Da San Cristobal a Palenque: il viaggio della speranza – Viaggio in Messico, Atto IV – B.Bendinelli

Il viaggio della speranza.B.Bendinelli
Mi sveglio presto e sono a San Cristobal de las Casas, Chiapas. Mi guardo intorno, ci metto qualche secondo prima di realizzare come ci sono arrivata. Metto a fuoco sul letto accanto al mio, c’è qualcuno che dorme sotto le coperte, mi chiedo perchè non sia nel letto con me, come ogni mattina. Mi chiedo chi sia questa persona se non è lei che mi dorme sempre addosso. La testa in mezzo al cuscino emette qualche suono stonato, ok è solo Francesca.

Capisco dove sono, con chi sono, dove sto andando.

La mattina è fresca e grigia, facciamo colazione in chiostra, ancora in silenzio. C’è una coppia britannica, sono così ovviamente inglesi che chiedo subito l’accendino sfoggiando il mio miglior accento londinese. Ci ho preso. Lui infatti sta leggendo il Times, che chissà come ci arrivato fin quassù. Mocassino allacciato, maglietta a righe orribile. Lei beve caffè nero, vestito a fiori, biondissima, altissima, legge un libro spesso almeno dieci centimetri. Forse è da molto che sono in viaggio o forse non si parlano mai. Intorno alla coppia biondissima girottola un cane che fino a quel giorno avevo sempre visto sdraiato al sole davanti alla porta d’ingresso. Ecco Estéban, già stanco di prima mattina, ciondolando come fosse invertebrato chiama il cane, Bojo, anche lui si trascina molle verso il padrone. Estèban ci da due informazioni riguardo il bus da prendere per arrivare a Palenque, ci spiega che la strada è lunga e non sempre piacevole a meno che non prendiamo la linea turistica che effettua qualche fermata.

Zaini pronti, scatto una foto a Bojo che si è sdraiato accanto a me, nessuna foto ad Estéban perchè mi scaccia con entrambe le mani. Salutiamo il nuovo amico lento che non pare affatto emozionato dalla nostra partenza, per noi è speciale, lui invece non si ricorda nemmeno chi siamo.

Dal centro alla fermata degli autobus ci sono un paio di chilometri a piedi, il tragitto è molto trafficato da viaggiatori come noi e tutti sullo stesso marciapiede non c’entriamo, si incastrano gli zaini, ci pestiamo i piedi scalzi, siamo tutti lenti perchè carichi oltremodo. Arriviamo alla stazione dei bus e come ci aveva anticipato Estéban ci sono almeno tre linee di trasporto diverse, la più economica è la ADO, in fila per acquistare il biglietto infatti ci sono molte madri con i bambini e qualche adulto messicano con l’aria stanca. L’alternativa è il mezzo turistico scelto dalla maggior parte dei presenti viaggiatori, il costo è superiore ma le ore di viaggio dimezzate. Ci mettiamo circa dieci secondi prima di decidere e buttarsi in coda con le madri e i bambini. Il viaggio dura almeno quattro ore, sono le tre del pomeriggio e tutto sommato arrivare in serata non è un problema, ci sarà ancora luce e vita per strada.  ADO ci pare una scelta fantastica, il rottame rosso e bianco è il nostro orgoglio, nemmeno per un attimo pensiamo ai rischi che si corrono a bordo di un simile ammasso di latta. Dobbiamo attraversare l’ultima parte della Sierra Madre Orientale, la catena montuosa che si estende dall’Honduras, passando dal sud-ovest Messicano  fino al Guatemala. La chiamano semplicemente Jungla, questo imponente muscolo verde che squarcia la terra, salendo fino al cielo dove la nebbia nasconde le vette più alte. Dentro il bus di latta fa molto freddo, aria condizionata gelida, tutti si coprono e si rannicchiano ma nessuno si lamenta. Siamo già lontane dalle case di San  Cristobal e adesso si vedono solo distese verdi di tonalità diverse, ogni tanto qualche gregge di pecore intorno alle capanne isolate. Non ho mai visto un simile paesaggio, di una grandezza talmente desolata, senza confini sui quali l’occhio possa fermarsi. Non si vede il sole, c’è una luce pallida che rende il paesaggio immobile, silenzioso. Non incontriamo nessuno per strada fino al primo villaggio, piccole case bianche di cemento, ci sono ancora macchine e furgoni, le insegne rosse della coca cola macchiano le strade nebbiose. Qua noto che l’america dei gringos è capillare anche nei luoghi più nascosti, un prepotente cazzotto in un occhio.

