Festa mobile: une génération perdue, un articolo di R. Cannarsa || THREEvial Pursuit

Festa mobile: une génération perdue

Del vivere in prima persona

di Rocco Cannarsa

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Festa mobile è Parigi, una Parigi degli anni venti che si intreccia con la vita e col cuore smarrito di un giovane Hemingway e sua moglie Hadley. Non è solo questo: come spiega nell’introduzione Patrick Hemingway, secondo figlio di Ernest, la festa mobile è un modo di essere, è una parte di noi, una condizione che ci si porta dentro.

Il libro è stato pubblicato postumo nel 1964. È un lavoro frutto di manoscritti precedenti integrati e scelti dalla quarta moglie Mary Walsh. Racconti, note di vita, ricordi costruiscono una storia che fa precipitare il lettore nella pienezza della vita cittadina. Mostri sacri come Hemingway stesso, Scott Fitzgerald, Ford Madox Ford, Ezra Pound, Gertrude Stein, sembrano non essere soltanto frutto del proprio talento ma dell’ambiente culturale parigino: quello dei caffè, quello di apertura, di interesse, di attenzione al confronto come attitudine, prerogativa dello stesso lavoro. Vediamo un circolo vivo e coeso, che dà origine a un continuo dialogo di crescita che contribuisce alla formazione degli artisti stessi.

Leggere Festa mobile sotto questo unico punto di vista non è abbastanza. Lo si ridurrebbe alle peripezie di poveri artisti da strapazzo, si finirebbe banalizzandolo col ‘mainstream bohémien’ e tutto il resto. Il mio è quindi un invito alla (ri)lettura di questo libro approcciandocisi dimenticando, non senza difficoltà, che “possa essere” una biografia.

“Ti ho visto, bellezza, e adesso tu mi appartieni chiunque sia che stai aspettando e anche non dovessi vederti più, pensavo. Tu mi appartieni e tutta Parigi mi appartiene e io appartengo a questo quaderno e a questa matita. Poi ripresi a scrivere e finii nel pieno della storia che si scriveva da sola e non alzai più gli occhi e neanche tenni più conto del tempo né pensai a dov’ero né ordinai altro rum St James. Ero stanco del rum St James anche senza pensarci.

Poi finii il racconto ed ero molto stanco. Rilessi l’ultimo paragrafo e poi alzai gli occhi e cercai la ragazza e lei se n’era andata. Spero se ne sia andata con un uomo perbene, pensai. Ma mi sentivo triste. Chiusi la storia nel mio quaderno e lo misi nella tasca interna della giacca e chiesi al cameriere una dozzina di portugaises e una mezza caraffa del loro bianco secco. Quando finivo un racconto mi ritrovavo sempre vuoto e sia triste che felice, come se avessi fatto l’amore, ed ero sicuro che fosse un racconto molto buono anche se avrei saputo davvero quanto buono soltanto quando l’avessi riletto il giorno dopo”.

Ernest Hemingway – ‘Un bel Café in Place St-Michel’, Festa Mobile.

L’opera è buona quando supera in tutto e per tutto l’autore, nel senso di renderlo secondario, persino irrilevante. Banalizzando: una poesia è pur sempre una poesia a prescindere dall’autore e a prescindere dall’essere letta. Non va negato, però, che sia l’autore il motore dell’opera d’arte, l’artefice, appunto. Kant parla di “produzione mediante libertà”, perché l’atto del pensare-realizzare un’opera è fondamentalmente libero, per quanto a volte si parli di necessità dell’opera d’arte di esistere per sé stessa o, concetto cui allude lo stesso Hemingway (“finii nel pieno della storia che si scriveva da sola e non alzai più gli occhi e neanche tenni più conto del tempo né pensai a dov’ero né ordinai altro rum St James“), dell’inghiottire l’autore nel proprio flusso e al contrario relegarlo a mezzo per la propria realizzazione.

Inoltre, un’opera non è neanche riducibile all’intenzione dell’autore perché la si renderebbe semplice strumento comunicativo, tagliandone fuori la componente immaginativo-interpretativa del fruitore, figurarsi l’utilità che avrebbe affiancarla alla biografia. La necessità di ricondurre avvenimenti narrati in prima persona alla vita privata dell’autore, è il segno che la storia non è abbastanza forte da aver taciuto questa naturale curiosità nella mente del lettore, non concedendogli di godere appieno dell’opera in quanto tale. Quel desiderio di alcuni lettori (e critici) di ricondurre romanzi, temi o scelte narrative a momenti biografici dell’autore è, per quanto mi riguarda, un tentativo di comprensione del processo creativo, per nulla rilevante ai fini dello “sviscerare” l’opera e comprenderla appieno.

“Quando cominci a scrivere storie in prima persona, se le storie sono rese così reali che la gente ci crede, la gente che le legge quasi sempre pensa che le storie siano davvero successe a te. Questo è naturale perché quando le stavi inventando dovevi farle succedere alla persona che le stava raccontando. Se lo fai in modo sufficientemente efficace, accade che la persona che sta leggendo finisce col credere che le cose siano successe anche a lei. Se riesci a farlo stai cominciando a ottenere quello a cui miravi, cioè fare qualcosa che diventerà parte dell’esperienza del lettore e parte dei suoi ricordi”.

Ernest Hemingway – ‘Dello scrivere in prima persona, Festa Mobile.

