Arte & Capitalismo, un articolo di S. Cegalin || THREEvial Pursuit

Arte & Capitalismo

Abissi nell’estetica mercificata

di Silvia Cegalin

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Le basi del capitalismo artistico. Come l’arte si sia trasformata in prodotto

Nel saggio La parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia del 1876 Friedrich Engels descrive l’evoluzione dell’essere umano dalla scimmia, ricalcando per più volte l’idea che siano stati il lavoro e la coscienza le condizioni fondamentali che hanno permesso lo sviluppo della vita umana.

Non è un caso, dunque, se la scena più significativa del film The Square del 2017 del regista Ruben Östlund, incentrato sulle strategie “commerciali” presenti nel mondo dell’arte contemporanea, riguardi un uomo,  un famoso artista, che durante una cena di gala organizzata dall’élite della classe culturale decide, attraverso un atto volutamente delirante, di staccare la propria figura da uno sfondo sbiadito dall’ipocrisia e di impersonare una scimmia, aggirandosi tra commensali che imbarazzati e impauriti non si capacitano di ciò che sta succedendo.

La figura/metafora dell’artista primate ci riporta a dover riflettere su quanto l’umano abbia gradualmente perso una relazione genuina con gli “oggetti” con cui interagisce, tra cui anche l’arte, costruendo strati su strati che lo allontanano dalla radice delle cose.

Attraverso questa scena inoltre il regista inietta un po’ di pazzia in un ambiente artistico che, specialmente al di fuori della finzione cinematografica, appare addormentato nelle proprie grazie e abitato da personalità che hanno perso la fame creatrice, innalzando a loro unico dio le perverse logiche del sistema. Logiche che, ormai non serve più ripeterlo, hanno come unici scopi la produzione, la vendita e la visibilità.

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Associare l’arte a qualcosa di puro e distaccato dai fenomeni del reale dev’essere considerato ingenuo, se non alquanto inverosimile. Con la modernità, periodo che porta a numerose trasformazioni sia in campo industriale che culturale, l’opera d’arte – facendo eco a Walter Benjamin – smarrisce la propria aurea e da oggetto esclusivo, vivo, avente un valore intrinseco e soprattutto irripetibile, gradualmente si trasforma fino a diventare un prodotto commerciale che succube dei ritmi febbricitanti e dell’invenzione di nuove macchine smarrisce la relazione con il sacro, l’astratto e la bellezza.

L’opera nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è il primo passo che avvia il campo dell’arte a comportarsi come il settore industriale. Le creazioni entrano quindi nel circuito della serialità e della simulazione diventando pezzi di un sistema in cui uno può essere sostituito all’altro. Una moltitudine, un ammasso di oggetti che tramite un’esposizione indiscriminata annientano il loro status artistico per assumere le forme della merce e del feticcio, all’interno di un apparato culturale che non si accontenta più della straordinarietà del singolo, che pretende una sua costante ripetizione e riproduzione.

Questo ragionamento vale non soltanto per la fotografia e il cinema che – come sottolineava d’altronde lo stesso Benjamin – erano le arti che incarnavano maggiormente gli ideali industriali, ma possono riferirsi anche ad altri settori artistici (come le arti figurative o la letteratura ad esempio) in cui gli artisti si ritrovano ad essere soggetti alle imposizioni di produzione e vendita dettati dal capitalismo culturale.

Non si è più artisti ma si fa gli artisti. L’idea di creare perché sospinti da un’esigenza interiore, dall’ispirazione o, citando Antonin Artaud, per fuggire dall’inferno: con l’entrata del capitalismo nell’arte ciò non può più esistere. L’alienazione tipica della classe lavoratrice infetta anche gli artisti e il perché, lo spiega bene Karl Marx in Teorie sul plusvalore (1863): il capitalismo essendosi allargato ad ogni aspetto della vita, sia essa sociale o economica, ripropone gli stessi meccanismi; se ne deduce che l’artista, proprio come l’operaio, per guadagnare dovrà produrre molte opere, opere cui unico scopo sarà la vendita e la loro pubblicità, e non più l’ideazione di creazioni originali scaturite da un impulso spontaneo.

Ora, sempre seguendo il pensiero marxista, un altro punto appare essenziale in questo discorso: ossia come l’idea utilitaristica nell’arte assuma un significato diverso da quello presente in ambito industriale, perché l’arte non è considerata un bisogno primario, inoltre è difficile tradurla in termini materialistici. Detiene tuttavia il potere nel plasmare l’immaginario, i gusti e l’estetica, oltre che generare idee.

