Perù e Bolivia (pt. 2), un articolo di G. Levantini || Threevial Pursuit

Perù e Bolivia

Tra terra e cielo

di Gabriele Levantini

Puno Perù
Ingresso a Puno (Photo by Gabriele Levantini, Perù, agosto 2019)

Eccoci a Puno, sulle rive del Titikaka. È un freddo cane, ma l’atmosfera della città è caliente, con musica dal vivo e bande in tutto il centro. Il lago è gigantesco e suddiviso in modo non del tutto chiaro tra Perù e Bolivia, perciò le sue acque sono terra di nessuno, specialmente di notte. Per questo motivo, in questo angolo di mondo fare il contrabbandiere è un mestiere come un altro, come ci spiegano quasi con una punta di orgoglio.

Facciamo amicizia con un gruppo di connazionali, che viaggeranno con noi il giorno seguente. La mattina presto ci imbarchiamo per l’isola di Taquile, dove risiede una comunità quechua che vive ancora secondo il costume tradizionale. L’isola ci appare come un sogno, un paradiso privo di auto e di quasi tutto ciò che noi chiamiamo – impropriamente – progresso. Dopo circa un’ora di cammino arriviamo in uno dei piccoli nuclei abitati, dove veniamo accolti con uno spettacolo organizzato per noi, con tanto di canzoncine multilingue e danze. Risulta un po’ falso, ma è il compromesso che questo popolo ha trovato per guadagnarsi da vivere con condizioni un po’ meno dure dei propri padri.

Quechua Taquile Perù
Quechua a Taquile (Photo by Gabriele Levantini, Perù, agosto 2019)

Nonostante questo, abbiamo comunque modo di conoscere la popolazione e le sue tradizioni, rimaste più o meno immutate dal XVI secolo. Qui la proprietà privata è limitata, il lavoro è condiviso e ogni domenica le famiglie si riuniscono e riferiscono agli Anziani tutto ciò che è successo durante la settimana. Questi ultimi vengono eletti ogni anno e hanno il dovere di mantenere i sentieri e decidere dove i nuovi sposi dovranno costruire la loro casa. I terreni vengono distribuiti tra tutti gli abitanti, in modo che siano sufficienti per il sostentamento delle famiglie.

Prima di sposarsi è obbligatorio il sirwinakui, cioè la convivenza, ma non esiste il divorzio. Nel caso in cui una donna rimanga incinta durante il sirwinakui è necessario sposarsi, perché non sono ammessi figli al di fuori del matrimonio. Nessuno straniero può sposarsi con un locale e vivere a Taquile, a meno che non impari lingua e tradizioni quechua-taquilegne, compresa la tecnica della maglia a cinque ferri con la quale gli uomini intessono splendidi tessuti, e gli Anziani non diano quindi il loro consenso. Un’arte fondamentale per questo popolo, perché il vestiario è rigidamente codificato e trasmette diverse informazioni sulla posizione sociale di chi lo porta.

Stare a Taquile è come fare un viaggio nel tempo, chi vive qui rinuncia a quasi tutto, eppure a giudicare dai grandi sorrisi e dalle facce rilassate che si vedono ovunque, questo popolo ha la più grande ricchezza: la felicità. I quechua conoscono la civiltà, ma scelgono di non farne parte, con grande orgoglio e consapevolezza.

Visitiamo infine le isole galleggianti degli Uros, popolazione che nel corso dei secoli si è fusa con gli Aymara. L’origine di questo popolo e la loro abitudine di vivere su isole artificiali sono in parte misteriose, ma qui in realtà il progresso ha avuto la meglio. Oggi giorno le Islas Flotantes non sono quasi più abitate stabilmente perché, essendo realizzate completamente con una pianta lacustre chiamata totora, devono essere mantenute continuamente e sostituite dopo appena qualche anno.

islas flotantes perù bolivia
Isole galleggianti degli Uros (Photo by Gabriele Levantini, Perù/Bolivia, agosto 2019)

Gli Uros oramai fanno base a Puno e trascorrono solo parte del tempo su queste zattere vegetali alla deriva. In effetti, visto il livello di vita davvero misera che possono condurre qui, non riesco a dargli torto. Anche se il trasferimento sulla terraferma ha migliorato la loro condizione, non se la passano comunque troppo bene e quando regaliamo una barretta di cioccolato a una ragazzina, leggiamo nei suoi occhi una genuina gratitudine.

