Chi nasce tondo... un racconto di S. Piccinni || Street Stories ||Three Faces

Chi nasce tondo… un racconto di S. Piccinni || Street Stories


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Chi nasce tondo…

di Simone Piccinni

Illustrazione di Luchadora

«No, certo, capisco… Non ti preoccupare, troverò un altro modo. Mi ha fatto piacere comunque rivederti».
Sottotitolo: brutto figlio di puttana spocchioso, sei sempre il solito sfigato di quindici anni fa.
«Anche a me, caro. Mi spiace davvero, avessi potuto fare di testa mia ti avrei aiutato, lo sai. Ma abbiamo regole molto stringenti. Ho le mani legate. In bocca al lupo, comunque. Sono sicuro che ce la farai».
Ipocrita infame.

Esco dalla banca con ancora impresso in mente quel mezzo sorriso imbarazzato. Proprio quel coglione del Badalamenti dovevo beccare. Ma che sculo. Tutto a puttane per il Bada. Il Bada, Cristo santo!
Slaccio la cravatta, ché mi manca l’aria. ‘Sto completo mi sta facendo sudare da fare schifo.

Entro nel primo tabacchi che trovo e compro un pacco di Camel. Ho smesso da un anno e mezzo, ma ‘sticazzi. Una cicca ora ci vuole. Mi siedo su una panchina e aspiro una boccata che mi stordisce. Ripenso agli anni del liceo: le sigarette a ricreazione, le canne… Il coglioncello ovviamente non fumava.
Eravamo agli antipodi, ai tempi. Lui il classico secchione sfigato; io il fulminato rimandato, pusher e mezzo teppista. Non lo vedevo nemmeno. Ma la sua commiserazione verso di me era ben chiara, anche se mi temeva. Lui e il suo gruppetto di mezzeseghe. Mi consideravano un delinquente, senza se e senza ma. E soprattutto senza alcun futuro. Cazzo ne volevano sapere loro, ché l’unica vita che conoscevano era quella da oratorio e da boy-scout. Chiamala vita… Io già giravo per rave e centri sociali con in palla i pezzi di bamba e di fumo da vendere e il coltello in tasca. Ero un coglione anch’io, in fin dei conti. Mi atteggiavo a teppa, ma sapevo di non essere davvero così. Mi piaceva il brivido che dava, tutto lì. Quello e il fascino che esercitava sulle tipe.

Poi però sono cresciuto, cazzo. Sono cambiato. Ho tirato su dei progetti, delle ambizioni. Ho messo da parte il passato, ho smesso di fare il cazzone, cercando di costruirmi un futuro con fatica e dedizione. E serietà. E sacrifici. Ma vallo a spiegare a questi mezz’uomini. Per gente come il Bada sono e sarò sempre lo stesso, che per qualche congiunzione astrale al di sopra della loro comprensione non è ancora finito male. Teppa una volta, teppa per sempre. Completo scuro e cravatta o pantaloni da skate e piercing, cambia poco ai loro occhi. Si vedeva perfettamente che per lui ero il solito marcio.

Solo due ore fa mi sentivo carico e determinato. Quasi in vetta, dopo una risalita lunga anni. E invece mi trovo davanti ‘sta faccia a topo e il passato mi investe come un tir. Balbettavo quasi, mentre esponevo, inibito da quell’alone di giudizio che mi colpiva come una rasoiata ad ogni sguardo. Anche se, a vederlo dall’esterno, si comportava educatamente. Falso come Giuda. E io sudavo, non sentendo più un briciolo di sicurezza. Mi sembrava di chiedere l’elemosina. Prima ancora di dare un’occhiata al business plan ha iniziato a indagare su garanzie, proprietà, situazione economica familiare e stronzate varie. Brutto coglione, se avevo alternative col cazzo chiedevo un prestito. Avessi avuto la lucidità di controbattere sui punti di forza e le analisi economiche. I piani di rientro. Nulla. Mi sono sentito di nuovo il cazzone di un tempo. A mio agio nel casino, ma del tutto fuori contesto lì, in un ufficio bancario. Mi ha riappiccicato un’etichetta che avevo impiegato anni a scollarmi di dosso. In un attimo. In uno sguardo. E ora la sento più che mai. Forse è vero: chi nasce tondo non può morire quadrato, come diceva mia nonna.

