Intervista a Francesca Valente di M. Barucci || THREEvial Pursuit

Intervista a Francesca Valente di M. Barucci || THREEvial Pursuit


Intervista a Francesca Valente

di Marco Barucci

Francesca Valente, autrice Altro nulla da segnalare. Storie di Uccelli.

Uscita decisamente speciale per il THREEvial Pursuit di questa settimana con il battesimo threevialista di Marco Barucci, che si presenta sulle nostre pagine telematiche col botto, dopo aver navigato sulle cartacee dello #SBMAG16 col racconto Pressione. Il buon Marco ha infatti intervistato per noi la scrittrice Francesca Valente, già autrice del libro per bambini, Il miele. Tutti i segreti delle api (Slow Food Editore, 2010), e vincitrice poche settimane fa del XXXIV Premio ‘Italo Calvino’ con Altro nulla da segnalare. Storie di Uccelli, che è stato peraltro presentato ieri online con una diretta ospitata dal Circolo dei Lettori (e che potete vedere qui).

È un’opera che delinea – come spiega la giuria nelle motivazioni – “con scrittura limpida e elegante e delicata empatia umana i ritratti di chi ha avuto a che fare ‒ matti e non solo ‒ nei primi anni Ottanta col repartino aperto dell’Ospedale Mauriziano di Torino. A quarant’anni dalla Legge Basaglia una riflessione narrativamente coinvolgente sull’istituzione psichiatrica”. Buona lettura!

Marco Barucci: Quando si racconta una storia ci si immerge sempre in un mondo diverso. Ma spesso c’è sempre un fattore scatenante che ci fa sentire l’esigenza irrefrenabile di intraprendere un determinato cammino. Come nasce ‘Altro nulla da segnalare. Storie di uccelli’

Francesca Valente: Dall’ossessione per la memoria. Il bisogno di tramandare, affidando la voce di chi non c’è più a chi abbia voglia di ascoltare. Accumulare, ricostruire. La voce finora assente è quella dei pazienti psichiatrici dell’SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) dell’Ospedale Mauriziano di Torino negli anni immediatamente successivi alla Legge 180: precisamente dal 1980 al 1983, quando in quella struttura nata con la Legge si applicò la riforma basagliana aprendo il reparto, quindi lasciando che i pazienti entrassero e uscissero in libertà, e rifiutando la contenzione meccanica in favore del dialogo, della relazione, dell’empatia.

L’SPDC era il primo rifugio di chi era in difficoltà, viveva un disagio psichico: doveva servire da raccordo con i servizi territoriali. La voce è anche quella di altri che vissero invece nelle Ville, le comunità nate in seno ai manicomi di Grugliasco e Collegno durante il superamento. Per costruire o ricostruire le storie di questo libro ho attinto dai ricordi, condivisi con me proprio per farne un progetto, dello psichiatra e amico Luciano Sorrentino, che lavorò in quell’SPDC in quegli anni, e dalle tracce dei cosiddetti rapportini degli infermieri, annotazioni informali di quanto accadeva all’interno del reparto, o meglio il repartino. Da questi frammenti ho inventato una realtà, del tutto possibile, universale, nella quale chiunque potesse riconoscere qualcosa di familiare e grazie alla quale, soprattutto, fosse semplice comprendere l’umanità e le conseguenze straordinarie della rivoluzione psichiatrica, che ha restituito diritti a chi non ne aveva più.

ospedale mauriziano torino
Complesso dell’Ospedale Mauriziano di Torino (Foto d’Archivio)

MB: Nel 2011 è uscito un saggio intitolato “Siamo quello che leggiamo”. Quanto sei d’accordo con questo postulato. E quali scrittori hanno avuto più influenza nel tuo modo di scrivere?

FV: È vero, le storie e la lingua ci creano, plasmano il nostro pensiero e il nostro mondo, aiutano a dare forma a ciò che siamo, tracciano il profilo di ciò che possiamo diventare e lo riempiono di sostanza. Per questo è così importante avvicinare i più piccoli alla lettura, proporre storie e linguaggi e lasciare che ognuna agisca su di loro in modi imprevedibili, e ognuno scelga i mondi ai quali si sente più affine. È una missione nella quale sempre più educatori, bibliotecari, genitori considerano imprescindibile impegnarsi. Ma non c’è mai fine alla scoperta! Anche da adulti si scoprono continuamente scritture che cambiano la direzione del pensiero: si impara a leggere per tutta la vita.

