Flemma, un racconto di D. Petrelli || Street Stories - INEDITO ||Three Faces

Flemma, un racconto di D. Petrelli || Street Stories – INEDITO

Flemma

Dalla mente di Dario Petrelli

Flemma_Petrelli_Brucio_street stories inedito_EV
Cover by Brucio

Vivo in periferia e, non molto distante da casa mia, c’è questo piccolo parco pubblico che, a giudicare dal diradamento dell’erba e dalle panchine piagate dal tempo, pare dimenticato da Dio. Di giorno la gente ci va ancora, specie nei weekend: famigliole a passeggio, quelli che portano il cane a pisciare e vecchi che tentano di ricordarsi come si usano le gambe. Dopo il tramonto, però, si svuota, e sulle sue querce storte e male illuminate cala il silenzio, interrotto solo dalle auto che sfrecciano ogni tanto sui viali esterni… insomma, un’atmosfera perfetta per andare a correre, almeno per me che adoro rigenerarmi in quella desolazione ovattata dopo otto ore di telefonate. È da qualche settimana, tuttavia, che non sono più la sola ad apprezzarne la quiete spettrale: anche stasera, infatti, scorgo il Flemma non appena varco l’accesso.
Si tratta di ‘sto ragazzino che becco spesso perché viene alle mie stesse fasce orarie, e la cosa peculiare non è tanto che esca a correre nonostante la giovane età – avrà, chessò, sedici anni? – quanto la lentezza siderale che si porta dietro: per dire, una delle sere in cui abbiamo corso nello stesso verso intorno al parco credo di averlo superato tre volte. E io non sono certo un’atleta, anzi. Più in generale, comunque, è come se compiesse ogni movimento con una calma viscerale, che è poi il motivo per cui l’ho rinominato così (anche se lui non può saperlo). Per carità, sembra anche un tipetto gentile, sempre sorridente quando mi incrocia; ma c’è qualcosa, in lui e nella sua… placidità, che mi urta.
Decido di sprintare subito per levarmi la sua sagoma alta e magra dalla vista. Lui mi vede da sopra la spalla prima che lo sorpassi e sul suo volto imbambolato compare il solito sorriso in segno di saluto. Mi sforzo di ricambiare la cortesia, poi accelero ancora per distanziarlo e comincio il consueto percorso lungo il sentiero in terra battuta.
Ecco l’albero con lo squarcio nel tronco… sto per finire il primo giro, ma c’è qualcosa che non va. In genere riesco a completarne quattro o cinque, oggi invece ho già il fiatone… dannate sigarette. Anzi, dannata me, che ho ripreso a fumare dopo quasi due anni di astinenza e soprattutto di ossigeno, tanto buon ossigeno per i miei bronchi che ne avevano un gran bisogno. La mia debolezza mi fa sentire un’idiota, ma è pur vero che dovevo trovare il modo per smetterla di divorarmi le unghie con la furia spietata che ci mettevo ultimamente. In pratica mi sono ridata al fumo per virare su un vizio più inquinante ma meno brutto da vedere. O almeno così me la racconto io. Eppure mi sembra strano: ho ripreso solo da qualche giorno, possibile che ne senta già gli effetti a questa maniera? Forse il problema è nella testa: non riesco a rilassarmi, stasera. Sono tesa e il corpo ne risente. Allora provo a indirizzare i miei pensieri verso scenari positivi: visualizzo il giorno in cui potrò riprendere uno stile di vita normale e muovermi per rincontrare la mia famiglia e i miei amici, tornare a vedere il mare e il mio paese; o quello in cui qualcuna delle agenzie a cui mando le mie candidature finalmente mi chiamerà e io dirò sì al volo, vi stavo aspettando, do subito le dimissioni… Mi concentro sul movimento delle mie gambe e sento il respiro calmarsi, farsi regolare. Lascio che il buio della sera e il fruscio dei rami smossi dal fresco vento primaverile riempiano la mia mente. Ora è tutto al posto giusto.
Ora non più. Riaffiora improvviso il ricordo di una delle chiamate di ieri:
Voce roca maschile: «Pronto?»
Io: «Buongiorno, sono Irma e la chiamo da Energiton. La contatto per sapere se è attualmente soddisfatto del suo contratto con…»
Lui: «A’ signorì, mavvaffanculo…» Tuu-tuu-tuu-tuu.
Peccato, ha riattaccato prima che potessi dirgli: «Grazie, molto gentile. È un piacere per me guadagnare tre lire e uno sputo in faccia per telefonare a dei casi umani come lei… d’altra parte, quale modo migliore di sfruttare una laurea umanistica, oggigiorno? La ringrazio ancora e le auguro tante buone cose, chessò, magari un autotreno che la prende in pieno a duecento all’ora!»

