“Popolo se m’ascolti”: l’Eccidio del Padule, un articolo di G. Bindi || THREEvial Pursuit

“Popolo se m’ascolti”: l’Eccidio del Padule

Il tramandare emotivo di una strage taciuta

di Gianluca Bindi

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Celebrazioni per il 76.o anniversario dell’eccidio del Padule ad Anchione

Popolo se m’ascolti ti spiego la tragedia
Del 23 d’agosto, l’orribile commedia
E a raccontarla mi proverò
Ma ’un so se in fondo ci arriverò
(Incipit di un canto popolare sull’eccidio)

Esattamente un mese fa, il 22 e 23 agosto 2020, si sono tenute le commemorazioni per il 76.mo anniversario dell’eccidio nazifascista del Padule di Fucecchio, in cui persero la vita 175 civili. Le celebrazioni hanno avuto luogo in tutti i comuni lambiti da quella scia di sangue: Fucecchio, Monsummano Terme, Cerreto Guidi, Larciano e Ponte Buggianese.

Fino ad allora avevo letto e riletto i resoconti di quell’evento in decine di libri: le parole scorrevano ogni volta come un elenco macabro-meccanico di fatti, azioni, luoghi e vite spezzate; che fossero testimonianze dirette, o dossier alleati, o ricostruzioni storiche, rimanevano sempre e solo carta con del mero inchiostro. Ecco, invece, cosa hanno significato per me quei due giorni e gli incontri che ne sono conseguiti.

La domenica mi siedo su una panca libera, in chiesa. La frazione di Cintolese è stata la più colpita dalla strage con più di 80 morti. Davanti a me ci sono due signore anziane che parlano fra di loro e che vengono salutate, a turno, dai presenti e dalle istituzioni cittadine. Sono Tosca e Vittoria, sopravvissute alla strage; vite che hanno provato a ricostruire le proprie famiglie e, insieme ad esse, una parvenza di normalità. Normalità che, nonostante tutto, non sono mai più riuscite a vivere.
«Ci penso più adesso che da giovane» dice Vittoria. Dice che la cosa che le è rimasta più impressa, al di là del dolore, sono i mosconi. C’erano mosconi ovunque quel giorno: sui corpi menomati, sul sangue mescolato al fango; li sentiva così forte e in maniera così insistente che anche oggi non può sopportarli.

Ho il privilegio di incontrare Tosca qualche giorno dopo, a casa sua. La mattina della strage era una bambina di sei anni, a cui i tedeschi avevano sequestrato e saccheggiato la casa. Sfollò in padule come tutta la sua famiglia e tante altre persone: «Eravamo una trentina fra tutti». Quando videro arrivare i tedeschi sua madre la nascose in una buca. I nonni andarono incontro alle truppe, pensando ingenuamente che avrebbero risparmiato degli innocenti. Tosca li ha visti bruciare vivi poco dopo e racconta quanto siano stati interminabili quei momenti: «Speravo che morissero subito ma ci hanno messo veramente tanto…». Vide sua madre e suo fratello di 18 mesi mitragliati, mentre lei riuscì a salvarsi rimanendo immobile, non facendo il minimo rumore. La trovarono svariate ore dopo, nella solita posizione, salva ma con la vita irrimediabilmente compromessa. Quando racconta, la sua fronte si corruga in un’espressione inerme, quasi infantile. Per lei, nonostante gli anni, la vita si è fermata in quell’attimo: «Da quel giorno sono vuota. Non mi è più riuscito provare felicità, neanche nei momenti più belli. È come se da lì in poi avessi sempre vissuto una vita a metà».

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Tosca Lepori, sopravvissuta all’eccidio del Padule di Monsummano Terme

Dopo la messa, la carovana piena di vessilli, fasce tricolori e cariche si trascina per qualche centinaio di metri, nel caldo d’agosto che si fa più intenso allo scoccare di metà mattinata. Entriamo nel cimitero di Cintolese per posare una corona d’alloro. Prima di arrivare al monumento funebre vedo Vittoria che calpesta con disprezzo una tomba posta orizzontalmente sul terreno. Si gira verso di me, ha urgenza di spiegare: «Lo sai perché sono passata sopra a quello lì? Lui era la spia…»

Mi si gela il sangue, sono disorientato, non riesco a dire niente. Quella dei collaborazionisti è una ferita che rimarrà sempre aperta, anche se purtroppo celata ancora da una spessa coltre di omertà istituzionale. Tutti sapevano, all’epoca, i nomi di chi portò i tedeschi in padule, aiutandoli poi attivamente nel massacro. Nonostante fossero incappucciati per non farsi riconoscere, nei paesi ci si conosceva talmente bene che bastava la voce, un’espressione in dialetto, un certo tipo di camminata.