Fattori che, specialmente con l’incedere della modernità, entrano a pieno titolo negli elementi utili per far esplodere un’economia che si identifica nel profitto e nel consumismo.

Ecco pertanto, che il capitalismo nella sua versione più aggressiva sfrutterà l’arte per manipolare la cultura, la sensibilità estetica e il senso del bello in base alle proprie esigenze. L’artista, di conseguenza, si troverà a vivere un conflitto interno in cui dovrà scegliere se creare seguendo le proprie idee e l’istinto, rischiando però di non essere capito da un pubblico e da una classe dirigente che è ammaestrata per apprezzare altro, oppure se abbandonarsi al canto di sirene che deviandolo dal proprio sentimento, lo indurranno a inchinarsi di fronte ai tentacoli del mostro capitalista e a essere così rapito da esso.

E il potere, come ben sappiamo, ha capacità di deformare la natura delle cose. Non solo infatti ha condotto l’artista e l’arte a rivestire funzioni diverse da quelle che possedevano in origine, storpiandone quasi il loro senso intrinseco, ma ha anche mutato sé stesso e le sue forme di manifestazione, disegnando un nuovo tipo di capitalismo che si adattasse ai cambiamenti sociali in atto. Interessante fenomeno che è stato analizzato recentemente da Gilles Lipovetski e Jean Serroy in L’estetizzazione del mondo. Vivere nell’era del capitalismo artistico, in cui i due autori affrontando il concetto di “capitalismo cognitivo”, spiegano come – nella contemporaneità – la prima merce da mettere in risalto non sia tanto il manufatto quanto noi stessi, le nostre conoscenze, le nostre potenzialità e le nostre idee.

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È l’immateriale, per usare un termine caro ad André Gorz, a essere al centro delle strategie capitaliste, perché è in corso la sfida di rendere monetizzabile e commerciabile ciò che appartiene alla sfera dell’intelletto, in modo da stabilire un’economia che non escluda nessun aspetto della società, compresa la conoscenza e ovviamente la creatività. Se ne deduce che gli artisti in questa fase dovrebbero concepirsi come “capitale umano” e dunque imprenditori di loro stessi, in grado di trasformarsi in base alle opportunità offerte dal momento. Anche con l’analisi critica di Lipovetski e Serroy, quindi, si ritorna all’idea di un’artista che prima di essere deve mostrarsi e mostrare.

Un capitalismo artistico che, stando agli studi di Luc Boltanski ed Ève Chiapello raccolti nel libro Il nuovo spirito del capitalismo (testo che anticipa di circa dieci anni L’estetizzazione del mondo), in nome dello spirito libertario e della necessità di una maggiore autonomia espressiva diffusisi negli anni 60’, è riuscito a convertire, anzi a distruggere, la propulsione creativa che in quel periodo era sbocciata, ridefinendola secondo i canoni del libero mercato, reimpostando un assetto alternativo al binomio lavoratore/merce, sfruttato/sfruttatore. Ma – e qui sta la sua “forza demoniaca” – il capitalismo è riuscito a penetrare nel mondo dell’arte camuffandosi esso stesso dà valore artistico, iniziando a dominarlo secondo le politiche d’impresa.

Politiche che si sono espanse anche al funzionamento delle attività artistiche, che oggi più che mai, incorporano il suffisso “iper” che nel consumismo, nella proliferazione e nella flessibilità si esplica nella maniera più emblematica. L’estetica si è adattata a questa babele di produzioni, e il surplus di esibizioni cosiddette artistiche e l’inflazione di eventi/manifestazioni culturali ne sono un esempio. Che cosa valga veramente, che cosa meriti la nostra attenzione è difficile da stabilire perché, per riprendere il concetto di arte espansa di Mario Perniola, in tale abuso di futilità e insulsaggini l’arte autentica è stata oscurata da un imbarbarimento del pensiero estetico.

È inevitabile quindi che alla massificazione dell’oggettualità artistica segua la graduale sparizione dell’arte ed è in linea con il pensiero di Jean Baudrillard, che nell’omonima La sparizione dell’arte, dichiara come il feticismo commerciale e il culto sfrenato verso le cose abbiano condotto alla svalutazione delle creazioni artistiche, diminuendo la consapevolezza su noi stessi e il mondo che l’arte spesso stimolava. È urgente di conseguenza, ribadisce il filosofo, che l’arte e gli artisti resuscitino il proprio ruolo, contrastando il nauseante circuito di mercificazione delle idee.

L’arte è una questione di classe sociale.