Ho fame. D’aria. La testa è in subbuglio. Non è serata, Irma. Fermati. Il petto sta iniziando a salire frenetico, cazzo, sto per avere un attacco… Calma: ora ti siedi, aspetti qualche secondo e torni a casa, dove c’è il tuo amico spray ad attenderti. Proprio mentre rallento per arrestare la corsa, però, sento la pianta del piede sinistro piegarsi su un sasso. La caviglia fa un movimento irregolare, provo a recuperare l’equilibrio ma la gamba cede di nuovo e finisco carponi per terra.
Il respiro è esploso. Cerco di calmarmi, di far passare il picco, ma il cuore bombarda il torace e sento che sto scivolando nel panico. Molto male Irma. Chiudo gli occhi.
Una voce arriva a me da qualche parte: «Ehi, tutto bene?».
È il Flemma? “Come no” vorrei rispondergli, se solo avessi un briciolo d’aria da sprecare “alla grandissima, non si vede?”
Mi limito a far cenno di aspettare nella direzione da cui provenivano quelle parole. Poi mi sollevo sulle ginocchia, mantenendo il busto leggermente piegato, mettendocela tutta per placare l’insurrezione dei miei polmoni. Tento di inspirare a fondo dalla bocca. All’inizio ne vengono fuori solo dei ragli orribili. Con pazienza, Irma, lo sai. Non apro gli occhi, non ancora, resto immersa nell’oscurità. Pian piano qualcosa si scioglie, l’ossigeno riesce a scendere ogni volta un po’ di più. La tregua è vicina. Inspira, espira. Arriva l’accordo di pace fra me e i miei bronchi.
Apro gli occhi. Vicino a me c’è il Flemma, piegato a fissarmi con uno sguardo angosciato che manco fossi morta.
«Ora va meglio» dico piano, e la sua faccia occhialuta si distende in un’espressione di sollievo. Mi porge le mani per aiutarmi a rimettermi in piedi, cosa che faccio con molta attenzione perché sento la caviglia pulsare.
«Una storta?» fa lui, che evidentemente mi ha vista cadere.
«Eh, mi sa…»
Mi trascino zoppicando fino alla panchina, dove mi siedo per aspettare che il petto si calmi definitivamente. Il Flemma rimane in piedi a qualche metro, fa finta di niente ma sento che ogni tanto mi osserva sottecchi; per fortuna però tace senza far domande per un paio di minuti, quelli che mi servono per accertarmi che la situazione sia ormai sotto controllo. Ok, posso incamminarmi verso casa. Mi alzo, ma poggiare il piede sinistro è uno strazio. Lui registra la smorfia sul mio viso.
«Sicura che è tutto ok?»
«Sì, è un po’ gonfia, non è nulla di che».
«Se vuoi posso accompagnarti, almeno ti appoggi…»
«No, no, grazie, ce la faccio» ma non è vero, la caviglia è molle e faccio palesemente fatica a deambulare. Lo guardo bene per capire se sia realmente disposto ad aiutare: dall’atteggiamento preoccupato si direbbe di sì.
«Ok, se proprio non ti disturba darmi una mano… non abito lontano da qui, comunque».