Anche Tosca dice la sua sulla questione: «Io gli do sempre un calcio quando ci vado, perché era un grande fascista. Fu quello forse che ci ha fatto ammazzare. E ci ha portato via pure tutte le bestie. Il mi’ nonno aveva rimpiattato i bovi, li aveva portati laggiù in padule nella Nievole, tra un canneto. Passò questo sudicio e lo vide. Quando tornò a casa disse: “È inutile che vada a governarli, è passato Egisto e mi ha visto”. Infatti il giorno dopo non c’erano più».

A Ponte Buggianese fu riconosciuto il barbiere del paese insieme ai reparti della Wehrmacht durante la strage; una testimone fece il suo nome ma poi si tirò indietro. Mi racconta di questo episodio Remo, che abitava in padule durante la guerra:

«Ettore Quiriconi (una vittima della strage, nda) non fu ucciso subito, ma ferito. Quest’uomo iniziò a urlare e a chiamare aiuto, e sua moglie Evelina sentì e venne qua al Coccio (zona del padule vicino ad Anchione, nda). Quando arrivò, incontrò questo gruppo di tedeschi, ci fu uno che disse: “Lei no, lei non l’ammazzate”, in tedesco queste parole non si dicono. E sembra che questa donna abbia detto anche i nomi…»

«Tipo Achille?» gli faccio io.

«Esatto Achille, ne hai sentito parlare eh?»

Sempre a Ponte Buggianese, il farmacista non uscì di casa per qualche anno per paura di vendette nei suoi confronti. Questo non gli impedì, una volta morto, di farsi seppellire al cimitero del paese con una lastra di marmo nero, tanto per ricordare a tutti che lui, di rimorsi per la sua militanza, non ne aveva mai avuti.

Celebrazioni ad Anchione, uno dei paesi coinvolti nell’eccidio del Padule

Il giro in macchina con Remo continua, facendomi ripercorrere esattamente la rotta di sangue tenuta dalla Wehrmacht e raccontandomi aneddoti su ogni vittima del padule presso Ponte Buggianese. Lui è stato fortunato, dice, la sua casa è stata risparmiata dall’eccidio: «A destra del Canale Maestro non ammazzarono nessuno, a sinistra invece fecero fuori tutti. Ho provato a chiedermi il perché tante volte ma non sono riuscito a trovare una risposta».

In generale, le risposte di oggi sulla strage scarseggiano. E ciò deriva quasi interamente dal silenzio di ieri. Certo, la totale impunità garantita dallo stato agli ex fascisti, non ha certamente aiutato. Ma tra queste risposte nebulose, una delle principali, secondo me, fa riferimento a un interrogativo che riguarda il dopo: Perché nessuno ha parlato?

Furono gli adulti, proprio i superstiti, che si opposero a rivelare ufficialmente i nomi, sia alle commissioni d’inchiesta alleate sia, soprattutto, ai figli. Una motivazione è sicuramente il fatto che non volevano altro spargimento di sangue, come effettivamente ci fu in altre parti della penisola nel Dopoguerra. Il secondo, secondo Remo, è da ricercare nello shock del massacro subito da un’intera comunità:

«La gente è stata talmente sfregiata qui dall’invasione tedesca che dopo stavano tutti zitti. Chi aveva subito i torti stava zitto» dice sfogandosi. «La nonna della mi’ moglie, che le ammazzarono due figlioli e due nipoti, quando uno si avvicinava e diceva: “Povera Gigia. Ti hanno ammazzato…”, lei rispondeva subito: “Zitta, queste cose qui non si rammentano!”. La gente era così traumatizzata, che non reagiva come si reagirebbe normalmente. In paese nessuno ni fece mica nulla! Achille continuò a vivere come se niente fosse. Dapprima, i primi giorni stava un po’ guardingo… ma poi aprì un negozio e la gente andava in negozio da lui. Io a raccontare queste cose… mi fanno male! Mi fanno male perché non ho mai sentito nel Dopoguerra una persona che dicesse “Ma porca M*****a se ne incontro uno lo scoio!”».

La terza, infine, è la paura di ritorsioni. Tosca dice che le famiglie dei fascisti di Monsummano continuarono a prosperare nel Dopoguerra, indisturbati. Così tanto che nessuno si azzardò a fare nomi:

«Silenzio assoluto. Erano tutti terrorizzati per paura di ritorsioni alla propria famiglia. Loro (nda i fascisti) non avevano mica pietà».