Siamo già fuori dal villaggio e di nuovo su strade dritte e silenziose quando l’autista fa sfoggio del suo piccolo schermo tv a metà dell’autobus. Alza a tutto volume, la musica dei titoli di testa ci fa capire che si tratta di una commedia o addirittura di un film horror, il contesto mi suggerisce più il film horror perché sta cominciando a piovere, qualcuno è già sceso e siamo rimasti in pochi, fuori ogni tanto si vedono facce scure senza dettagli perché l’autista adesso va più spedito. La musica è sempre più alta, campanelli come jingle pubblicitari incalzano fino a strappare il suono in mille pezzi gracchianti, le casse devono essersi rotte da un pezzo, violentate dal volume spropositato. La pellicola che ci propone è un bel lungometraggio francese che a bordo di un rottame messicano rende l’atmosfera ancora più inquietante. Mi aspetto che di li a poco si fermi il motore e che accadano altre spiacevoli mattanze come nei numerosi film splatter che non avrei mai dovuto vedere. Inizialmente siamo divertite dall’insolita situazione, anzi ci facciamo proprio delle sonore risate perché trovarsi in mezzo alla jungla con il film francese a palla non capita di certo tutti i giorni. Riprendo la scena che merita di essere ricordata, inquadro fuori dal finestrino e vedo che pian piano si sta facendo più scuro, adesso sta piovendo ma il bus non rallenta. L’euforia del momento si trasforma subito in preoccupazione. Non siamo spaventate dalla compagnia oramai ridotta a quattro persone, nemmeno dalla solitudine buia che vediamo fuori dal finestrino, il problema è che stiamo andando troppo veloci e la strada è bagnata, in discesa e piena di curve. La mia attitudine a mantenere la calma è messa alla prova, me ne sto zitta a guardare nervosamente prima fuori poi verso l’autista. Nei momenti di panico ho bisogno di pensare e concentrarmi su una cosa soltanto, per convogliare tutte le ansie verso un unico punto di raccolta. Francesca no. Si agita, mi chiede cosa stia succedendo, mi dice «Aò ma questo sta fuori proprio». Questo sta fuori penso. Non rispondo e lei continua a cercare il mio del tutto assente conforto. Devo pensare a come non pensare, guardo l’orologio sono le sei, manca soltanto un’ora, manca poco del resto. Un’ora è fatta di quattro quarti d’ora e i quarti d’ora son veloci, ricordo che a scuola il tempo scorreva rapido pensando ai quarti d’ora. Ogni tanto sento il cuore nelle orecchie ma non ci faccio caso, penso sia la pressione atmosferica. Invece no, sono le ruote che escono dalla carreggiata e mi fanno saltare sul sedile. Rompo il silenzio e inizio a imprecare verso l’autista, verso il Messico ovviamente, verso la jungla che è diventata improvvisamente “di merda” e anche, perché no,verso i francesi. Non so a quanto stiamo andando ma è certo che così può solo finire male, guardo fuori dal finestrino e mi viene in mente Eli e il suo consiglio. Insulti  a profusione anche per lei. Sotto di noi il buco nero della Sierra che si sta esaurendo, stiamo scendendo e lo strapiombo cade giù a perdita d’occhio. Finalmente rallentiamo, ormai è quasi buio. Stiamo passando in mezzo a un villaggio, ci sono luci piccole e tutti stanno fuori dalle case, spazzano la terra, nessuno parla tutti fanno qualcosa. Vedo i cavi della luce incrociarsi nel fitto tessuto verde scuro. La rete elettrica in queste comunità è in realtà ben funzionante, sembra assurdo ma è nella sierra madre che nasce l’energia elettrica e da qua viene distribuita a gran parte del Messico. La ricchezza di questi luoghi è direttamente proporzionale alla loro povertà, non c’è nulla se non la natura e i mestieri che essa offre. Non ci sono altri modi di vivere se non quello che impone la jungla e tutte queste vite del quale noi ignoriamo l’esistenza sono il cuore pulsante del mondo, sono i guardiani della terra vera, pulita e sgombera da tutte le miserie dell’uomo moderno. Vedo alcuni bambini riuniti in un gruppetto, si stringono intorno a qualcosa che sembra stupirli. Passiamo oltre il villaggio e adesso riunisco tutte le ansie sul mio punto calmo, intorno a quei bambini e mi chiedo cosa vogliano fare da grandi, quali siano le loro ambizioni, se ne conoscono alcune e se pensano mai a cosa c’è oltre la sierra. Mi immagino uno di loro partire da solo verso una città di cemento, me lo immagino solo perché tutti gli altri non hanno avuto coraggio e fantasia. Chissà quale dei bambini che ho visto dal finestrino avrà il coraggio di vedere l’altro mondo e chissà se poi ne rimarrà deluso.

