Animali Americani, un racconto di R. Salvini || Street Stories ||Three Faces

Animali Americani, un racconto di R. Salvini || Street Stories


Animali Americani

di Rachele Salvini

Illustrazione di Brucio

X: Scarafaggio

Nelle estati torride dell’Oklahoma, gli scarafaggi zampettano sulla strada a trenta chilometri orari. Sopravvivono adattandosi a ogni situazione: amano lo zucchero e l’alcol, ma mangiano di tutto, anche unghie e capelli, fino all’ultima ombra di materia organica, di vita.

Oggi è il giorno: devo ordinare la spesa su internet. Non ho più niente in casa.
Nell’ultimo mese ho mangiato tutto quello che avevo, fino all’ultima lattina. Ho centellinato ogni fagiolo in scatola, ogni fetta di pane in cassetta per evitare di ordinare la spesa. Di solito mi sdraio sul divano, davanti al televisore, e mangio guardando documentari sugli animali. Le persone non m’interessano più, o mi spaventano.
Dada mi guarda accucciata davanti alla porta e so che vorrebbe uscire in strada. Le ho comprato una lettiera da cani, ordinata su Amazon per venti dollari.
Scrivo i prodotti sul sito di Walmart, un grande magazzino che è tipo Esselunga, Conad e Coop messe insieme. Scelgo le confezioni formato famiglia. Ammucchio lattine e prodotti surgelati nel mio carrello virtuale.

Lettiera cane
Detersivo piatti
Detergente vestiti

Mentre ordino, mi chiama mia madre. Mi chiede: «Ma perché non torni a casa? Non ci stai a far niente in America», e ha ragione. Rispondo che sto cercando i voli per tornare in Italia, ma portare il cane in aereo dall’Oklahoma a Dallas e poi da Dallas a Londra e da Londra a Pisa non è facile.
Mi sono trasferita in America due anni fa, quando non avevo paura e riuscivo ancora a studiare. A mia madre non ho detto niente di X, Y e Z, e dell’ultimo mese, perché è sola in Italia e mio padre è uscito una volta e non è tornato più, e non voglio farla preoccupare più di quanto già sia.
«Dada l’hai adottata da due mesi», mi dice mia madre. «Non sarà un trauma lasciarla».
Ho preso Dada perché non volevo stare sola, perché da quando ho lasciato gli studi e il vecchio lavoro e mi sono trasferita in casa nuova ho un sacco di ansie e paure. Vorrei farle strisciare tra i cuscini del divano, negli angoli sporchi dove si accumulano polvere e peli di cane. Vorrei lasciarle nel mio appartamento, chiudere tutto, mettere Dada al guinzaglio, uscire e aspettare che la ventola dell’aria condizionata le inghiotta come mosche. Tutte le ansie e le paure.
Mia madre mi chiede: «Non è che non vuoi venire a casa perché hai trovato il fidanzato?» e io dico che non mi piace nessuno, ma la verità è che ho smesso di uscire, e che di fidanzati ne ho avuti, ma sarebbe stato meglio di no. Non le dico niente, non le dico di quando X è strisciato via dal mio vecchio appartamento per tornare da sua moglie, mentre io urlavo e avrei voluto strapparmi i capelli e dargli fuoco – ai miei capelli, ma anche a X.
X se n’è andato perché diceva che non poteva più vedermi, che Dio non l’avrebbe perdonato, che la famiglia e la chiesa erano la sua vita e chi ero io, chi ero io?, mi chiedeva, come se fosse colpa mia e lo avessi costretto ad avere una relazione con me. Se n’è andato per via di Dio, perché si sentiva in colpa, e perché aveva paura di essere scoperto. Perché era un bravo uomo cristiano.
Il giorno dopo sua moglie mi ha lasciato una busta di blatte nella cassetta della posta.
Ai tempi uscivo ancora per andare all’università e andavo a prendere le lettere dalla cassetta in cortile come se fosse una cosa normale. Avevo le cuffie nelle orecchie e canticchiavo e non ho sentito gli scarafaggi strisciare dentro la cassetta, così quando l’ho aperta queste blatte sono cadute a terra una sopra l’altra strusciandosi addosso per uscire. Una è caduta sulla mia ciabatta e ho gridato, ma nessuno mi ha sentito.
Lo so che è stata sua moglie perché mi ha lasciato un biglietto con scritto: “Italiana puttana da strada”. L’ha pure firmato. Solo col nome, come se ci conoscessimo.

