Viaggio al termine di Céline. Un articolo di R. Cannarsa || Threevial Pursuit

Viaggio al termine di Céline. Un articolo di R. Cannarsa || Threevial Pursuit

Viaggio al termine di Céline

di Rocco Cannarsa

Céline Threevial Pursuit
Louis-Ferdinand Céline

‘Sto libro qua che è insopportabile. Come le facce di queste donne medioborghesi americane, che hanno di buono solo il culo. E lo danno, per questo fanno carriera. Che devi fare le scenate per venti dollari. Elemosinare. Ti abboffano di chiacchiere. Da mangiare no, che non te lo danno. E devi abbassarti al loro livello. Abbandonare quella tua ragion d’essere intellettuale. Superiore, sempre. Intoccabile, peccato per le pulci. Quelle ti saltano addosso dai malati solo perché vedono il tuo cappotto. Mica solo poco umido. Il calore di cui hanno bisogno. Che non è che non ti vorresti grattare. C’è la malaria. I neri d’Africa e il caucciù. E ti ritrovi dove sei partito. ‘Sta città. Coi fumi che non si vede il sole. E lo trovi solo dietro la collina. Cammini. Mentre ti senti invecchiare. Ché a vent’anni cambi faccia e il sorriso non lo ritrovi più. Ti perdi solo. Solo. Nella notte.

I toni sono più o meno questi. Ho cercato di imitarne il ritmo, lo stile. Di botto, così come te lo ritrovi davanti in Viaggio al termine della notte. Senza spiegazioni, perché Céline non spiega nulla. Sei tu che prima o poi capirai che in realtà aveva già detto tutto. Nel frattempo cerchi di sopravvivere arrancando tra un punto e l’altro. Sempre vicini, che non ti lasciano tregua. Non respiri. Perdi il filo logico, se va bene cogli solo black humour e imprecazioni. Cerchi su internet per vedere se ci capisci qualcosa e scopri sia stato la scintilla della nuova narrativa francese, questo stile qua, tanto vicino al popolo e allo stesso tempo criptico: argot,dicono che si chiami. E poi di colpo ci si eleva a poeti. Tra una merda, un piscio e una pulce, ti ritrovi tutta l’erudizione di una conoscenza forte e ben radicata.

Viaggio al termine della notte
Copertina di Viaggio al termine della notte di Céline

È un Corbaccio di 553 pagine, nella traduzione di Ernesto Ferrero. In italiano è complicato comprenderlo, sembra siano flussi melodici di parole prive di senso. E vorresti leggerlo anche in francese, se potessi, per provare a capire l’importanza di questa innovazione stilistica misantropico-cinica da scandalo.

Ci metti cento pagine d’abitudine. Il romanzo sta partendo e tu non hai ancora ben capito quale sia il nome del protagonista. Sai che è autobiografico, che l’alter ego letterario è Ferdinand (Bardamu), ma non importa chi/come sia o quanti anni abbia, ciò che conta è il suo approccio alla vita, la sua corsa continua, la fuga verso l’ignoto, come la notte. Capisci che è un uomo, nel senso di “essere umano”, e incarna nefandezze, errori, orrori, idiozie e buon cuore. È un uomo e sta nella merda, in un secolo che sembrava promettere molto ma si rimangia tutto. Un secolo in cui la guerra e la miseria entrano nell’immaginario collettivo come una peculiarità naturale dell’uomo.

Ne ha parlato Bernanos, di questo libro, e non solo lui. Si dice che nella Francia degli anni Trenta tra critici ed esteti fosse ricorrente argomento di conversazione serale. Ci sarebbe da entrarci dentro, mica rimanere in questa superficie distratta, come farò io. Del resto, lo dice Céline per primo:

“Siamo per natura così superficiali, che soltanto le distrazioni ci possono impedire davvero di morire”.

È un viaggio. Un viaggio nei primi del Novecento, che parte da Parigi, continua nella Grande Guerra, e arriva agli ospedali militari, gli istituti mentali, l’Africa coloniale, New York, la Ford a Detroit, sembra stia per arrivare in capo al mondo. Invece no, ancora “soltanto” Parigi. E la notte, che non è mai troppo reale o troppo metaforica, ma si intuisce quel buio, quello delle più profonde, infide e intime caratteristiche dell’essere umani.

Senti la paura, è palpabile, la filigrana stessa è fatta di paura. Le insicurezze, la perdita di valore umano, reso marionetta di un sistema che lo snatura.  Vedi la ricchezza e la fame, senza vie di mezzo. E per quanto tu ti incupisca, per quanto ne possa uscire inquieto, cambi pagina, e a ogni voltare pagina, percepisci i sogni andare in frantumi. Ma poi torna l’oscurità che ti avvolge e rende il mondo dimentico della tua esistenza, e respiri.

“La vita diventa quasi tollerabile solo quando cade la notte”.

Il cinismo di cui Céline riempie lo sguardo è sempre pronto a cogliere l’abisso della vita, tramutandosi in un brutale (colpa della realtà) approccio giornalistico, di una letteratura quasi americana, totalmente diversa dalla narrazione descrittiva tipica del francese. Questo, però, non gli proibisce di avere il coraggio di essere spontaneo, di una spontaneità tremenda.

È un libro che infastidisce. Ti fa rabbia, quasi. Il protagonista è odiabile, spietato, inneggia ripetutamente alla violenza e allo stupro. Uno che ragiona per stereotipi, per cui le donne sono tutte troie pettegole. Lo disprezzi, non lo sopporti. Poi lo trovi poeta, profondo, misteriosamente ribelle all’ordine delle cose, sognante. Lo guardi addirittura innamorarsi. Di una prostituta, con un sentimento autenticamente illusorio, cui si vede costretto a rinunciare per non contrastare quella sua sete di scoperta che lo spinge ad andare sempre altrove. E le scrive senza mai ricevere risposta.

“Il casotto è chiuso adesso. È tutto quello che ho potuto sapere. Buona, ammirevole Molly, vorrei se può ancora leggermi, da un posto che non conosco, che lei sapesse che non sono cambiato per lei, che l’amo ancora e sempre, a modo mio, che lei può venire qui quando vuole a dividere il mio pane e il mio destino furtivo. Se lei non è più bella, ebbene tanto peggio! Ci arrangeremo! Ho conservato tanto della sua bellezza in me, così viva, così calda che ne ho ancora per tutti e due e per almeno vent’anni ancora, il tempo di arrivare alla fine. Per lasciarla mi ci è voluta proprio della follia, della specie più brutta e fredda. Comunque, ho difeso la mia anima fino ad oggi e se la morte, domani, venisse a prendermi, non sarei, ne sono certo, mai tanto freddo, cialtrone, volgare come gli altri, per quel tanto di gentilezza e di sogno che Molly mi ha regalato nel corso di qualche mese d’America”.

Céline Meudon
Louis-Ferdinand Céline della sua casa di Meudon

E ci si chiede come questi modi contraddittori del percepire l’esistenza possano coesistere in una stessa persona – persona famosa per il suo razzismo e il suo antisemitismo estremo, come si possa vivere portandosi in corpo questo dualismo. Eppure una mente del genere riesce a dischiudersi con dolcezza poetica alla vita, ad analizzare quasi filosoficamente, in un modo radicalmente sinistro, la povertà intellettuale e materiale, la futilità di ciò che rimane e quell’ideale di progresso che anticipa le false promesse del prossimo futuro.

“Gli nasconde tutto la vita agli uomini. Nel rumore che fanno loro stessi non sentono niente. Se ne fottono. E più la città è grande e più è alta e più se ne fottono. Ve lo dico io. Ho provato. Val mica la pena”.

Non me la sentirei di definirlo un romanzo “che ti cambia la vita”. Non l’ho “letto” così. Eppure lo si chiude sbalorditi (senza mai abbandonare il dissidio di cui sopra). Attuale, e il fatto che lo sia fa altamente paura. Molti hanno osservato una certa comicità nell’odio di cui è pieno, odio che non si sa se vada ricollegato alla situazione biografica dell’autore, o se sia ciò che questo mondo meriti di ricevere. Io di comico ci trovo poco. Porta con sé quel fondo di malinconia, tristezza, la classica prerogativa di un uomo sensibile e sognante, che si scontra con una realtà inevitabilmente più grande, anche dei suoi desideri.

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