Non so dire quale autore abbia avuto più peso nella mia scrittura, perché da quando ho iniziato a leggere ho abitato mondi letterari molto diversi tra loro. Sono cresciuta con la letteratura di lingua tedesca e angloamericana, con la poesia italiana e francese: ogni lettura ha contribuito in modi che non so dire a costruire una lingua personale.

MB: Vincere il premio Calvino è sicuramente uno dei trampolini di lancio più importanti per un romanzo esordiente. Cosa ti aspetti dal futuro dopo questo importante riconoscimento? Quali sono i tuoi progetti futuri?

FV: Al Premio Calvino, alle persone eccezionali e generose che lo animano, naturalmente devo molto. È già un’esperienza indimenticabile. Ora non posso che continuare a scrivere, cercando anche di meritarmi la fiducia che è stata riposta nella mia idea di scrittura. Per me la scrittura è proprio questo: restituzione. Attraverso un lavoro di scavo, un uso costante delle tracce del passato per costruire possibilità, ipotesi.

I finalisti del XXXIV Premio ‘Italo Calvino’ con Francesca Valente (terza da sinistra)

MB: La voce in uno scrittore è identità, ci si mette a nudo volendo arrivare con il nostro messaggio più interiore a un pubblico. Tu per chi scrivi?

FV: Per la mia coscienza: perché abbia la chance di riportare alla luce qualcosa di sopito che tale non dovrebbe rimanere. E per la mia memoria, che tende a rimuovere.

MB: I libri ci parlano, ci traumatizzano e quasi sempre ci insegnano. Un libro che ti ha particolarmente segnato e che hai amato?

FV: Una domanda difficilissima. Risponderei con tutti i libri di Thomas Bernhard, in specie quelli autobiografici.

MB: Sempre più persone si avvicinano all’arte dello scrivere, inseguendo un sogno che per molti è vicino a un’ossessione: pubblicare il proprio romanzo e intraprendere il mestiere del romanziere. Tu che consiglio daresti a un aspirante scrittore?

FV: Non credo di essere nella posizione di dare consigli. Posso dire però che cosa è importante per me. Lavorare sulla consapevolezza di sé e della propria scrittura: mai sopravvalutarsi. Esercitarsi continuamente, anche a partire da minuscoli dettagli o accadimenti che sembrano insignificanti. Non temere di cancellare, bruciare pagine intere nel caminetto e rifare tutto daccapo. Non cedere le armi, suggeriva Virginia Woolf, e mettersi al lavoro come una persona che cammina dopo aver visto la campagna stendersi davanti a sé. Ma prima di tutto questo ci vuole “l’ingrediente principale”, come ha scritto Luigi Spagnol in Correre davanti alla bellezza (Longanesi, 2021): la passione dell’autore. Scrivete secondo il vostro gusto, “abbandonatevi alle vostre passioni, quali che siano”.

MB: Nel tuo romanzo tocchi un tema molto delicato, che ancora oggi non ha la corretta informazione nell’opinione pubblica. Quanto sostegno c’è nella nostra società per coloro che soffrono di disturbi psichici?

FV: Per rispondere adeguatamente ci vorrebbero pagine e operatori del settore. Posso dire che il sistema territoriale è in sofferenza: disomogeneità, disorganizzazione, tagli e difficoltà a distribuire le risorse finanziarie non rendono il lavoro facile a chi si occupa di salute mentale oggi. L’applicazione della Legge resta un problema, l’istituzionalizzazione del malato psichiatrico è spesso la via più battuta. E inoltre la pandemia di Covid-19 ha aggravato la situazione: il disagio è aumentato, di conseguenza anche la richiesta di aiuto ai servizi, che scarseggiano di fondi e personale. SPDC come quello del Mauriziano, per fare un esempio, sono stati chiusi per essere riconvertiti in reparti Covid.

Forse però si è preso a parlare più apertamente del disagio psichico perché in molti, in quest’anno durissimo, hanno provato che cosa significa: forse la percezione del disturbo mentale è cambiata e forse la necessità di ripensare i servizi e destinare risorse alla cura tornerà nell’agenda politica.

MB: Il tuo romanzo è diviso in racconti, tutti cuciti insieme in maniera salda da un’identità narrativa ben definita. Quale tra tutte le storie che ti hanno toccato resterà per sempre viva nel tuo cuore?

FV: Delicate e potenti, le storie delle donne ottuagenarie che ritrovano la vita nelle “ville” all’interno dell’ex manicomio di Grugliasco.

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