Andate in pace, un racconto di G. Martana || Street Stories - INEDITO ||Three Faces

Andate in pace, un racconto di G. Martana || Street Stories – INEDITO

Andate in pace

Dalla mente di Gianfranco Martana

street stories inedito 1
Cover by Brucio

Per i miscredenti come me la messa è un’incombenza noiosa. Per carità, non è un dramma: un po’ si dormicchia, cullati dalla cantilena del prete; un po’ si mormora una preghiera tutti insieme, fingendo di conoscere le parole; si fa una chiacchiera con la moglie, il marito, il figlio che ti stanno accanto; si va a ruota degli altri, come particelle di un’onda, quando c’è da sedersi o alzarsi; si esegue rapidamente il segno della croce quando è necessario. I più rigorosi fra noi miscredenti ripudieranno quel gesto, ostentando le mani intrecciate dietro la schiena o sul davanti, pur patendo un lieve imbarazzo, come di spia smascherata in territorio nemico. Io non sono così coraggioso o sfrontato: mi sentirei tutti gli occhi addosso, soprattutto quelli di mia moglie. Ho provato a spiegarle il mio punto di vista, che se non credi è un’ipocrisia segnarti; lei mi ha risposto che allora è un’ipocrisia anche andare a messa, e quando le ho detto che ci vado solo per accompagnare lei, mi ha risposto che in chiesa è capace di andarci anche da sola. Ha vinto lei, e continuo a segnarmi, anche se mi vergogno.

Ci sono altri momenti della messa a cui fatico ad abituarmi. La questua, per esempio, con l’anziano sagrestano che passando fra i banchi quasi sfiora il tuo portafogli con un sacchetto di raso rosso fissato a un lungo manico, che mi ricorda il retino con cui da bambino andavo a pesca di granchi. Resto sempre incantato dalla sua perizia, e a volte me l’immagino durante sfiancanti sedute di allenamento, come un atleta alla ricerca del gesto perfetto. Quando arriva il mio turno, col sacchetto che sembra annusarmi le tasche, sorrido e muovo velocemente gli occhi in direzione di mia moglie, che ha già le dita nel borsellino. È il segnale che l’ho delegata a versare un obolo anche a mio nome, ma non è vero: a casa litighiamo sempre per quelle offerte che non si sa cosa vadano a finanziare, anche se lei è convinta che si trasformino tutte in pasti caldi e abiti per i poveri. Ogni volta nel cesto finiscono cinque euro, che mi costano un’ora di lavoro. Mia moglie dice che si vergogna a dare una moneta: forse trova volgare il suono metallico che produce cascando su altre monete. Una banconota è più elegante, scivola giù discreta e silenziosa, come una foglia staccata dal ramo in un grigio mattino d’autunno. Anche il sagrestano sembra apprezzare, perché abbassa leggermente la testa in segno di rispettosa gratitudine. Non lo fa mai, se lasci una moneta. Cinque euro ogni domenica fanno duecentocinquanta euro in un anno, e nella nostra situazione c’è poco da scialacquare: ho sempre meno lavoro, l’inquilino da due anni non paga l’affitto della casa che mi hanno lasciato i miei genitori, e l’avvocato continua a mandarmi parcelle folli per la causa di sfratto. Mia moglie però non sente ragioni: per lei non è domenica se non spende cinque euro in chiesa e dieci in pasticceria.
Un altro momento imbarazzante è quando il prete intima di scambiarsi un segno di pace. Allora non puoi startene più per conto tuo e devi stringere la mano ai tuoi vicini di banco. Che poi la prima è mia moglie, e questa cosa mi fa sempre un po’ ridere: sembriamo due che s’incontrano per la prima volta, anche se stiamo insieme da sedici anni e abbiamo due figli. Poi ti giri dall’altra parte e fai lo stesso con uno sconosciuto, sorridi beato e sussurri «Pace!» come per suggellare un armistizio. Qualcuno addirittura ti picchietta su una spalla dal banco di dietro, per non rischiare di perderti, come se avesse urgenza di compiere anche con te quel sacro gesto. Subito dopo mi capita di pensarci, a quelle persone ignote: m’invento i motivi dei nostri dissapori, i torti e le ragioni, le ripicche e i gesti di buona volontà, la rabbia e la commozione, e finisco sempre per riderci su.
Di recente però ho cominciato a pensare che forse c’è davvero qualcosa che dobbiamo farci perdonare, anche fra sconosciuti; che una rete di ingiustizie ci avviluppa tutti, e siamo tutti, a turno, carnefici e vittime. Penso alla teoria dei sei gradi di separazione, alla farfalla e al ciclone, al fatto che il mondo è più piccolo di quanto sembri, e figuriamoci una cittadina come la nostra, dove se togli il saluto al fruttivendolo il suo medico si offende, il figlio del medico comincia a farsi le canne, il gatto della fidanzata del figlio del medico scappa di casa e finisce spiaccicato sotto le ruote della tua macchina.
A proposito, ieri ci è toccato un funerale. Un conoscente di mia moglie, un uomo che partecipava con lei a un torneo di burraco. Giocava a un tavolo in fondo alla sala. D’un tratto ha posato le carte, si è portato una mano al petto, ha sussurrato «Non mi sento bene» ed è crollato a terra.
«Ma perché dobbiamo andare al funerale di uno che conosci appena?» le ho chiesto.
«Ma che c’entra, è morto davanti a me!» mi ha risposto. Non ho insistito oltre; anzi, vi dirò che la capisco: quando la morte ti sfiora in quel modo senti il bisogno di un esorcismo, di uno scongiuro, di un sacrificio per tenerla lontana, quella bestiaccia infame.

