Empireo, un racconto di G. Bindi || Street Stories ||Three Faces

Empireo, un racconto di G. Bindi || Street Stories


Empireo

di Gianluca Bindi

Illustrazione di Bladi

Amazzonia meridionale, 1655. Un’altra alba, l’ennesima. Dall’altra parte della bagnarola, Pereira si era fatto rapire da un sonno leggero e vigile, con l’immancabile fucile in braccio. Le altre barche procedevano lente, in coda, con il rispettivo scagnozzo di turno a seguire la carovana. Rodrigo non dormì quella notte, era nervoso. Dopo settimane di navigazione a ritroso del fiume la meta era vicina. Pensò se fosse realmente vero che a Lisbona in quello stesso momento fosse mezzogiorno. Sbuffò incredulo per come il suo popolo avesse letteralmente ‘allargato’ il mondo continuando a eccellere in ciò che sapeva fare meglio: navigare.
La mattina che suo padre si imbarcò per il Nuovo Mondo la prese un po’ così, come l’ultima occasione per un poco di buono squattrinato e senza speranza. Gli chiese di venire con lui, ma non se la sentì; al contrario suo non era ancora arrivato all’ultima spiaggia. Le ultime parole che gli disse furono: «Ti aspetto alla foce del grande fiume». Quella stessa sera Rodrigo assaltò un mercante, lo derubò, spese tutto il bottino in vino e stuprò la figlia dell’oste. Ecco da che famiglia veniva, come poteva dunque pensare di cambiare vita, o addirittura mondo? Cinque anni di carcere dopo, però, le autorità imperiali gli proposero uno sconto di dieci anni in cambio dell’espatrio. Riuscì a imbarcarsi su una caravella e vide le Azzorre, Madeira e la Guinea. Fece un carico di negri e, ripartendo per il Brasile, toccò con mano l’immensità del nulla dell’oceano. Una volta arrivato a Belèm, alla foce del grande fiume, chiese notizie di suo padre, senza successo. Rimase bloccato nel limbo per un paio di settimane, indeciso sul da farsi. Proprio quando cominciava a credere che fosse morto, una mattina, passeggiando sul lungofiume, vide degli uomini scaricare dei sacchi da alcune bagnarole. Un individuo in particolare pronunciò il nome, che aleggiò subito alle orecchie di Rodrigo: Antonio Mendes. Fu così che conobbe Pereira. Gli disse che non solo suo padre non era morto, ma che erano anni che lo stava aspettando. A giorni sarebbe ripartito con barche e uomini per la spola, «Em direção ao Mato Grosso» gli disse.
Non si era mai del tutto abituato ai rumori incessanti di quella terra sperduta: il chiasso degli uccelli, i richiami di animali non bene identificati e lo strisciare perpetuo delle acque placide e limacciose sotto la barca. Ma forse era soltanto intimorito dal vuoto umano, dall’ancestralità captata nel solo lambire quella Giungla Fitta. Era già qualche giorno che lo Xingu si stava restringendo e, di conseguenza, il muro di alberi altissimi e di versi che squarciavano il silenzio non cristiano si avvicinava minacciosamente. Verso metà mattinata Pereira lo raggiunse a prua, scrutando l’incedere di anse tutte uguali alle altre. Dopo un silenzio duraturo, aprì la bocca dai denti cariati: «Mezza lega, sponda ovest». Rodrigo aguzzò la vista fra i raggi del sole che cominciavano a non dare tregua. D’un tratto vide una forma viva, venuta dall’impenetrabile, che armeggiava in prossimità della riva. Fu catturato dalle sue movenze e dal corpo nudo, piccolo ma slanciato. Si infiammò scorgendo le rotondità della pelle rossiccia e i capelli nerissimi che le scendevano sui seni. Una ragazza a cui probabilmente non era stata ancora instillata l’idea di pudore, pensò. Pereira urlò ordini agli altri scagnozzi per l’approdo e lo scarico delle materie prime. Rodrigo si distrasse un attimo e perse quella bellezza pura fra la vegetazione, una bellezza creata da un dio differente, ma forse più onesto con gli uomini. Ignorò Pereira e si diresse a cercare suo padre.