Ci lasciamo il parco alle spalle. Immagino che per un po’ sarà tutto del Flemma.

«Ah, non mi sono presentato: mi chiamo Marco, piacere» mi fa, mentre arranchiamo sul marciapiede e io mi tengo alla sua spalla. Ci muoviamo lenti sotto le campane di luce gialla profuse dai lampioni, la strada che porta al mio isolato è deserta e a vederci così potremmo sembrare i protagonisti di un film drammatico. Salvate la soldata Irma.
«Irma, piacere».
«Hai avuto un attacco di panico, prima?» chiede.
«No, asma… soffro d’asma e ho avuto una piccola crisi».
«Ah… e si può andare a correre se si soffre d’asma?»
«Beh, sì, poi dipende. In linea di massima farebbe anche bene».
«Ah, capisco. Colpa della storta, quindi?»
Avrà pure delle movenze da tartaruga, ma il ritmo nel far domande non gli manca di certo. Non lo facevo affatto un tipo loquace, e invece… In ogni caso farsi cinque minuti in silenzio mentre sono letteralmente aggrappata a lui sarebbe imbarazzante, per cui è difficile biasimarlo.
«Sì, diciamo che la storta ha peggiorato la situazione, ma ci sono anche altre ragioni… oggi facevo prima a rimanermene a casa, mettiamola così».
Quello sta zitto per qualche secondo, sembra pensieroso. Poi fa: «Tu fumi, vero?» dal nulla. «Si sente ancora?»
«Un po’, dai vestiti credo…»
Mi sa che devo smetterla di fumare in camera.
«Purtroppo sì, ho ricominciato da poco».
«Ah… e si può fumare se…»
«No, ovviamente no» lo interrompo prima che possa finire «chi soffre d’asma, pure se in forma lieve come me, non dovrebbe decisamente fumare. Solo che io non ho potuto farne a meno, perché è proprio un bel periodo di merda».
Tace di nuovo. Sono suonata un po’ brusca? Lo spio con la coda dell’occhio: guarda a terra, assorto.
«Sì, proprio un bel periodo di merda» dice, e nella sua voce risuona una nota d’ombra che mi colpisce. Già, forse perché dimenticavo che il Flemma fa parte di quella categoria di individui che hanno avuto la sfiga di essere giovanissimi in questo clima da fine del mondo. Certo, non sembra il tipico ragazzino di cui diresti che ‘scoppia di vita’, ma immagino che l’adolescenza nel pieno di una pandemia mondiale non debba essere un’esperienza facile, nemmeno per lui.
«Sei stressata perché ti mancano gli amici?» chiede, per tener viva la conversazione. Visto che mi sento in colpa per aver provato un’antipatia prematura nei suoi confronti, mi lascio andare. Senza scendere nei dettagli gli dico che odio il mio lavoro, odio il non poter fare una mazza di niente e odio il non poter vedere le mie amiche, sì.
«E come mai non cambi lavoro?»
Wow, che ideona, vorrei dirgli, come ho fatto a non pensarci prima. Poi però mi dico che probabilmente, all’età sua, pensavo anch’io fosse così semplice.
«Quanti anni hai, Marco?»
«Diciassette».
«Mmm… sai già cos’è il paradosso del Gatto di Schrödinger?»
«Non benissimo… mi pare si tratti di una situazione incerta, per cui c’è un gatto in una scatola e non sai se è vivo o morto… giusto?»
«Bravissimo… ecco, preparati perché quando avrai la mia età conoscerai il paradosso del Curriculum di Schrödinger, come lo chiamo io: tu prepari un curriculum, lo mandi, e poi sai cosa succede? Niente di niente. Non ti contatta nessuno, e tu rimani così, a chiederti se quel curriculum è mai stato letto o no. Ecco, il mondo del lavoro funziona più o meno così, per me».
Mi fissa per un attimo con aria perplessa, poi ride.
«Dai, pian piano qualcosa si trova…»
Certo, pian piano, come te.
«E il ragazzo? Ce l’hai?»
Lo osservo bene per capire se fosse una domanda anche solo vagamente interessata, ma il suo sguardo è candido e incantato come al solito.
«Senti, lasciamo stare quest’argomento… tu piuttosto, come mai dicevi che è un periodo di merda? Ti mancano gli amici, la scuola?» chiedo, mentre ci apprestiamo ormai a entrare nella via di casa mia.
«Beh, in realtà…» si irrigidisce, sembra voler rimanere zitto. Poi però continua, forse per rispetto verso di me che invece mi sono sfogata: «Non è che abbia tutti ‘sti amici, alla fine…» Ahia.
«Infatti all’inizio l’idea di restarmene a casa mi piaceva anche, ora però mi ha stancato. Va a finire che passo troppo tempo a pensare a me stesso e alle cose più negative, e a volte mi sembra come di avere un labirinto nel cervello… ho pure iniziato a correre per provare a svagarmi un po’!»
Mi sento improvvisamente triste per lui e vorrei tanto poterlo aiutare con qualche solenne frase d’incoraggiamento, ma non mi viene nulla se non un banalissimo: «Forza, vedrai che le cose andranno meglio in futuro…»
«Certo, io sono un tipo ottimista. Come dice sempre anche mio nonno: “L’importante è non arrendersi”». Poi aggiunge, con tono malinconico: «O meglio, come diceva, prima del coronavirus…»
Oh, merda… «Mi dispiace… quando è successo?»
«Cosa? No, no, sta bene…» ride, poi riprende: «Solo che ora è sempre incazzato perché la pandemia non passa più, e dice che i problemi in ‘sto Paese non si risolveranno mai».
Certo che questo ragazzino è proprio strambo alle volte.
«Già, sembra che ogni crisi duri per sempre di questi tempi» commento.
«Sì, ma prima o poi finiscono. Bisogna solo impegnarsi e fare le cose con calma, un po’ alla volta, solo così si può aggiustare tutto» conclude lui, dall’alto dei suoi diciassette anni. Del resto, mi paiono dei principi molto coerenti con la sua persona. Dovrebbe pubblicare un manifesto delle sue idee: il “Manifesto Flemmatico”. Lo spirito, perlomeno, è quello giusto. O forse, è semplicemente l’unico possibile.