Y: Procione

I procioni sono animali notturni. Nelle lingue dei Nativi Americani e degli Aztechi, il nome del procione deriva da termini che indicano la capacità di afferrare, di prendersi tutto con le mani. Hanno un senso del tatto molto sviluppato. Le macchie nere intorno agli occhi, spesso paragonate a maschere, gli permettono di assorbire la luce e avere una migliore visione nel buio, come gli atleti che indossano strisce nere sulle guance per riflettere i raggi del sole.

Non esco da un mese perché non voglio andare in strada. Ho paura che X o Y o Z mi vedano con le gambe di fuori dal mio vestito giallo, mi seguano e scoprano dove mi sono trasferita, leggano il numero sulla porta, l’appartamento numero quattro, vedano la mia chiave che gira nella toppa, X con sua moglie nella Mercury coi sedili in finta pelle, Y nel suo enorme pick-up bianco lucido, Z nel suo van sfasciato. Ho paura che mi vedano e pensino: eccola là. Chiusa tra quelle quattro mura, sola. Sanno benissimo che di pistole non ne ho, che al massimo, se decidessero di tornare o seguirmi o parlarmi, potrebbero tirare un calcio alla porta e trovarmi stesa a mangiare pane raffermo guardando documentari sugli animali, come una pazza nevrotica.
Ma ora non ho più niente da mangiare.
La spesa la ordino su internet e me la deve portare un fattorino, otto dollari in orario diurno, dieci la sera. L’orario non mi fa differenza perché da quando ho mollato gli studi lavoro da casa – scrivo recensioni di divani o crocchette di pollo che non ho mai visto o provato.
Dada non esce da un mese, come me. Fa la pipì e la cacca su questa lettiera in un angolo del magazzino delle scope, e mentre si accuccia mi guarda come se si sentisse in colpa a fare la cacca in casa. Allora mi alzo, raccolgo la cacca e la butto nel cestino; poi lascio la spazzatura fuori dalla finestra. Il tipo della nettezza urbana non sa che faccia ho, non sa chi sono. E non voglio che lo sappia neanche il fattorino di Walmart.

Sacchi spazzatura
Cavoli surgelati (x2)
Latte parzialmente scremato (x3)