Questa mezza pagina di Ernest Hemingway tratta da Dello scrivere in prima persona, uno degli scritti di Festa mobile, è sempre stata per me in tal senso illuminante. Si prendono di petto, con una inaudita semplicità, i temi di cui sopra e i loro possibili sviluppi, ad esempio quanto la scrittura possa essere verista. Nei dialoghi, nel modo di parlare. Un caro amico cerca instancabilmente di convincermi che lo scrivere sia mediare la realtà con la finzione (e viceversa). Io non sono mai riuscito ad accettarlo, pensando che la scrittura, quella vera, funzioni quanto più si avvicini alla realtà. Una scrittura onesta, come direbbe Hemingway, magari anche banale come la realtà stessa.

L’esempio con cui il mio amico giustifica la tesi è che se qualcuno volesse cimentarsi a riportare nell’estremo dettaglio gli sketch di vita della propria giornata su carta, si noterebbe quanto essi siano inadatti alla scrittura. O meglio, quanto la vita da sola non basti alla scrittura. Semplicemente non funziona. La realtà potrebbe sembrare mal scritta. Difatti lo stesso Hemingway (“se le storie sono rese così reali che la gente ci crede“) non parla di una realtà magistralmente descritta ma di plasmare, imprimere una storia di realtà. Questa tesi però aiuta più facilmente a spiegare perché l’autore di narrativa in prima persona “non può ragionevolmente aver fatto tutto quello che il narratore ha fatto e, forse, niente del tutto”.

Festa Mobile diventa per me una piccola guida per scrittori, una panoramica di ciò che è il mestiere di scrivere. Un lavoro che non si può limitare alle ore di ufficio, perché la scrittura è vita. E se scrivi in modo “sufficientemente efficace,” – frutto di un metodo, impegno, non solo frutto di virtù, talento, ma di sudore leopardiano – “accade che la persona che sta leggendo finisce col credere che le cose siano successe anche a lei”. La possibilità quindi di trovare l’universalità nella particolarità, la storia, i pensieri di una molteplicità di individui specchiati in un’individuale visione del mondo. Interiore perché truccata, narrabile, resa fiction. Se riesci a farlo stai cominciando a ottenere quello a cui miravi, cioè fare qualcosa che diventerà parte dell’esperienza del lettore e parte dei suoi ricordi. La stranezza che coglie l’attenzione e la familiarità che assottiglia il limite con il diverso, l’altro da sé.

Per scrivere bene dunque devi vivere, ascoltare, guardare. Non si smette mai di lavorare. Per non pensare al lavoro devi leggere (la lettura però va a influenzare il lavoro, lo stile) o fare l’amore, ma poi tutto torna uguale, e il racconto non può scriversi da solo o non avrai niente da scrivere il giorno dopo. Questo è uno dei consigli di Festa Mobile, che insegna come essere un artista sia una “falsa primavera”, perché dietro a ogni felicità c’è sempre un abisso incolmabile, frutto dei propri splendori e le proprie miserie al contempo. Questo concetto sembra portare consapevolmente e senza inquietudine alla soglia di ciò che mi piace definire ‘autolesionismo mentale’: una sofferenza ineludibile perché fa parte della propria visione della realtà.

Mi viene in mente il nuovo e molto discusso (troppo negativamente, a mio avviso) album di Francesco Bianconi, che nel brano L’abisso dice “guardo il mondo senza gli occhi che vorrei”. Il riferimento è a un dramma personale che cambia il modo di vedere. Uno sguardo innaturale che è patologia di quella sensibilità “artistica” degli animi malinconici – su cui mi sento quanto il più possibile di insistere ogni volta che ne ho occasione – che trovano nella creazione artistica una via di fuga o banalmente di sfogo dai loro traumi. Perché è il proprio abisso la spinta alla produzione. Penso al neonato Eccitare l’abisso di Roberto Masi, indagine dell’umano vuoto/profondità attraverso l’arte indagine che, come scrivere, costa dolore, ma doverosa per essere padroni di sé. 

Un esempio di questo amore-odio verso la propria vita/visione del mondo è la povertà che incornicia l’esistenza di Hemingway negli anni del racconto. Una povertà non solo evitabile in più occasioni ma quasi ricercata, come se servisse a mantenere viva quell’ansia di cadere nel proprio baratro, alimentando il proprio dramma in modo che diventi la propria ragion d’essere. “Noi mangiavamo bene e a poco prezzo e bevevamo bene e a poco prezzo e insieme dormivamo bene e al caldo e ci amavamo”. Hemingway si dice “molto povero e molto felice”. “Tutti i quadri erano più intensi e più chiari e più belli se eri a pancia vuota, con una fame da lupo”.

Uno stile di vita che rimanda alla sofferenza di un santo o di un martire, capace di portare alla follia e alla malinconia di cui parla Walter Benjamin ne L’origine del dramma barocco tedesco. Una sofferenza (in)naturale per l’inadeguatezza verso la propria sensibilità e la propria visione del mondo, di cui non si è che vittime. Uno stile di vita che ti fa morire nell’immortalità, che ti fa sentire padrone del mondo intero, potendolo fissare su carta. Ma ti rende schiavo, di un quaderno e di una matita.

La bohème, la bohème
On était jeunes
On était fous
La bohème, la bohème
Ça ne veut plus rien dire du tout


-Charles Aznavour

Festa mobile: une génération perdue, un articolo di R. Cannarsa || THREEvial Pursuit

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