Ho appena raggiunto la pace interiore quando Francesca mi molla una gomitata per farmi notare che di nuovo siamo sulle montagne russe. Piove ancora, sono le sette passate e di Palenque nessuna traccia. L’autista adesso è circondato dagli altri tre passeggeri che ridono e bevono birra. Mi voglio alzare e dire qualcosa, ma poi ci ripenso perché son tre ceffi poco raccomandabili e finché me ne sto buona sul sedile ad aspettare non mi può succedere nulla. Francesca continua a chiedermi cose mentre io la ignoro, so che sono al limite della pazienza e non è certo colpa sua ma io il panico lo tengo a bada col silenzio, se viene interrotto mi interrompo anche io. Provo a dormire, se chiudo gli occhi non vedo quel che ho intorno e se dormo non mi rendo conto di cosa accade, vorrei chiamare qualcuno ma il telefono non prende poi all’improvviso suona, forse ce l’ho fatta a far partire uno squillo, per la prima volta parlo con lei che a quell’ora doveva essere a lavoro o a pranzo con le gambe sotto il tavolino. Mi sembra strano e non so che dire perché ho paura ma non voglio parlare di questo, dico dove sono e che sto bene e che poi ci sentiremo presto. Per un attimo penso che non invece non ci sentiremo più, penso “che incosciente”. Questa volta sono io che mi giro verso Francesca per cercare conforto ma lei sta dormendo e provo di nuovo a trovar pace.

Sono le nove, siamo in ritardo di due ore sulla tabella di marcia, oramai mi sono rassegnata alla velocità e alla pioggia e anche il cuore non salta più. Francesca si sveglia e mi chiede se siamo arrivate, le faccio notare garbatamente che siamo ancora in corsa sull’ottovolante della sierra. «Manco ce possiamo fumà l’ultima sigaretta» mi dice. «Altro che sigaretta Fra, guarda dove siamo».
Non c’è nulla fuori, nulla si vede. Il grande finestrino anteriore è un muro d’acqua, non si vede niente. Non facciamo niente.

Passa un’altra ora e finalmente cominciamo a intravedere le prime luci e segni di civilità. Attraversiamo due o tre villaggi prima di vedere segnalato Palenque.
Arriviamo alla fermata, esauste, sudiamo ansia. Mi lancio fuori dal bus e tiro un calcio all’ultima bottiglietta d’acqua che mi è rimasta, finisce sotto il motore allora prendo a calci l’aria e mando affanculo l’autista, la sierra e tutti i film francesi. Francesca ride perché adesso lo vede che avevo paura anche io, che facevo la dura ma che «er viaggio della speranza», come lo ha ribattezzato, ha messo a dura prova i miei nervi. Sono le dieci passate, dobbiamo mangiare, siamo ancora con la colazione di Estéban digerita fra l’altro malissimo. «Vaffanculo autista di merda» l’avrò detto mille volte.