Ma che ore sono? Le 11.25. Cazzo, il treno parte tra cinque minuti! Inizio a correre come uno scemo verso la stazione. Non è distante, forse ce la faccio. Merda, il prossimo è tra un’ora. Sudo come un maiale mentre mi scapicollo verso l’entrata, cercando di schivare turisti e pendolari. 11.30, dice l’orologio alla parete. Dai, figurati se parte in orario… Mentre salgo le scale del binario sento un fischio. No, cazzo, non ci credo… Mentre sbuco dal sottopassaggio vedo il treno che si muove, lento e inesorabile. L’ho perso. Che giornata… Fanculo al treno, al Bada, ai soldi. E fanculo pure a quel buco di paesino in cui mi son trasferito per ridurre le tentazioni. Mi siedo su una panchina a rifiatare, mentre il treno scompare. Lascio crollare la testa tra le mani appoggiate alle ginocchia. Mi viene quasi da ridere. Una caricatura umana. Ho perso il treno per fumare una cicca, un vizio che mi ero tolto a fatica anni fa. E l’ho fumata perché un vecchio compagno di classe mi ha rifatto sentire un tossico, pur essendo pulito da un pezzo.
Me ne accendo un’altra, fissando il vuoto. Chi nasce tondo non può morire quadrato, per quanto se la racconti.

«Capo, che ce l’hai du’ spicci?» Sento un timbro grattato che si rivolge verso di me. «Mi mancan due euro per la roba».
Esco dalla mia trance e alzo gli occhi in direzione della voce, spiazzato dalla richiesta. In genere i fattoni cercano una scusa socialmente accettabile per tirar su i soldi. Beh, se non altro questo è stato onesto. Almeno lui…
«Viva la sincerità» rispondo allungandogli un cinquino stropicciato, il resto delle cicche rimasto nella tasca del completo. Il tizio è un barbone sulla sessantina, ingobbito e coperto di stracci sdruciti, sporco come fosse appena uscito da una miniera di carbone.
Al mio gesto risponde con un’aria interlocutoria, quasi scocciata. Rimango perplesso, con il braccio a mezz’aria a porgergli la banconota che non accenna a prendere.
«Li tenga. In realtà non mi drogo» dice. «Non sono i soldi che cerco». La sua voce è del tutto diversa da quella con cui mi si è rivolto all’inizio: impostata e seria, pulita ed educata. Una voce ferma, professionale. Ma non è solo questa ad essere mutata: si è anche raddrizzato, cambiando postura.
«Ma…» balbetto, basito. «Che vuole allora?»
«Voglio il disprezzo, ma è evidente che lei non può aiutarmi. La ringrazio lo stesso. Buona giornata» dopodiché si volta e si incammina lungo la banchina, riassumendo la posa ingobbita di poco fa. Ma che cazzo è appena successo? Non so perché, ma mi alzo e gli vado dietro.
«Mi scusi, permette?» chiedo alle sue spalle.
«Dica pure…» risponde educatamente, voltandosi.
«Perdoni la domanda, non sono affari miei… ma perché vuole essere disprezzato?»
«Ha ragione, non sono affari suoi».
«Scusi l’invadenza, è che il suo atteggiamento e la sua richiesta mi avevano incuriosito… Non si preoccupi, buona giornata».
Mi sento in imbarazzo, quindi mi volto e m’incammino verso la panchina. Chi cazzo sono per giudicare chicchessia? Non sono meglio di lui, anche io recito la parte della persona seria e adulta, quando in realtà sono il solito marcione. Che strano personaggio, però…

