomi grigio, perso tra le rocciose nudità del satellite.
Seguii Giovanni, che era già qualche metro più avanti e aveva iniziato a parlare: «Come penso tu immagini, qui sulla Luna stanno tutte le cose che sono state perdute in terra». Annuii, sbalordito da tutto e sballottato dal vento.
Su quella palla opaca sospesa nello spazio sembrava che le forme apparissero via via, come se aspettassero il permesso di una forza più potente. Man mano che andavamo avanti, cumuli di cose di tutti i tipi si accatastavano in montagne di oggetti perduti, ammucchiati alla rinfusa. Il vecchio mi fece strada finché non arrivammo in cima a un promontorio.
Sotto di noi, un numero insondabile di barconi, canotti, mezzi nautici di fortuna distrutti e in decadenza, dalle cui membra sgorgavano alberi in fiore e piante di ogni genere. L’atmosfera sacrale mi fece attendere in silenzio la spiegazione dell’Evangelista: «Questi legni malconci rappresentano la qualità più grande degli esseri umani, sulla quale si fonda il loro concetto stesso di umanità e che hanno ormai perso malamente e ripetutamente: l’empatia. Queste piante rigogliose sono le esistenze delle povere anime che la sua mancanza ha fatto spirare, con tutti i loro sogni, le loro speranze e i loro ricordi».
Ammirai la foresta che si stagliava davanti a me, oltre l’orizzonte. Nonostante fosse come immersa in una bolla di irrealtà, quella visione emanava un’onda fresca, era viva e la sentivo respirare. Ma il fatto stesso di trovarla lì significava morte e sofferenza sulla Terra, il vero germoglio soffocava appena nato nel regno dell’odio e della violenza.
Giovanni mi prese a sé: «Ci tenevo a farti vedere qualcosa che riguardasse tutti voi prima di concentrarci su di te». Non dissi niente e mi limitai ad annuire, impreparato a qualunque cosa mi stesse aspettando.
Camminammo parecchio nella giungla di plastica e metallo, finché arrivammo a uno spiazzo aperto e quello che vidi inchiodò i miei piedi a terra, mentre sentivo il mio cuore battere sempre più veloce e il sudore impregnarmi la pelle in una morsa.
Davanti a me si ergeva, come offuscata da un velo trasparente, la stazione. I binari, i tabelloni sprizzanti luce a intermittenza, il muretto su cui sedevano delle figure, prima tutte sfocate come ombre buie, poi sempre più tratteggiate man mano che guardavo. C’eravamo io, la Carola e tutti gli altri, la compagnia che eravamo stati prima di sgretolarci e seguire ognuno il suo binario, mangiati dalla ruggine dei drammi e delle falsità, strozzati dai respiri di bottiglie bucate e stagnole annerite. Con gli occhi dell’innocenza, ci stavamo passando canne e birre e ridevamo, l’eco di una cassa arrivava ovattato.
In mezzo a quei volti, fratelli e sorelle ormai dispersi, stava Khalil, seduto al centro del muretto. Diversamente dagli altri, però, lui brillava di una luce chiara. Due grandi ali bianche gli uscivano dalla schiena e sulla sua testa vibrava un cerchio di pura energia.
Quando lo vidi, una lacrima timida e fredda mi scese sulla guancia. Come staccandosi da quell’immagine inchiodata nel passato, Khalil alzò lo sguardo e mi fissò negli occhi. Dopo qualche secondo scoppiò in una calda risata delle sue, che sembrava volermi rassicurare, e alzò il cannone come per brindare, prima di accenderlo e spiccare il volo verso le vastità del firmamento.
La voce di Giovanni mi arrivò da un’altra dimensione: «Lui è il custode del vostro passato qui tra le stelle e allo stesso tempo veglia su tutti voi nel mondo, spargendo scintille della saggezza che prematuramente ha guadagnato».
Sul momento non gli credetti. Pensai che avesse creato apposta quella visione solo per farmi sentire meglio, ma questa non poteva cancellare la realtà. Poi però mi toccai il petto e sentii un calore intenso e familiare, qualcosa che avevo già avvertito volgendo lo sguardo al cielo notturno e trovandovi i miei ricordi, pezzi di me sparsi nella corrente; quando la propria piccolezza smette di far paura e diventa un farmaco per la mancanza di senso. Stretto a quella fiamma, decisi di fottermene della realtà.
Quando l’immagine all’interno della bolla sbiadì e si disperse poi nell’aria come polvere, io e l’Evangelista procedemmo. La vista della compagnia perduta aveva portato alla mia mente pensieri cupi, simili a nuvole di densa fuliggine industriale, sciami di pipistrelli con gli artigli affilati. La guida avvertì la mia preoccupazione: «I fili che legano le anime delle persone tra di loro sono fragili, in perenne lotta col samsāra per rimanere saldi. Il fato si diverte a soffiargli contro; gode nel metterli alla prova e, quando ne sente il bisogno, li spezza. So che non vuoi che i pochi fili ancora tesi subiscano la stessa sorte di tanti altri prima. Per fortuna, a chi arriva quassù la Luna dispensa degli aiutini».