Mi alzo, apro il frigo con le dita che tremano, come se volessi controllare cosa mi è rimasto, come una persona normale. So benissimo cosa mi manca: tutto. Non voglio pensare al fattorino che arriverà e aprirò la porta e mi vedrà e saprà che io – nome cognome indirizzo – vivo qui, io col vestito giallo e i riccioli scuri e una manciata di lentiggini sulla guancia destra, io che a ventisette anni ho ancora i brufoli, io con lo smalto color cioccolato e due anelli alle dita dei piedi. Il fattorino mi vedrà e saprà dove e chi sono, e io sarò nuda.
Penso di chiamare il supermercato e chiedere se per favore possono mandare un fattorino donna. Prendo in mano il telefono, ma so che non dovrei, e Dada mi guarda come se sapesse che non sono normale. Frigna seduta davanti alla porta perché vuole uscire.
Y diceva sempre di voler prendere un cane perché i cani ci vogliono bene davvero. Y diceva di volermi bene davvero, ma poi ogni volta che facevamo sesso mi stringeva la gola così forte come se volesse ammazzarmi. Ci baciavamo e mi afferrava i capelli e li strattonava come se non avessi una sottile fila di vertebre lungo il collo a tenermi unita. Ma era un giocatore di football e io ero un’italiana in America e quando mia madre mi chiedeva «Ti stai vedendo con qualcuno?», io sospiravo e dicevo: «Con un giocatore di football», perché i cliché a volte suonano bene. Quando uscivamo, io col vestito giallo e lui con la casacca con le spalle imbottite che lo faceva sembrare un dio greco, illuminavamo la strada e volevo che tutti ci vedessero insieme.
Un giorno mi ha schiacciato contro il divano e poi mi ha afferrato le costole con le mani come se fossero alette di pollo e mi ha lanciato contro il muro. Gli ho detto di andare via per sempre. Allora ha tirato un cazzotto alla porta per non tirarlo a me, e finché non è arrivato il padrone di casa a ripararlo tutti mi vedevano dalla strada e pensavano: “Il giocatore di football non ci ha visto più e le ha fatto un buco in casa. Il giocatore di football è impazzito come O.J. Simpson”. Un altro cliché, solo che stavolta non suonava bene.
Dada la vorrei portare fuori perché io le voglio bene davvero, ma quando apro un pochino la porta come prova generale per quando arriverà il fattorino, lei prova a fiondarsi fuori e io le do un calcio per farla arretrare.
Il calcio le arriva tra la spalla e la testa e Dada lancia come un grido strozzato, forse di delusione più che di dolore. Chiudo la porta così velocemente che entra solo un filo d’aria calda da fuori; uno scarafaggio in cerca di cibo rimane incastrato tra la soglia e lo stipite. Mi chino per abbracciare Dada. Non piange più; mi lecca la faccia. Y aveva ragione quando diceva che i cani ti vogliono bene davvero.

Z: Opossum

Gli opossum sono uno degli animali selvatici più comuni nei sobborghi degli Stati Uniti. La loro particolarità è l’abilità di fingersi morti senza riuscire a controllarlo: è istinto di preservazione. Quando sentono il pericolo, il loro corpo si affloscia come morto e comincia a diffondere un odore putrido, pestilenziale, per allontanare i predatori.