Mi siedo nello stesso posto di prima. Quando mi volto in direzione del barbone lo vedo che mi fissa pensieroso, da una decina di metri di distanza. Dopo qualche secondo torna verso di me, camminando dritto e impostato. Che vuole ora? Spero di non averlo offeso, ci manca solo la litigata con uno psycho per completare la giornata di merda.
Quando arriva a pochi passi vedo la sua faccia sporca aprirsi in un sorriso amichevole.
«Le volevo chiedere scusa per la mia risposta di poco fa. A dire il vero anche lei mi ha incuriosito» fa. «Posso?» chiede indicando il posto al mio fianco.
«Si accomodi» rispondo, non sapendo cosa aspettarmi. Meglio esser gentili coi fulminati.
«Perdoni se mi faccio gli affari suoi a mia volta, si senta libero di non rispondere» attacca, dopo essersi seduto. «Lei è vestito in maniera distinta e sembra una persona educata. Perché mi voleva dare dei soldi, sapendo che li avrei spesi in eroina?» mi chiede. La domanda, ma soprattutto l’affermazione, mi lasciano perplesso.
«A dire il vero mi sento tutt’altro che una persona rispettabile…»
«Beh, sono venuto da lei pensando di andare sul sicuro e ricevere degli insulti. O almeno uno sguardo disgustato».
«Non si faccia ingannare: dentro sono sempre lo sbandato tossico che ero, anche se non mi faccio da anni. Quando uno cresce in una certa maniera questa gli rimane dentro».
Non so per quale motivo gli ho risposto così, ma il tizio mi trasmette una certa serenità, ora.
«Vada avanti».
Continuo a non sapere perché, ma inizio a sciorinargli la storia della mia vita: l’adolescenza da teppista, l’insoddisfazione che provai dopo l’università, vissuta sulla stessa scia, per poi arrivare al cambio di vita. L’abbandono delle droghe e l’impegno nello sviluppo del progetto. L’illusione di essere arrivato alla redenzione e di avere a portata di mano la svolta, per finire col naufragio di prima e il crollo all’uscita dalla banca. Un fiume in piena di emozioni, autoaccuse e rimpianti.
Lui ascolta senza interrompermi, annuendo di tanto in tanto.
«…è che ti vengono appioppate delle etichette: sei stato uno sbandato una volta? La gente continuerà a considerarti tale. Non importa quanti sforzi fai. È scoraggiante» concludo, sull’orlo di una crisi depressiva. Lui scuote la testa.
«Perdoni il termine, ma queste sono tutte cazzate» dice. «Le etichette rimangono, sì. Ma solo nella testa di chi le sente addosso. Vengono indossate come una maschera per giustificare la propria mancanza di volontà nel cambiare fino in fondo, scegliendo coscientemente cosa essere» proclama serio. «A questo punto le posso raccontare la mia storia». Si raccoglie un attimo in concentrazione, con una smorfia sofferente.