Imbocchiamo la strada principale che poi scopriamo essere l’unica, il primo ostello che troviamo è nostro. Posada Los Angeles sembra perfetta.
Alla reception stranamente non c’è nessuno. Ci accampiamo per qualche minuto davanti l’ingresso fin quando non si palesano due donne sorridenti che ci vogliono subito vendere i tour per le rovine di Palenque. Non è il momento, non è davvero il momento cerco di spiegare. Agguantiamo la chiave e ci infiliamo in camera. Il balcone appena fuori dalla stanza si affaccia su una specie di palude illuminata, ci sono piante tropicali di ogni tipo e vorrei saperle riconoscere tutte, le foglie dei banani sono di un verde bagnato e luccicante, si scorgono fiori rossi in mezzo alle teste alte delle palme. Non si vede molto bene se non nelle poche aree illuminate ma si sentono le scimmie e altri animali mai uditi prima d’ora. Restiamo per un po’ a fissare il buio oltre la palma, penso che sarebbe bello avventurarci la dentro, di notte, con l’adrenalina del “viaggio della speranza” ancora in circolo. Francesca ha un’idea. Dice che per darsi una calmata ci dobbiamo bere sopra. In effetti non ho affatto voglia di dormire, mi sembra di aver passato un giorno intero cercando di sopravvivere e ora che ce l’ho fatta voglio esplodere e vivermi il tempo che mi sono guadagnata con la pazienza. Usciamo e scopriamo che il villaggio di Palenque è il posto più brutto del mondo. Una sola strada dritta, illuminata dalle moltissime insegne dei bar e ristoranti, una piazzetta cementata vuota come il mio stomaco, qualche baracchino ai lati delle strade che frigge pollo e peperoni. In giro facce brutte, comprese le nostre. Prendiamo la tequila, anzi scelgo il Mezcal e mi assicuro che non ci sia il verme sul fondo. Apro parentesi. Il Mezcal a differenza della Tequila si produce soltanto col cuore dell’agave e il processo di distillazione è assai più lungo. Solitamente l’aroma del Mezcal viene arricchito aggiungendo la larva di un insetto, che può essere l’insetto più pregiato al mondo ma pare semplicemente un verme bianco e viscido, che sul fondo di bottiglia appare anche più grande di quanto  in realtà lo sia. Chiudo parentesi.

Il tour per la poco ridente cittadina di Palenque ci ha dato quella spinta morale giusta per rintanarci in camera e procedere con un rituale di meditazione alcolica ed oppiacea. Tiriamo fuori l’artiglieria, siamo pronte a metter fiori nei cannoni. Due colpi al Mezcal, festeggiamo la jungla fuori e la nostra pace ritrovata. Mentre saltiamo e balliamo come due cretine mi trovo col naso spiaccicato sopra un cartello ben incorniciato con una scritta rossa. Il cartello ci dice che non è possibile: fumare – introdurre sostanze stupefacenti – introdurre alcolici. Bingo. Le abbiamo fatte tutte e tre in un colpo solo. É stata una giornata pesante, mi convinco che tutto ci è concesso, anche introdurre alcol in camera e nella testa. Però fuori dalla bottiglia di Mezcal si sta bene, non abbiamo bisogno di star su di giri, c’è un cielo bagnato che mi fa sentire tutta l’energia del mondo. Le scimmie si urlano addosso e ci tengono sveglie ancora per un po’. La sveglia la metto io, come al solito perché sono quella che non ha bisogno di sveglie ma per esser tranquilli la mette comunque. Chi come Francesca ha bisogno di un allarme è di solito lo stesso che se ne dimentica. Ci penso io. Domani andiamo alle rovine cercando di esser meno il meno rovinate possibile, basta Mezcal e basta fiori nei cannoni. Pace e amore a tutti, autisti pazzi compresi e va bene si, anche ai Francesi.

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Benedetta Bendinelli

Da San Cristobal a Palenque: il viaggio della speranza – Viaggio in Messico, Atto IV – B.Bendinelli

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