Mia madre mi chiama di nuovo e mi dice: «Torna a casa». Me lo dice tante volte al giorno, come se sapesse che qualcosa non va. Me lo dice tante volte perché forse vorrebbe dirlo anche a mio padre, ma lui è sparito nel nulla, e con lui non può.
Non le dico che i voli ci sono, e che sì, teoricamente potrei portare Dada in aereo. Ma dovrei uscire per farle tutti i vaccini, metterle un microchip d’identificazione sotto la pelle con il suo e il mio nome, presentarmi in aeroporto, sbrigare le pratiche per caricarla in stiva, parlare con gente, uomini, scambiare sorrisi, il passaporto, vedere uomini che leggono il mio nome e cognome. Il mio nome non voglio mai più dirlo a nessuno, perché quando la gente lo dice, me lo ripete, sento la voce di Z che mi chiama la notte in cui l’ho conosciuto al bar, quando ancora mi vestivo bene e bevevo gin tonic e volevo che gli uomini mi guardassero. Z mi ha chiesto come mi chiamavo e poi ha gridato a tutti che mi avrebbe pagato da bere. Poi però ho visto i suoi denti gialli corti come se qualcuno li avesse livellati con un seghetto. Mi ha chiesto se fumavo e gli ho detto sì e gli ho passato una sigaretta per levarmelo dai piedi, ma lui ha continuato: «No, dicevo la roba», e allora ho capito il perché dei denti, e quando si è avvicinato per passarmi il bicchiere ho sentito il puzzo – fumo rancido, ferro arrugginito, sangue rappreso.
Ho lasciato il bicchiere e sono uscita senza correre, ma a passo svelto, e quando ero ormai in strada ho sentito il motore del suo van scassato, la sua voce, ho visto una pipetta di vetro scintillare nel buio del finestrino mentre mi chiamava. Gli avevo detto il mio nome.
Ho desiderato avere una pistola. Non mi sono mai sentita così americana.
Si è accostato, col finestrino abbassato.
Ho detto: «Chiamo la polizia».
Lui ha detto: «Ma no».
Io ho detto: «Ti ammazzo». Lui ha riso.
Allora mi sono fermata, perché eravamo troppo vicini a casa mia e non volevo che vedesse dove abitavo, perché preferivo che mi facesse quello che voleva fare lì in strada e mi lasciasse andare, invece che costringermi a passare le notti a chiedermi se fosse appostato fuori dalla mia finestra, proprio lì, mentre mangiavo e guardavo i documentari sugli animali sdraiata sul mio divano.
Così, ferma, l’ho aspettato con le chiavi tra le dita. Ho pensato: “Fai presto”.
«Cosa vuoi», ho chiesto.
Lui è sceso dal van. Il fumo della sua pipetta puzzava di plastica sciolta.
L’aria era umida e fitti nuvoloni coprivano la luna.
Z ha detto: «Voglio solo abbracciarti».
Per un attimo c’è stato silenzio, con neanche una macchina che passava. Gli ho detto di sì perché volevo che se ne andasse. «Non fare niente che non vorrei tu facessi», ho aggiunto.
Si è avvicinato e per un attimo ho pensato che potevo benissimo morire lì, in una stradina di un sobborgo nel torrido luglio dell’Oklahoma, ma ho solo sentito il puzzo rancido della sua maglietta.
Quando l’abbraccio è finito sono scappata a gambe levate, e non sono più uscita di casa.
Sento le ruote scricchiolare sull’asfalto del parcheggio. Il fattorino è qui con la spesa.
Dada comincia a mugolare e piangere e lo so che vuole uscire. Il fattorino esce di macchina, apre e chiude lo sportello, e per un attimo immagino X che esce dalla sua Mercury coi sedili di finta pelle, con una boccia di Jim Beam in mano e la collanina con la croce al collo; penso a Y, quando tornava incazzato dalle partite con le strisce nere appiccicate sotto gli occhi e le mani che tremavano di rabbia mentre chiudeva il portellone del pick-up bianco lucido; penso al van scassato di Z che marciava lento dietro di me nell’aria densa di umidità.
Mi avvicino alla porta. Sento i passi del fattorino, le buste della spesa che gli sbattono contro i polpacci. Penso di chiamare mia madre per dirle tutto, e che torno a casa. Ma Dada uggiola. Cerco di calmarmi e penso, ce la posso fare. Guardo dallo spioncino: il fattorino è giovane, forse uno studente, coi capelli biondi arricciati, una collanina di perline, gli occhiali da sole appesi al colletto della camicia a maniche corte che gli si appiccica al petto per il caldo. La sua mano si allunga per bussare.
«Consegna da Walmart» dice, ma sono impietrita. Non sento la voce di un uomo da un mese. Il telefono s’illumina sul tavolo: mia madre che mi chiama di nuovo per placare le sue ansie e non le mie. Le mie ansie rimbombano tra le pareti del mio cervello, della mia casa, vogliono uscirmi dalle orecchie e dalla bocca e dalla porta e andarsene in strada a fare un giro con Dada, a schiacciare gli scarafaggi e rincorrere opossum e procioni.
Ma mi appiattisco contro la porta trattenendo il sospiro. Mi lascio scivolare giù.
Dada mugola; io mi accuccio con lei. Sento il ragazzo scaricare tutta la spesa davanti alla porta, busta dopo busta, e poi le suole delle sue scarpe sui sassolini, lo sportello della macchina, le ruote sul cemento bruciato. Aspetto dieci minuti prima di aprire la porta. Mia madre continua a chiamare. Dada non uggiola più, ma rimane seduta a guardarmi.

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