Il paragone del dopo è impietoso e sempre presente: da una parte le vittime che fra il dolore e una vita di fatiche e di stenti riuscivano a malapena a campare facendo studiare i propri figli; dall’altra i carnefici protetti dallo Stato e da una giustizia che ha arrancato per mezzo secolo:

«Lo Stato non ha mai fatto niente» ribadisce Tosca. «Non credo neanche quando dicono ‘armadio della vergogna’: ma come in 50 anni un armadietto così, in quell’ambiente, che non lo avesse mai notato nessuno, anche per spolverarlo… ci hanno preso proprio per il culo, da diritto e da rovescio. Non so se tu hai visto Le Iene (nda il servizio sul criminale di guerra nazista del padule, che consiglio vivamente di vedere). Quel disgraziato assassino lì (nda Johann Riss), si è fatto una famiglia, ha campato bene, senza problemi, aveva una villa tu vedessi… mille e una notte. A nessuno hanno fatto niente. Hanno cominciato a parlarne un po’ quando non erano più punibili. Il governo è stato proprio un assassino nei nostri confronti, tutti quelli che ci sono stati, dal primo all’ultimo, perché nessuno ha fatto nulla per condannare questi. Lo sapevano chi erano eh».

Sempre Anchione, celebrazioni istituzionali dell’eccidio del Padule

Ritornando per un attimo agli interrogativi sospesi: alla fine, sono stati scoperti i motivi della strage? L’unica banda partigiana del Padule di Fucecchio era la “Silvano Fedi” e contava trenta componenti scarsi, perlopiù impegnati in attacchi di risposta a soprusi dei tedeschi (furti di bestiame, estorsioni, stupri tentati e/o riusciti), che si limitavano ad attività di sabotaggio o di furti di armi e documenti. Pochissimi furono i conflitti armati. Ma il mandante dell’ordine, il capitano Crasemann, a cui il feldmaresciallo Kesselring aveva dato carta bianca, era di diverso parere: secondo lui, infatti, nel Padule di Fucecchio c’era un nucleo di 2-300 partigiani “con armi automatiche, carabine, pistole, con russi e disertori tedeschi” come si evince dal rapporto giornaliero della 14.a armata tedesca del 25 agosto 1944. Il problema, a detta dello storico Lutz Klinkhammer (intervistato da Marco Folin nel documentario Eccehomini – Ricordo di una strage) è nella data: considerando che la strage è stata fatta il 23, l’appunto sa tanto di giustificazione a posteriori utile a pararsi le spalle a fronte di future inchieste giudiziarie. In realtà il rastrellamento di sfollati, donne, vecchi e bambini quella mattina non era altro che un’operazione di pulizia delle retrovie che avrebbe permesso un miglior sganciamento dell’esercito a nord, sulla Linea Gotica. Un freddo calcolo militare che non si preoccupò nemmeno di contadini innocenti che erano lì soltanto perché aspettavano che la guerra finisse. Anche se, ovviamente, sono stati utilizzati come capro espiatorio i partigiani, essi non erano sicuramente l’obiettivo dell’operazione, visto che nessuno andò a scovarli per ingaggiare una battaglia a viso aperto con loro (eppure c’erano eccome i finti disertori tedeschi che si unirono ai gruppi partigiani per poi sparire nel nulla prima della strage). In generale, e quindi anche nel Padule di Fucecchio, la logica delle stragi di civili delle truppe tedesche in Italia non aveva altro obiettivo che fiaccare la coscienza con la paura. Sangue versato così inspiegabilmente da bloccare anche la volontà di reagire e urlare al mondo i colpevoli. Cosa che a quanto pare ha funzionato perfettamente.

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Celebrazioni a Stabbia, altro paese coinvolto nell’eccidio del Padule

La cerimonia si è spostata intanto a Stabbia, dove ha preso la parola Antonio, un superstite che ha perso il padre nella strage: «Mi riaffaccio all’accorato appello, da laico, di quello che ha detto monsignor Migliavacca: “Dov’era l’uomo? DOV’È L’UOMO?”». Si riferisce alla lettura di un brano del Vangelo da parte del vescovo di San Miniato. E in più, a supporto di ciò che ho scritto, spiega: «Per anni e anni partecipando a queste ricordanze non ho mai cercato di conoscere qualcuno colpito dalla strage. Allora negli anni Cinquanta, in giorni come questo sulla piazza del paese (…), tutto finiva molto presto: una corona, pochi abbracci, qualche lacrima e niente di più. Poi un vuoto di settant’anni…»

Solo negli ultimi anni Antonio ha voluto conoscere gli altri superstiti. Dice che con loro si è innamorato della parola ‘giustizia’ e, anche se vita umana e denaro non sono per niente sullo stesso piano, racconta degli ultimi sviluppi della richiesta di risarcimento alla Germania. Risarcimenti che tutt’oggi non sono ancora pervenuti alle vittime.