Arriviamo sotto casa, e il Fle… Marco si offre anche di andare a fare la spesa per me, se ho bisogno di qualcosa.
Gli dico che per ora è tutto ok, «grazie. E grazie mille per avermi fatto da stampella».
Lui sorride ancora una volta e se ne torna verso il parco, corricchiando con la sua solita ‘grinta’.
Salgo a casa e lego subito del ghiaccio intorno alla caviglia con una calza. Fa male ma per ora non posso fare molto altro, più tardi applicherò una pomata. Arrivo saltellando su un piede in camera e mi butto sul letto per riposarmi un po’, prima di farmi una doccia e ordinare la cena. Mi rendo conto che il respiro è del tutto stabile, adesso… Lo spray può anche rimanere nel cassetto.
Apro il portatile. Vedo subito il file Word della cover letter, rimasto aperto da quando ho messo il pc in stand by. Ho passato ogni momento libero della giornata a prepararla per inviarla a un’organizzazione dove mi piacerebbe lavorare, ma alla fine ho desistito perché mi faceva pena. La rileggo e niente, mi fa ancora pena. Ma non mi butto giù: pian piano la aggiusterò e la invierò insieme al curriculum. Dopodiché manderò altre candidature. Prima o poi, qualcuno mi chiamerà.

Dario Petrelli_INT

Dario Petrelli
Nasce nella provincia di Bari e vive attualmente a Firenze, dove lavora e scrive cose. Una volta gli hanno spiegato che nella vita non si deve mai dire “ci provo”, si deve dire “lo faccio”. Perché sì, perché fa più figo. Lui però è un vero ribelle e quindi continua a provarci.

Flemma, un racconto di D. Petrelli || Street Stories – INEDITO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su