Gazzelle sotto sale, un racconto di T. Caudullo || Street Stories ||Three Faces

Gazzelle sotto sale, un racconto di T. Caudullo || Street Stories


Gazzelle sotto sale_INT

Gazzelle sotto sale

di P. Tiziana Caudullo

Foto di Gera

«Dai, non dirmi che vai in mensa! Vieni con me, ti faccio conoscere un posticino qua dietro niente male».

La lezione di ‘Strategia d’impresa’ è appena finita, c’è un gran sole e i termini EBITDA e capitale continuano a risuonare nella sua testa. L’inizio del terzo anno ha reso Roberto entusiasta: la fine della triennale si avvicina e con questa anche la prospettiva di prendere il proprio posto nel mondo.
«Devi iniziare ad agire in grande per sperare di pensare in grande! Fanculo la mensa!» rincara guardando Stefano con un sorriso fiero.
Si avviano entrambi verso ‘La casa della felicità’. Stefano e Roberto si conoscono dai tempi delle scuole medie, ma le loro strade si erano divise quando Roberto decise di seguire il Liceo Scientifico, Stefano il Classico. E ora, contro ogni previsione, erano entrambi al terzo anno di Economia Aziendale.

«Quindi, senti qua», dice Roberto infilandosi in bocca l’ultimo crostino, e masticando aggiunge «secondo me le città non sono ottimizzate».
«Ma in che senso?»
«Dai, la città è un luogo di aggregazione produttivo, no? È nato così: tutta quella storia dell’industrializzazione e delle masse di contadini che si sono spostate verso le industrie: tac, un grande agglomerato di case, persone e sporcizia chiamato città».
«Uh-uhm».
«Ecco, se la città esiste per rendere più agevole la vita delle persone, e si tratta di persone che sono in città perché è un nucleo produttivo, allora le strade, i palazzi, le piazze – tutto! – dovrebbero rispondere a quell’esigenza: la produzione».
«Non ti seguo».
«Vuoi un esempio? Gli alberi a bordo strada, ma a che servono? Le radici non fanno altro che rovinare l’asfalto, i pedoni rischiano di inciamparci, le auto che vanno fuori strada potrebbero schiantarcisi addosso, per non parlare delle foglie in autunno! Tutte azioni che il Comune deve intraprendere, tutte risorse sprecate, per risolvere problemi che potrebbero essere tagliati via alla base».
«Stai dicendo una marea di cazzate, Rob, davvero. Evita di raccontarle in giro». Stefano lo dice ridendo, cercando di non prendere troppo sul serio l’amico e di nascondere il nervosismo crescente.
«Maddiché, guarda che ho ragione».

Nel frattempo il cameriere aveva portato via i piatti vuoti dell’antipasto, apprestandosi a portare il resto del pranzo.
«E le piazze», continua Roberto col solito entusiasmo, «così inutilmente grandi».
Stefano è concentrato sul risotto che ha di fronte, mentre Roberto riflette fiero su quello che ha appena detto masticando e guardando qualcosa di indefinito alle spalle dell’amico. Stefano continua a evitare di imboccare il discorso, di alimentarlo. Si chiede come possa il suo amico essere così stupidamente entusiasta dell’oggi e del sistema economico mondiale in cui sono immersi.
«D’altra parte, il Comune e le istituzioni pubbliche sono un po’ un’impresa, no? Ed è nella natura dell’impresa creare e ripartire ricchezza, come ha detto il Lozzi prima. È il loro scopo, fare sempre più soldi».
«Ma secondo te» risponde finalmente Stefano «ha senso che un’impresa abbia il solo scopo di creare e ripartire ricchezza? Nel senso, un’organizzazione esiste solo per produrre e guadagnare, produrre e guadagnare sempre di più, a prescindere da tutto?»
«Beh, lo sai, è questo il senso delle aziende: creare valore e distribuirlo in cambio di» Roberto sfrega indice e pollice sollevando la mano a mezz’aria «denaro sonante».

Stefano abbassa lo sguardo, di nuovo sul suo piatto. «Ma questo» dice piano, «non ha niente a che vedere con la natura umana, anzi, con la natura… Un leone non uccide più di quanto possa mangiare, e»
«Solo perché non ha ancora scoperto che può conservare la sua gazzella sotto sale» lo interrompe ridendo «e scambiarla con un pezzo di giraffa».
«Ma non ha alcun senso!» sbotta Stefano. «Non ha senso continuare a produrre allo scopo di produrre: le imprese e il mondo produttivo dovrebbero rendere la vita più semplice, più felice, più autentica, e solo perché ha sempre funzionato così e funziona ancora così non significa che sia giusto. Il fine dell’essere umano è stare bene, non accumulare. Pensa a La Roba di Verga, l’hai mai letto? Lo scopo delle imprese, in quanto prodotto dell’uomo, dovrebbe essere quello di rendere più facile per le persone aiutarsi a vicenda e creare un servizio o un prodotto che possano aiutare a loro volta altre persone ad aiutarsi, non produrre in modo compulsivo e accumulare ricchezza a discapito del benessere del mondo e delle persone che ne fanno parte!»
A questo punto la sua rabbia è evidente: ha smesso di mangiare e gesticola con la forchetta in mano, spargendo chicchi di riso appiccicosi qua e là, è arrossito e il suo sguardo è tagliente.
«E io non capisco perché la gente, come te, continui a dire stronzate, a ripetere le stesse inutili cazzate, a perpetrare un sistema che sta mandando a puttane tutto, che sta finendo le risorse naturali, che sta disboscando la cazzo di foresta pluviale, e nel frattempo le scarpe di Gucci, trecento euro per mangiare dallo Chef di stocazzo e il cocktail con le fogliette d’oro bevuto con vista Ponte Vecchio, come se queste fossero le cose importanti della vita! Fanculo».

Roberto aspetta, paziente. Conosce l’amico e sa che a volte viene preso da questi tipi di deliri. Decide di non rispondere a tono: la discussione animata ha già attirato l’attenzione dei camerieri e degli altri clienti in sala e quello è un ristorante in cui vorrebbe tornare senza vergognarsi, perdio.
«Sai, ognuno di noi ha il diritto di decidere cosa sia importante per sé. Mi sembra che tu stia facendo un discorso, come posso dire, totalitario. Non puoi decidere tu cosa ha valore per me, lo decido io», dice alla fine, apparentemente calmo. «Il tuo discorso è così superficiale, Ste. Eppure sono cose che studiamo entrambi. È così che va il mondo: il mercato e i trend cambiano e le persone sono libere di fare e pensare ciò che credono. Non puoi imporre alle imprese di aiutarsi allo scopo di aiutarsi. Non ha alcun senso!»
A quel punto la conversazione è finita. Stefano si arrende.
«Uh-uhm».
Gli chiede scusa, si inventa un impegno di cui si era dimenticato, gli lascia la sua parte per pagare il conto e va via in silenzio. Lo sapeva, va sempre a finire così.

Nel frattempo, nel ristorante uno dei camerieri si avvicina al tavolo, guarda Roberto e gli dice: «Scusami, ma non ho potuto fare a meno di ascoltare il vostro discorso… sai, anch’io studio economica, sono al primo anno. Volevo dirti che, perdio, sono d’accordo con te: ma a che servono gli alberi in città?»

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