Se non si può asserire che l’arte sia sganciata dalla sfera economica, è perciò importante considerare l’artista come un lavoratore. Per quanto tale affermazione appaia banale, in merito anche alle riflessioni svolte precedentemente, è comunque risaputo che ancora ad oggi persistono numerose contraddizioni per descrivere il ruolo dell’artista all’interno di una società dominata da un capitalismo che, personalmente, definirei multiforme.

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Il resuscitatore del marxismo Theodor Adorno, non a caso, con la formulazione del concetto di “industria culturale” intendeva proprio sottolineare il legame condizionante che intercorreva tra le varie componenti sociali-economiche e l’arte. È però evidente che nonostante i molti dibattiti e la vasta letteratura inerente il capitalismo artistico e la trasformazione dell’opera d’arte in merce, rimane spesso secondaria una questione a parer mio di estrema importanza, ossia il ruolo che la classe sociale di appartenenza ha nella formazione e nell’affermazione degli artisti.

Molti, forse, troveranno obsoleto l’uso del termine “classe”, in alternativa possiamo parlare di livello del reddito, grado di istruzione o di possibilità economiche, il discorso comunque non cambia, perché stando a una ricerca condotta nel 2015 dalla Goldsmiths University e dalla Arts Association Create, è emerso che l’80% delle persone che lavorano e fanno arte nel Regno Unito provengono dalla classe medio alta. Ora, un dato di questo tipo dovrebbe suscitare vergogna e stimolare gli imprenditori culturali a creare sistemi di finanziamento e sostentamento in grado di rimarginare questa ferita che vede i meno abbienti esclusi.

Al contrario, come d’altronde è riportato nell’articolo Can Only Rich Kids Afford to Work in the Art World? del 2017 a firma di Anna Louie Sussman in Artsy, affiora la problematica che mentre negli altri campi industriali si sta investendo per formare una forza-lavoro eterogenea, in quanto la varietà dei soggetti coinvolti porterebbe a prestazioni migliori, il settore dell’arte si estrania da ciò, rimanendo ancorato a pratiche economiche basate in larga parte sulle donazioni, sul collezionismo e sulla promozione tramite i social media, nonché su prestazioni di lavoro che spesso sono retribuite  malvolentieri.

Un altro aspetto preoccupante che concerne la formazione degli artisti, è il fatto che si acquisisce lo status di artista dopo aver superato “varie prove”. Per arrivare a esporre o a pubblicare le proprie opere nella famosa galleria, biennale o con un editore conosciuto, è indispensabile “entrare nel giro giusto” (e pure in questo caso si presuppone la provenienza da un ambiente borghese e zone geografiche evolute e non isolate), o un curriculum che elenchi considerevoli esperienze. Esperienze che richiederanno l’investimento di tempo e denaro che, ovviamente, non tutti sono in grado di sostenere. Penso ad esempio alla partecipazione di seminari, corsi di specializzazione, stage e workshop che non sempre vengono finanziati dall’ente organizzatore, ma che spesso sono a carico del partecipante, e talvolta si svolgono all’estero o lontano dalla propria città.

Questa mia riflessione non si basa su un’ottica pessimistica, ma reale. Non vuole affermare che chi proviene da un ambiente agiato non possa essere un bravo artista, e che chi è più povero non ce la possa fare. Ma perpetuare l’idea romantica che il figlio/a di un operaio o di un impiegato, abbia pari opportunità di un figlio/a di un medico, di un avvocato o di un imprenditore, vuol dire negare l’esistenza stessa del capitalismo che ha fatto del denaro la sua arma vincente. La regola è molto chiara: se hai soldi puoi – se non hai soldi non puoi.

Senza contare il fatto che chi domina le scene artistiche e intellettuali produce visioni e idee capaci di influenzare il modo di pensare nonché la cultura stessa, perciò ci troviamo a essere schiavi – o sovrani – non solo della nostra condizione economica, ma anche di un capitale di pensiero modellato da altri e in cui si rischia di non riconoscersi e sentirsi esclusi. Lo studio Social Class, Taste and Inequalities in the Creative Industries a cura di Dave O’Brien, Orian Brook e Mark Taylor, pubblicato nel 2018 in collaborazione con l’Università di Edimburgo e Sheffield, ha inoltre svelato che a essere determinante per diventare artisti, oltre la propria provenienza sociale, sono anche il genere, la nazionalità, la religione e la lingua della persona.

Con una semplice frase quindi si potrebbe dire: tutti possono fare arte, ma non tutti possono diventare artisti.

the square scena madre
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