F***in’ lucky Italian – Viaggio in Tasmania, atto VIII- G.Bindi

Fuckin' lucky Italian. G.Bindi
Alina è una bella persona. Nel tragitto verso casa sua, situata nella ridente North Hobart, ci fermiamo dall’ex marito a prendere i figli di 6 e 2 anni. Lui sembra non battere ciglio, si mostra gentile ancorché non molto interessato alla mia storia e tantomeno al contesto da cui ero stato prelevato. Arrivati a casa, io e lei pranziamo e nel mentre ci conosciamo meglio. Mi racconta del trauma del divorzio, ancora fresco per essere rimarginato, soprattutto nei figli. I capricci, il non sopportare la lontananza della madre anche solo per un attimo, l’irrequietezza sono sintomi di chi ha visto la propria infanzia turbata da colpe non sue.
Dopo un paio d’ore – altro esempio di come il viaggio possa non essere esclusivamente geografico, o al limite spirituale, ma anche costituito da scambi interlocutori molto intimi fra completi estranei – lei si avvia verso il luogo di lavoro avvertendomi che mi aspetta per cena. Io ne approfitto per andare a trovare Shireen, l’amica con cui avevo avuto una storia e avevo viaggiato in macchina subito dopo il mio arrivo sull’isola.

Aveva trovato casa proprio a North Hobart, quindi a occhio e croce non avrebbe dovuto essere tanto difficile trovare casa sua andando a piedi. E invece sì. Stanco di camminare a vuoto chiedo informazioni ad una signora che sta entrando in macchina. Lei ci pensa un po’ e mi dice che è più facile portarmici, che tentare di spiegare dove sia. Sono così abituato alla gentilezza del popolo tasmaniano che ormai non ci faccio più caso; così come molto più ingenuamente non faccio caso alla strada che collega il punto A e B del mio futuro ritorno a piedi.
Saluto Shireen, mi offre una tazza di tè e comincio a descrivere le avventure accadutemi nelle settimane precendenti, incluso il corso di meditazione. Le parlo di John, Jürgen, Iris, Graham, Claire, Flavian, Brett, Barbara e di tutti i personaggi che ho avuto la fortuna di incontrare. Lei mi racconta della scuola d’arte, più impegnativa del previsto ma chiaramente la strada che avrebbe sempre voluto percorrere. Si è fatto tardi. Mi spoglio e faccio un cambio rapido di completo –sì, lei si era offerta di custodire parte della mia roba per permettermi di viaggiare più leggero e sì, avevo estremo bisogno di cambiarmi i pantaloncini e la maglia logorati dalla natura e dalla libertà- . Lindo addosso e nell’anima abbandono la casa e mi incammino. L’autunno fa imbrunire prima del dovuto le strade, che adesso sembrano ancora più uguali l’un l’altra di quanto non fossero già. Dopo aver percorso da una parte all’altra tre o quattro stradoni in cerca della casa di Alina, la triste constatazione: mi sono perso.

Trovo un supermercato e mi ci fiondo dentro. Inizio a chiedere ad ogni commesso il suo smartphone per vedere su Google Maps se puta caso riesco a riconoscere il nome della via che sto cercando. Non che sappia quale sia, ma sono arrivato al punto in cui voglio testare se l’assonanza di qualche nome possa far risuonare un campanello nel mio cervello. Mossi probabilmente da pietas nel vedere chi, dallo spaesamento, assomiglia più a un cervo in tangenziale che a un ragazzo dal senso dell’orientamento ridotto, cedono alle mie richieste. Quindi, dopo aver disturbato la maggior parte dei dipendenti – che non stavano comunque lavorando fino quel momento – , scelgo una via a caso dallo schermo del telefono di un magazziniere, ringrazio tutti e me ne vado.