Io non credetti di capire e non osai chiedere. Come chiamata, la risposta si palesò davanti ai miei occhi. File di alte e lunghissime librerie irte di scaffali si disposero sulla roccia attorno a me. Su ogni scaffale stavano ordinate una miriade di ampolle di un vetro cristallino e colme di strani fumi biancastri al loro interno. Un’occhiata d’intesa con il vecchio confermò l’ipotesi che iniziava ad aleggiare nella mia mente: mi trovavo nel deposito dei senni degli uomini.
La magia lunare guidò il mio sguardo su un’ampolla in particolare. Il cartellino recitava ‘famiglia’.
«Portala giù con te e sparatela assieme ai tuoi amici. Vedrai che i vostri fili si rafforzeranno e imparerete a sostenervi anche adesso che tutto è cambiato, tenendo in voi una verità che vi protegga dalle illusioni».
Afferrai quel globo vaporoso e me lo infilai nella tasca interna della giacca. Un petalo di speranza cadde nel vortice dei miei pensieri e spazzò via l’incombente nube scura. Forse per una volta sarei riuscito a impedire lo sgretolamento e a ravvivare il fuoco dell’amicizia.
Non potei dare un’occhiata ulteriore agli scaffali che un fumo argenteo li nascose e quando si diradò non rimaneva che la pallida e desolata superficie lunare.
Rimasi un attimo come incantato, ormai preso da una profonda stanchezza, ma Giovanni mi fece cenno di seguirlo: «C’è ancora una cosa che devi vedere e hai bisogno di tutta la tua forza».
Riprendemmo il cammino mentre il vento soffiava sempre più forte sul deserto grigio.
Arrivati al limite, in una valle irta di rocce appuntite, l’ennesima bolla rivelò la sua visione. Non appena raggiunse i miei occhi, le gambe cedettero e caddi in ginocchio nella polvere della Luna, gli arti che tremavano, una lama di ghiaccio mi squarciava le membra e mi bucava il cuore.
Oltre il velo stava mia madre e vicino a lei c’era un bambino. Lei gli sorrideva, lo abbracciava e gli dava il suo amore. Ma tutto era offuscato e ogni sguardo tenero si perdeva in un attimo, lasciando dietro di sé una sbavatura come al passaggio di una gomma.
Giovanni mi mise una mano sulla spalla e la sua energia mi riportò in piedi, le ginocchia che oscillavano. Guardò dritto nei miei occhi lucidi e disse: «Questa è l’idea che avevi di tua madre e che ora hai perso. Devi accettare la falsità di questa immagine, altrimenti ti tormenterà in eterno».
«Ma non posso recuperare anche il suo senno e farla tornare vera?» chiesi.
 «Non c’è senno da recuperare quando il cambiamento di una persona è il mostrarsi per come è in realtà. Non potrà mai tornare vera perché non è mai stata tale. Era solo la tua immagine, alimentata dalle tue speranze di rivederla. Ma devi lasciarla andare, altrimenti si attaccherà alla tua anima e logorerà le preziose scintille che ti hanno permesso di arrivare fin qui».
Abbracciai il santo, che mi consolò in una stretta calorosa mentre la polvere portava via dal mondo di ombre quel che rimaneva di mia madre, lasciando solo la realtà sul pianeta Terra, lontana più che mai.
Quando mi fui un attimo ripreso, Giovanni mi guidò a una panchina e si sedette accanto a me.
Da un altro gorgo fosforescente comparso sul suo palmo, il vecchio tirò fuori un bong di pregiatissima fattura, di un cristallo limpidissimo sul quale erano impresse costellazioni e altri corpi celesti, e me lo porse: «Ora è giunto il momento che tu ritorni alla tua dimensione. Questo ti aiuterà a ricordare per cosa vale la pena vivere e continuare a lottare, perché non è mai tutto perduto».
Afferrai l’attrezzo. Nel braciere brillava qualcosa di cui non chiesi nulla. Senza dire una parola appoggiai le labbra al tubo. Giovanni strisciò il dito sull’aureola e con quella scintilla mi appizzò la bonga.
Aspirai profondamente e l’intero universo attorno a me scomparve mentre un vortice di stelle mi avvolgeva e disintegrava la mia carne, trasformandomi in fumo azzurro, perso in un buco nero tappezzato di infinito. Davanti ai miei occhi passavano fiori e universi in movimento, oceani e città di frattali, tutte le cose che ancora non avevo perso e per le quali non avrei mai dovuto mollare la presa. La mia piccola dolce metà e i suoi occhi luminosi; mio padre, che mi sorrideva sudato dal suo giardino; gli amici rimasti, che mi tenevano per mano nel mio vorticare; i fogli bianchi e le idee che ancora dovevano imprimervisi: tutti volteggiavano nella galassia che crollava su sé stessa.
Girai, girai, girai sempre più veloce mentre il tempo non esisteva più e lo spazio non era che una spirale di ombre e colori, al di là e dentro ogni cosa, finché tutto non si calmò e vidi solo il cielo ovunque sopra di me, la gravità che teneva la mia schiena attaccata al suolo.

Giretto sulla Luna, un racconto di M. Andreas || Street Stories

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna su