Capitalismo: il mostro che divora il tempo libero. Un articolo di S. Cegalin || Threevial Pursuit

Capitalismo: il mostro che divora il tempo libero

Di Silvia Cegalin

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The Verdict, cartoon by George Luks, 1899, (Library of Congress)

Immaginiamo il Capitalismo come un mostro dai molti tentacoli, tentacoli che tentano di catturarci. La fine che facciamo è quasi scontata: in men che non si dica siamo finiti inghiottiti nella sua macchina da guerra. Chissà se implorando aiuto qualcuno ci sente!

Certo è che il Capitalismo ha da sempre svolto un ruolo condizionante sulla nostra esistenza. Se da una parte ci crediamo liberi e autonomi nelle nostre decisioni, dall’altra il mostro cerca di far sua ogni porzione della nostra sfera privata per renderci suoi schiavi.

E uno dei settori preferiti del Capitalismo è proprio l’uso e consumo del tempo. Un tempo libero che, senza voler sembrare troppo fatalisti, è stato divorato. La volontà soggettiva di scegliere e di agire è infatti stata inglobata in un’esigenza collettiva di produrre e consumare ad ogni costo e in qualsiasi momento, anche se non vi è l’effettivo bisogno. Ecco dunque che il tempo destinato a noi stessi, per la maggior parte dei casi, si è trasformato in un tempo consumistico.

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The Curse of California by G. Frederick Keller (1882)

Una delle matrici del consumismo però, sebbene spesso si tenda a ignorarlo, è proprio il lavoro; l’equazione è molto semplice: se lavoro guadagno – se guadagno spendo. S’intende, di conseguenza, che legandosi il lavoro direttamente al consumo, intrinsecamente è connesso anche alla questione del tempo.

Nel suo recente libro, Il Tempo Rubato, Simone Fana definisce il tempo come una relazione che si plasma su bisogni politici ed economici. Il concetto di tempo privato e intimo viene perciò ridotto a favore di un tempo capitalista che, attraverso dinamiche sfruttatrici e, vantaggiose soltanto per i datori di lavoro, gestisce il tempo dei lavoratori. Fana, riprendendo le teorie marxiste fondamentali per un confronto tra lavoro, tempo e capitale, ritorna sulla nozione marxista di plusvalore in quanto, ancora oggi, il lavoro utile per produrre beni e servizi necessita soltanto di una parte del tempo assegnato al lavoratore, perchè il restante serve per incrementare la ricchezza – il valore – del capitale stesso, che quindi può essere letto come una sottrazione di tempo libero al lavoratore.

Il valore di scambio perciò sarà identificato nel tempo lavorativo. Ed è proprio questa idea che secondo Karl Marx, ma anche stando alla più contemporanea lettura di Fana, dev’essere cambiata. Il valore non deve più coincidere con la quantità di tempo impiegato per svolgere un servizio, ma in una conversione della qualità delle azioni. Ora, a fronte dei cambiamenti che il panorama lavorativo ha subito, soprattutto a causa dell’automazione, tentare di rendere reale questo ideale sembra ancora un’utopia lontana.

Se il mutamento delle condizioni della classe lavoratrice avviene attraverso la realizzazione umana dei lavoratori, donando cioè un senso più profondo al loro ruolo e uno scopo che vada oltre l’elemento puramente economico, questo significa che è necessario riconsiderare la struttura piramidale su cui si basa il rapporto forza/lavoro e una ridistribuzione del tempo che prenda in considerazione le esigenze di ciascun individuo.

Il filosofo Andrè Gorz, facendo anch’egli eco a Marx, in un’intervista rilasciata nel 2007 e racchiusa in un volumetto pubblicato quest’anno intitolato Addio al lavoro, asserisce che per riconquistare il tempo perduto bisognerebbe abolire il lavoro. Il lavoro salariato infatti, attraverso i suoi ritmi e i ricatti di natura morale (si considerino su questo piano i contratti a tempo determinato dove la pressione a lavorare più del dovuto è una circostanza quasi obbligata per vedersi rinnovare il contratto), incastrano il soggetto in una serie di attività che spesso lo disumanizzano. Per non essere più strumenti alienati dell’enorme macchina capitalista, prosegue Gorz, è perciò auspicabile una diversa organizzazione del tempo che ridia importanza ai valori non quantificabili, sostituendo così la supremazia del materiale con un’etica dell’immateriale.

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The protectors of our industries by Mayer Merkel & Ottmann Lith (1880)

Per rendere possibile la riconquista del proprio tempo e una valorizzazione di noi stessi, bisognerà scardinare l’idea, in noi così ben improntata, che il lavoro sia sacro, evadere dunque da una sua glorificazione per mettere al centro attività che ci realizzino in quanto individui, e non come massa; un tempo che si riempia qualitativamente e che faccia aumentare le nostre competenze e il nostro sapere, e non più solo la nostra produttività. 