«Tutto quello che mi hanno dato sono quelle medaglie lì» mi dice Tosca indicando una cornice sul muro. «Ma io che sono rimasta con 700 euro di pensione, che vuoi che me ne faccia di quei così?»

L’anno scorso, non potendo permettersi un avvocato per sollecitare la Germania a pagare, Tosca e una delegazione di altri superstiti andarono a Firenze, dove il governatore Rossi aveva promesso di riceverli e mettere in atto gli avvocati del tribunale regionale. Ma non è andata bene:

«Alla fine lui non si fece trovare, ci ricevette una sua vice e ci disse che ci avrebbe fatto sapere. È passato un anno e non ci hanno ancora risposto. Eppure quest’anno alle celebrazioni è venuto a fare i suoi discorsi…»

L a sfilata dell’ormai ex governatore Enrico Rossi alle celebrazione dell’eccidio del Padule, presso il cippo del
Piaggione con il sindaco Tesi

Se non altro la riapertura dei casi giudiziari sulle stragi nazifasciste dell’ultimo decennio ha avuto un pregio: non tanto l’andare a scovare carnefici novantenni che intanto avevano avuto modo di rifarsi una vita praticamente indisturbati, non tanto il combattere contro il pericoloso revisionismo storico della Resistenza degli ultimi anni e – provoco – nemmeno per avere giustizia; secondo me il pregio principale è di non aver relegato i vari Antonio, Vittoria, Tosca e Remo nel proprio silenzio. Perché la forza di poter finalmente parlare di questa strage, condividendo il peso dei ricordi con le generazioni successive, anche se dolorosamente, ha iniziato a curare le ferite emotive di una comunità che l’inspiegabile aveva costretto al silenzio. Magari di questo passo quelle lapidi di gente insulsa, traditrice e assassina verranno tolte dai cimiteri, una volta che non sarà più tabù fare certi nomi.

Adesso mi sento diverso. Grazie alle celebrazioni e all’incontro coi superstiti sento di aver raggiunto un maggior grado di comprensione di ciò che è accaduto 76 anni fa. Ma l’ennesima domanda a questo punto incombe: come sarà possibile fra dieci, venti, trent’anni fare lo stesso tipo di esperienza quando i custodi dell’orribile commedia non ci saranno più? Le istituzioni presenti agli eventi hanno parlato giustamente di trasmissione della memoria ai giovani ma, a dirla francamente, sembrano parole alquanto vuote se non corrisposte dai fatti. Perché il pericolo per la memoria, rispetto agli anni che passano, non è la distanza cronologica ma la mancanza di percezione emotiva dell’accaduto, di connessione profonda fra testimoni e posteri. E ciò la storiografia può farlo ma non completamente e, comunque, fino a un certo punto. Rimarrà la base da cui partire, certo, ma per coinvolgere più persone c’è bisogno di immedesimazione. E chi può supplire a questo bisogno meglio dell’arte? Già durante le celebrazioni di quest’anno lo spettacolo teatrale L’Eccidio messo in scena all’Arena Puccini di Fucecchio dal Teatrino dei fondi ha fornito un bell’esempio. Grazie alla magnifica prova dei tre attori e del live sketching proiettato sulla parete del palco, gli spettatori si sono potuti immergere in maniera vivida in quel 23 agosto 1944. Questa è la strada da seguire.

Proprio adesso che chi ha provato a raccontare è riuscito ad arrivare in fondo, noi popolo non possiamo permetterci di non ascoltare e non portare avanti il ricordo.

Le istituzioni in prima fila a Stabbia alle celebrazioni dell’eccidio del Padule
23 Agosto 2020, 76 anni dopo, il pubblico ascolta le testimonianze dei sopravvissuti all’eccidio del Padule

All photos by Comitato Onoranze ai Martiri del Padule Di Fucecchio e Comune di Cerreto Guidi

“Popolo se m’ascolti”: l’Eccidio del Padule, un articolo di G. Bindi || THREEvial Pursuit

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