«Ero un alto dirigente di una Onlus, un tempo. Una famosa, sicuramente la conosce, ma non voglio nominarla. Le dico solo che si occupa di assistenza ai bambini del terzo mondo. Ho studiato molto per arrivare a quel livello. Ero considerato una persona per bene, rispettata e ammirata. E io ci credevo. Mi sentivo una specie di Dio benevolo sceso in terra per aiutare il prossimo, avendo al contempo un enorme successo economico».
«Ma» lo interrompo «lavorando in una Onlus?»
«Sì, muovono un sacco di soldi. E di questi solo una miseria arriva a chi ne ha bisogno. Il resto va alla struttura. Ci raccontavamo di stare operando per il bene, e che fosse giusto averne un tornaconto. Tradotto: avevamo degli stipendi sontuosi, che ci allontanavano molto dalla missione. Non me ne rendevo conto, ero immerso nella recita. La vivevo. E questo mi astraeva sempre più dalla realtà: ero solo la figura che gli altri mi avevano dipinto addosso, aiutati dal mio comportamento pubblico. In privato, invece, nascondevo diversi scheletri nell’armadio. Viaggiavo molto per missioni istituzionali: fu in Thailandia che iniziò la mia colpa più grave, quella che mi ha portato qui. Avevo alcuni colleghi che andavano a prostitute. E immagino sappia quali sono le più gettonate, laggiù». Prende fiato, lottando con qualcosa dentro di sé. Io resto allibito, non sapendo cosa dire.
«Come avrà capito, parlo di minorenni. Bambine, in pratica. Mi lasciai convincere a provare. D’altra parte furono dei miei colleghi che rispettavo a incoraggiarmi. Non so cosa mi passasse per la testa, la prima volta. Ma la cosa mi piacque. Parecchio». Ha gli occhi lucidi mentre pronuncia le ultime parole. Io ascolto, con gli occhi sgranati. Cazzo, un pedofilo di merda…
«È libero di disprezzarmi: come le dicevo questa cosa mi serve. Comunque, per concludere, tornato in Italia ci presi gusto: non andavo con bambine, ma con ragazzine di quindici, sedici anni. Ha presente le storie di prostituzione minorile? Come quella dei Parioli, per intenderci. Ecco, è molto diffusa, più di quanto si sappia. Ne diventai ben presto un habitué. Non ci trovavo nulla di male. Ero ciò che gli altri vedevano: un rispettabile professionista impegnato nel sociale. Con dei vizi, ok. Ma chi non ne ha? Poi un giorno una di queste ragazze iniziò a ricattarmi, chiedendo somme al di sopra della mia portata economica. Ero disperato. Riferii la cosa a un mio superiore, che sapevo frequentava i miei stessi ambienti. Si offrì di aiutarmi. D’altra parte non poteva permettersi il rischio che uno scandalo simile investisse una delle sue alte cariche, considerato il nostro campo. Mandò degli imprecisati ‘amici’ a parlare con la ragazza. Una ragazzina di quindici anni… Non so cosa successe, ma non sentii più parlare di lei. Il mio superiore venne da me in ufficio con un sorriso stampato in faccia. Disse soltanto “Tutto risolto, sei immacolato”, e mi abbracciò soddisfatto. In quel momento qualcosa si ruppe». Le lacrime gli rigano le guance, scomparendo nella barba crespa. «Non so come, fu un attimo: crollai. Lo spinsi via e uscii dall’ufficio come uno zombie». Dopo un profondo respiro si ricompone e continua: «Non rimisi mai più piede lì dentro, nemmeno per prendere la liquidazione. Le risparmio le lotte interne che dovetti affrontare in quel periodo, volevo solo morire. Realizzai però che anche la morte non era sufficiente, era una scorciatoia. Mi resi conto di come quell’etichetta, come la chiama lei, che mi avevano attaccato addosso, alla quale avevo creduto, mi aveva impedito di vedere la realtà: ero diventato un mostro, senza però prendere contatto con la parte negativa di me stesso. Quindi senza poterne trarre insegnamento né poterci dialogare per tenerla a bada. Io, al suo contrario, l’ho capito troppo tardi, partendo da presupposti errati. E cioè che fossi nel giusto. Che io fossi giusto. Senza mai metterlo in dubbio. Per questo ora ho bisogno del disgusto altrui: per velocizzare il processo, per mettermi in pari con lo schifo che ho nascosto per troppo tempo anche a me stesso. Ho bisogno di conferme esterne. Per questo ho devoluto quasi tutti i miei soldi in beneficenza, ovviamente non ad una Onlus, tenendo solo quanto basta per sopravvivere abbastanza da imparare la lezione. Sono dieci anni che faccio questa vita, e sento di avere imparato molto. Non sono ovviamente in pace con me stesso, ma sto facendo dei piccoli passi».
«Ma… perché non si è costituito?» chiedo.
«Perché in galera si sa cosa fanno a quelli come me. Ma non cerco il dolore fisico: quello passa e lascia poco. Il dolore psicologico al contrario purifica, è più intimo. E quello lo trovo fuori, per strada» si incanta un attimo a guardarsi i piedi, poi si volta verso di me. «Comunque, tornando a lei, credo abbia fatto il processo inverso, quello giusto: è partito studiando l’abisso dentro di sé, quello che tutti abbiamo, prendendone le distanze. E lo ha fatto con i tempi giusti. La vita è dalla sua parte. Per cui la finisca di piangersi addosso, non le è andata male come crede. Il mondo è grande e popolato da molte persone: oggi ha avuto sfortuna, o magari se l’è solo creata. Continui a provare, e la smetta di sentirsi male per i suoi errori passati. Mi dia retta, ce ne sono di ben peggiori. E si fidi: l’unico giudice che deve temere è lei».

Finito il suo racconto mi sento come svuotato. Lui anche. Lo noto da come fissa il nulla. Il mio treno arriva, è passata un’ora. Un’ora che, se non avessi ceduto per un attimo al mio lato oscuro comprando le sigarette, avrei vissuto in viaggio verso casa demoralizzato, senza questo incontro. Il tizio si riprende dai suoi pensieri e mi fa: «Bene, sembra che debba andare. Io continuo nella mia ricerca della redenzione. Lei non si preoccupi, l’ha già raggiunta. Deve solo convincersene ed accettarla. Ed accetti anche il suo lato cattivo. Fa parte di lei, come ne fa parte quello buono. Tutto sta nel bilanciamento». Mi sorride, alzandosi.
«Le auguro una buona giornata. E in bocca al lupo per i suoi progetti» conclude.
«Crepi. E grazie, di cuore».

Forse, alla fine dei conti, chi nasce tondo può pure morire quadrato, penso salendo sul treno.

Chi nasce tondo… un racconto di S. Piccinni || Street Stories

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