Pensiero che trova linfa anche nella filosofia di Bertrand Russell, che già negli anni ‘30 per combattere “l’idea di lavoro” aveva ipotizzato un reddito di base universale per tutti, in modo da liberare le classi più povere dall’emergenza di lavorare esclusivamente per necessità e dunque di accettare condizioni talvolta disumane. E l’idea che i poveri potessero avere del tempo libero fu uno shock per i ricchi.

Il tempo vissuto dovrà quindi riprendere il proprio spazio sul tempo lavorativo perché la crescita personale delle singole persone avviene, generalmente, in contesti che si situano lontano dagli ambienti lavorativi, e questa “lotta” al lavoro (almeno così come oggi viene inteso) non può non chiamare in causa la nozione di ozio e tempo libero.

In questa era super veloce in cui il “non far niente” viene sempre più demonizzato e il tempo libero esorcizzato perché, come ricorda la sociologa Carmen Belloni, non conforme agli standard capitalisti, i tempi vuoti procurano un senso di colpa (molto simile allo Schuld, termine tedesco che contemporaneamente significa “debito” e “colpa”), portando a un accumulo di attività che si espandono in un dopo lavoro, perché l’importante, ci ammonisce la società, è non stare mai fermi.

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Next! by Udo Keppler, 1904. (Library of Congress, Prints and Photographs Division)

S’intuisce che il capitalismo ha allungato i suoi tentacoli anche nel tempo post-lavorativo. Davide Mazzocco nel libro Cronofagia. Come il capitalismo depreda il nostro tempo, spiega in maniera illuminante come il tempo libero sia completamente soffocato in riti quotidiani che coinvolgono le nuove tecnologie e il settore dell’intrattenimento. Gli spazi per sé, come ad esempio la lettura, ascoltare della musica, o la semplice contemplazione (acerrima nemica del Capitalismo), sono sempre di più azioni che si intervallano alle incessanti comunicazioni e notifiche dei social media, delle mail di lavoro o delle chiamate a cui ci si sente in obbligo di rispondere repentinamente, come se dedicare un momento per sé fosse quasi una colpa, o comunque tempo perso. (Ecco perché chi scrive questo articolo ha deciso di non possedere un Iphone, così da evitare – insieme a tante altre scocciature – di esser sempre connessa).

Ma le “attrazioni” offerte dal capitalismo per distrarci da noi stessi coinvolgono ahimè anche il settore del divertimento. Anche l’innocua visione di un film, continua Mazzocco, può trasformarsi in un’esperienza capitalista. È il caso ad esempio delle pay tv le quali, attraverso i loro prodotti, non solo incentivano un certo tipo di visione e di modelli ma, essendo tv a pagamento, inducono l’utente a spendere per vedere e quindi a inglobare il momento dell’intrattenimento all’interno di un’azione consumistica. In connessione con la visione televisiva si inserisce il fenomeno del Binge watching (o più semplicemente delle maratone televisive), sistema che invita a guardare un’intera serie televisiva in 24 ore: attività che ha come scopo non soltanto quello di far girare l’economia di un sistema di intrattenimento comparabile al cibo dei fast food, ma soprattutto di combattere letteralmente l’atto del dormire perché, come sostengono i capitalisti, durante il sonno non si consuma; di conseguenza per realizzare il loro ideale di far coincidere lavoro e consumo è necessario abolire il sonno.

È chiaro che il medesimo discorso si allarga anche per certi giochi online e all’utilizzo, oramai sempre più compulsivo, dei social network che tramite le loro dinamiche predatrici agiscono in modo subdolo su di noi, addestrandoci a desideri e bisogni fittizi e conducendoci verso un distanziamento dal corpo fisico e dalla dimensione analogica del vivente, in favore di una realtà circoscritta all’interno di monitor.

Se, come abbiamo visto, sia il lavoro che l’intrattenimento rientrano tra gli strumenti preferiti dal Capitalismo per plasmarci e plasmare il nostro tempo, l’unico modo per evadere da questa condizione di controllo e di sirene ingannatrici sarà quello di provare a rimodellare il tempo seguendo ritmi più naturali e genuini, lontano da questa massa artificiale che costantemente prova a colpirci.

Anche se la percezione, purtroppo, è ancora quella di essere prigionieri di questo potente gigantesco mostro.

Capitalismo: il mostro che divora il tempo libero. Un articolo di S. Cegalin || Threevial Pursuit

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