A fine giornata rientriamo alla base e ci prepariamo per un’ulteriore lunga traversata in autobus. Il giorno successivo comincerà la parte più dura del nostro viaggio: attraverseremo la frontiera boliviana e faremo rotta verso Uyuni, da dove esploreremo il deserto del Salar.

Il pullman percorre una strada molto panoramica, che ci regala gradevoli scorci del Titikaka, fino a Tiquina de San Pablo dove attraverseremo un piccolo ramo del lago. Scendiamo e ci fanno salire su un barcone molto simile a quelli con cui i disperati arrivano a Lampedusa. Nel frattempo caricano l’autobus su una grossa chiatta che si inclina e ondeggia spaventosamente, facendoci preoccupare non poco per la sorte dei nostri bagagli.

Poco dopo arriviamo a Kasani dove c’è la frontiera col paraìso socialista del compañero presidente Morales, rappresentata da un arco lungo la strada. Dobbiamo scendere e farci fare due timbri, uno prima e uno dopo l’arco, perché la frontiera è teoricamente chiusa, anche se il gigantesco e chiassoso mercato internazionale che si svolge proprio sul confine non sembra preoccuparsene molto.

Il pullman ci lascia a Copacabana, pittoresco villaggio dove mangiamo in un locale che assomiglia alle cantine messicane dei film, con tanto di mosche che ti si posano sul collo sudato, e capiamo immediatamente la differenza tra il Secondo Mondo del Perù e il Terzo Mondo della Bolivia. Se è vero che le riforme socialiste del presidente hanno migliorato la condizione delle classi più vulnerabili, bisogna anche ammettere che la strada dello sviluppo è ancora lunga per questo paese.

Salar  Incahuasi Bolivia
Il Salar dall’Isola Incahuasi (Photo by Gabriele Levantini, Bolivia, agosto 2019)

Il nostro viaggio continua per La Paz, città immensa e poverissima che si può descrivere in un solo modo: un vero casino. Non ha un centro vero e proprio, ma alcune zone di interesse storico sparpagliate in un mare di strade poverissime, che la sera diventano abbastanza pericolose. I murales patriottici che inneggiano al pueblo e al socialismo un po’ dappertutto non bastano a mantenere alto il morale della gente. Qui l’aria è meno festosa che in Perù. Nascondiamo le reflex e facciamo un buon giro in attesa dell’autobus notturno che ci porterà a Uyuni. Cerchiamo di riposare perché il deserto, con le sue escursioni termiche da +20 °C a -7°C sarà molto duro da affrontare in alloggi rurali basici.

Arriviamo all’alba e lo spettacolo del sole che sorge al limitare del Salar ci ripaga delle molte ore di viaggio su strade disconnesse e avvolte da un buio difficilmente reperibile in Italia. Il villaggio di Uyuni sembra uscito da un film western, ma al posto dei cow-boys ci sono donne cholitas con grandi gonne polleras e bombette sulla testa. Esploriamo il villaggio in pochi minuti incappando nella dura opposizione alle fotografie dei commercianti che vendono feti essiccati di lama e altri oggetti rituali per chi segue la religione inca. Evito le foto e le botte che ne conseguirebbero e andiamo all’agenzia turistica dove ingaggeremo una guida.

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Alloggio rurale basico nel deserto (Photo by Gabriele Levantini, Bolivia, agosto 2019)

In Bolivia, vizi borghesi come la fretta o la puntualità sono poco diffusi. Ne approfittiamo per scegliere cosa portare con noi nel deserto e lasciare il resto dei bagagli e poi ci mettiamo comodi su un vecchio divano nella sala d’attesa che sembra una comune hippie. Un tizio cucina qualcosa, altri dormono, qualcuno legge, c’è chi studia mappe, un ragazzo con la faccia sofferente scappa di corsa in bagno dove resterà a lungo. Noi invece facciamo nuove amicizie. Dopo un po’ di tempo e qualche mate, arrivano finalmente le guide e cominciano a dividerci: noi saremo guidati da Xavier, un tipo tutto matto che contribuirà a rendere il nostro viaggio un capolavoro, e divideremo il fuoristrada con due italiani e due spagnoli girovaghi che recupereremo a Colchani, ultimo avamposto dopo il villaggio, che i due hanno raggiunto autonomamente.  