Una volta addentratosi fra gli alberi, in costante atto di soggezione nei suoi confronti, rimase scosso. Vide delle capanne e vide un brulicare di vita morta. Vide l’una e l’altra milizia di genti: la prima facente la spola con sacchi di terra sulle spalle, su un’altura; l’altra coi fucili in mano ad aspettare. Fra queste ultime lo scorse una figura nota, che si diresse a braccia aperte verso di lui, ammettendo di non aver mai perso la speranza. Antonio vide suo figlio assetato e in leggero stato confusionale, così ordinò a qualcuno di portare dell’acqua. Mentre Rodrigo trangugiava il liquido dalla ciotola, l’altro gli raccontò delle sue avventure, della spedizione che aveva deciso di non condurre da San Paolo, perché al sud i selvaggi facevano guerra e la presenza dei gesuiti spagnoli era troppo ingombrante. Gli disse che quella terra era enorme e che i fiumi portavano potenzialmente ovunque, bisognava soltanto avere la scelleratezza di partire per l’ignoto. Poi fece segno a Rodrigo di seguirlo, avviandosi verso l’altura: «Lo so che la tua curiosità non ti sta dando tregua, un attimo di pazienza e il tuo desiderio sarà soddisfatto». Placata la sete, a Rodrigo sembrò di aver riacquisito pure una vista ottimale. Fu in grado di vedere le due correnti che fluivano una accanto all’altra su e giù per la salita, formate da selvaggi marcati dalla testa ai piedi di bianco, con facce annientate dallo sforzo. A mano a mano che salivano vide la collina che si faceva cava, udendo picchettare e scavare. Una pozza di fango biancastro gli si aprì davanti: un calderone di melma liquida dove gli indios rastrellavano la terra e attorno al quale si raggruppavano come una candida rosa in attesa del proprio turno. Rodrigo era incredulo, sia per l’estensione della miniera, sia per le centinaia di uomini al servizio di suo padre. Antonio sorrise. Poi buttò un urlo in una lingua sconosciuta. Un selvaggio claudicante di fatica si avvicinò e, arrivato nei loro pressi dispiegò la mano. Rodrigo ebbe un sussulto. Agguantò avido il pesante splendore, il lume della ricchezza e della realizzazione; dell’onnipotenza.
«Questa giungla ne è piena figliolo. Benvenuto in paradiso» disse Antonio fregandosi le mani. Rodrigo strinse la pepita d’oro come se volesse incastonarla nella sua mano. Affiorò un sorriso di desiderio e cupidigia. Ripensò a Lisbona, quando viveva in catapecchie luride, quando per sopravvivere doveva delinquere e scappare dalle guardie. A un tratto vide in lontananza la ragazza nuda della riva, che si dirigeva verso una capanna. Strinse ancora di più la pepita. Suo padre gli mise la mano sulla spalla e lo guardò negli occhi.
«Questo non è il Portogallo, Rodrigo. Qua non c’è legge, non ci sono guardie. Qua diventeremo ricchi e, in più, qualsiasi cosa faremo non ne pagheremo le conseguenze. Perché qua neppure Dio è arrivato ancora». Antonio allungò il braccio in direzione delle natiche sensuali della selvaggia: «Va’ figliolo, tutto quello su cui riesci a posare gli occhi aspetta di essere posseduto dai Mendes».
Rodrigo rivolse un ultimo sguardo infiammato a suo padre. Poi scese a passo svelto e scattoso la collina. Raggiunta la ragazza, la spinse dentro la capanna mentre si toglieva i pantaloni. Lei cominciò a urlare, facendogli schizzare l’onnipotenza al cervello. La colpì ripetutamente con la pepita e abusò di lei. Per la prima volta in vita sua senza conseguenze.

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