Non so come, riesco a trovare la suddetta via e, dopo un attento studio architettonico, procedo a suonare i campanelli delle case che mi sembrano più simili al vago ricordo che ho di quella di Alina. Un campione molto eterogeneo di età, sesso e razza mi apre dai cinque portoni su cui ho puntato la mia fortuna, tutti con la solita espressione mista tra sorpresa e spavento. Nessuno di loro è, conosce o ha mai avuto a che fare con Alina. Ormai senza speranza provo a importunare dei tizi che stanno dialogando allegramente dall’altra parte della strada. Uno di loro mi invita a salire in macchina per aiutarmi a cercarla.
L’idea non è male. Le cosiddette stradine del quartiere residenziale sono paragonabili alle nostre statali, con la differenza che sono molto meno rovinate e molto più illuminate. Il pensiero di farle tutte a piedi è stato fino ad allora molto demotivante e arduo anche dal punto di vista logistico.
«Come si chiama questa Alina di cognome?»
«Non lo so»
«Hai l’indirizzo o il numero di telefono?»
«No»
«Ti ricordi il colore della casa, o del cancello, o magari se da fuori si può vedere la sua auto?»
«Credo bianca; credo che il cancello sia verde o marrone o basso; e non ricordo».

Provo a dargli qualche spiegazione, di come effetivamente siano andate le cose, che l’ho conosciuta stamattina e che mi ha ospitato a casa sua, ma dopo due tentativi andati a vuoto, sembrano tutti pretesti per nascondere la mia natura di stalker che sta elundendo qualche ordine restrittivo. Alla fine, dopo tante sofferenze e patimenti, suono alla porta giusta e vengo accolto come un reduce di guerra. Ho impiegato due ore e mezzo invece dei canonici venti minuti. Chiedo umilmente scusa e mangio il pasto ormai freddo, provando a realizzare sia la fortuna che ho avuto, sia il grado di incoscienza in cui è affogato il mio giudizio dopo quasi tre mesi di viaggio.

Visti i risultati, la mattina dopo decido di abbandonare Hobart. Ho telefonato a Claire, la cantante; quella sera si esibirà in un pub a Devonport, dopodiché finalmente sarò ospitato a casa sua in mezzo alla famosa Tarkine Forest.

Riparto; ormai mi sento molto più a mio agio nella precarietà dello spostamento che nella tranquilla sedentarietà. Trecento chilometri, ormai non so neanche cosa vogliano dire. Con i passaggi riesco ad arrivare molto agilmente due ore prima dello spettacolo. Mi dò una sciacquata in un bagno pubblico e mi metto quindi a leggere sul lungomare. Claire arriva, ci salutiamo e carico il mio ingombrante zaino nella sua macchina. Andiamo a cena e ci beviamo una birra con una sua amica. Non avrei mai pensato che la sua voce mi rifacesse lo stesso identico effetto della prima volta. Anche se sono preparato i graffi al cuore li sento ancora e la mia attenzione non viene deviata neppure per un momento, fino all’epilogo: il duetto acustico con la sua amica sulle note di “Dancer in the dark” del Boss, Springsteen. Dopo lo spettacolo il tempo di un’altra birra e siamo in partenza. Salutiamo l’amica – che mi pare si chiamasse Cristina – e via: ci attendono due ore di viaggio. Dopo esserci conosciuti meglio, le illustro la mia opinione su ciò che sto facendo:
«Siccome non so dove andare, aspetto che sia il caso a portarmi sulla strada giusta»
«E come fai a sapere che è proprio quella giusta?»
«Quando le coincidenze sono troppo clamorose perché il caso non inizi ad essere chiamato destino».

Proprio qualche minuto dopo, già in piena foresta e a una mezz’ora scarsa dall’arrivo, il miracolo. Davanti ai nostri fari, che illuminano lo sterrato ad un’onestissima velocità di venti chilometri l’ora, sbuca dalla vegetazione l’ormai tristemente raro Diavolo della Tasmania. Decimato dall’intervento invasivo dell’uomo nel suo habitat e da una malattia virale, il caratteristico animale dell’isola è a rischio estinzione ed è praticamente impossibile da vedere al di fuori delle apposite gabbie allo zoo. I nostri sguardi increduli seguono l’animale fare qualche metro a corsa davanti all’auto, e poi, com’era venuto fuori, risparire nel nulla dall’altra parte. La nostra eccitazione è euforica, e non appena le urla si sono calmate un pochino, Claire mi guarda e mi fa:
«Beh, a quanto pare sei proprio sulla strada giusta, fuckin’ lucky italian».

Gianluca Bindi

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