Sarebbe troppo lungo raccontare per filo e per segno cosa abbiamo vissuto nei tre giorni trascorsi nel deserto, ma posso semplicemente dire che è stata una di quelle esperienze che cambiano la vita. Immaginate di attraversare prima un luogo perfettamente piatto e bianco, talmente irreale da farvi perdere il senso dell’orientamento, da rendere il mondo bidimensionale, e di essere sospesi proprio lì nel mezzo. E come un miraggio, in questa distesa, compare un’isola che sembra volare sull’orizzonte. È completamente ricoperta di cactus millenari, grandi come querce. Se riuscite, immaginate cosa può essere un tramonto in un posto simile. Provate a pensare di dormire nel silenzio più assoluto che riuscite a concepire, sotto una via lattea tanto vicina da poterla toccare.

Oltre a essere maestoso, il deserto è anche ostile. È un luogo per le rocce e per le bestie e per affrontarlo gli esseri umani devono rendersi più simili a loro. Ci spogliamo d’ogni aggiunta mentale e, così facendo, ci sentiamo liberi e questa libertà ci dà un senso di vertigine e di felicità profonda. Non c’è riscaldamento per resistere sotto zero, ma solo coperte di alpaca che muovendoti nel buio producono scintille elettrostatiche, così tanti strati di coperte che ti sembra di essere sepolto.

Di giorno è veramente caldo, ma di notte nel rifugio è talmente freddo che fa male anche togliersi i vestiti polverosi e infilare la calzamaglia. Prima di dormire devi spruzzarti addosso molto repellente extra-forte, per evitare che dal tetto in paglia e da terra arrivino le triatomine (chinche) a pungerti e farti ammalare. Tutto sembra dire all’uomo che qui non comanda lui. In questa cattedrale della natura, ci sentiamo in contatto con qualcosa di superiore e più elevato. Ci sentiamo finalmente vivi.

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Laguna Colorada (Photo by Gabriele Levantini, Bolivia, agosto 2019)

Immaginate il paesaggio che muta ancora: distese surreali di rocce, mari di pietre vulcaniche, oceani di dune di sabbia morbida, monumenti creati dal vento e infine incredibili lagune di tutti i colori.  I padroni di queste terre sono i fenicotteri, le volpi, le vizcachas. Pensate alle piste che si inerpicano pericolosamente tra le rocce, sui vulcani, sui monti, sempre più in alto fino al Paso del Inca e poi di nuovo giù, verso altre valli e campi geotermici. La follia di bagno all’alba in una pozza termale, mentre il ghiaccio copre ancora il terreno. 

La degna conclusione di questa avventura è la deviazione suggerita dalla guida per chiudere il viaggio: la Laguna Negra o Laguna Misteriosa, dove il deserto cede il posto a prati di muschio popolati da lama e da puma.

Quando rientriamo, anche il villaggio ci sembra una metropoli. Siamo sfiniti e felici d’una felicità genuina. Xavier ripartirà la mattina dopo per rifare daccapo quel giro massacrante di centinaia di chilometri, su un fuoristrada scassato, in cui entra la polvere. Lancerà foglie di coca dal finestrino ogni volta che passerà nel luogo dove morì il suo collega, sperando di non essere il prossimo, pregherà quel Gesù la cui gigantografia campeggia sulla sua auto, e si raccomanderà a Pachamama. La sua è una vita molto difficile, ma i figli devono mangiare e i soldi sono davvero pochi. Eppure divide con noi la sua carne di lama e le sue foglie di coca. Con noi, ricchi europei in vacanza.

Porto ancora sulla gamba destra un piccolo segno che mi ha lasciato il deserto: il morso di una volpe attraverso i pantaloni imbottiti. Guardo quella cicatrice ormai quasi completamente sbiadita – che mi costò non poche iniezioni al mio rientro in Italia – e ripenso a quei giorni così intensi. Mi ricorda che siamo piccole creature in questa meraviglia di mondo nel quale non riusciamo a trovare un equilibrio, sospesi tra la terra e il cielo.

Perù e Bolivia (pt. 2), un articolo di G. Levantini || Threevial Pursuit

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