Insomma, eravamo a questo funerale in una chiesa del centro. Mi sentivo un po’ a disagio perché non era la mia chiesa, ma tutto sommato non stava andando peggio del solito. Eravamo seduti lontano dall’altare, nel girone dei conoscenti, al riparo dalle facce addolorate dei parenti e degli amici stretti. Ogni tanto ci arrivava dai primi banchi un fioco lamento, ma niente di insopportabile. Al momento di scambiarsi la pace feci la solita buffa pantomima con mia moglie, poi mi girai alla mia sinistra e strinsi la mano a un’anziana donna che mi stava appestando col suo profumo acceso di fiore putrefatto. Un uomo mi tese la mano dal banco davanti al mio e gliela strinsi, sporgendomi un po’. Come ho imparato a fare ormai in automatico, mi girai indietro, vidi un’altra mano vagare a mezz’aria e l’afferrai d’istinto, poi alzai gli occhi verso l’uomo a cui apparteneva e sussurrai «Pace!» col mio sorrisetto beato. Aveva una folta barba, e per questo faticavo a riconoscerlo, ma era certamente lui: il mio inquilino. Alla sua sinistra intravidi quell’essere osceno della moglie. Ritirai subito la mano e gli detti le spalle. Ero scosso: non ci vedevamo da un anno, dall’ultima inutile udienza per lo sfratto, quando ci eravamo guardati bene dal salutarci. Che poi non ha mai avuto la barba, quell’uomo lì. Chissà che gli ha preso.
«Non ti girare. Sai chi c’è nel banco dietro di noi? Quella carogna di Petrosino con la moglie. Gli ho pure stretto la mano, ti rendi conto?»
«Ma come ti è venuto in mente?»
«Non mi è venuto in mente: ho visto una mano, l’ho stretta, e solo dopo ho capito che era la sua».
«Sei il solito sbadato».
Già, per mia moglie sono solo uno sbadato, è tutto lì il problema. Io invece mi chiesi se fosse solo un caso, o una manovra ben congegnata da parte di quella coppia di diavoli, ma non ci fu tempo per discuterne: il prete prese l’ostia, la spezzò, pronunciò una formula che non ricordo bene, e tutti noi ripetemmo tre volte: «Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi».
Abbi pietà di noi. Pensavo e ripensavo a quella invocazione. È proprio così, bisogna avere pietà delle nostre liti, delle nostre miserie; dei nostri peccati, se vogliamo chiamarli così. Mi sentivo gli occhi di Petrosino attaccati alla schiena, sgradevoli come una cacca di piccione. Immaginavo le sue maledizioni. Magari avrà pensato pure di avere ragione. Non mi stupirebbe, certa gente è capace di tutto. Strinsi il braccio di mia moglie in cerca di conforto. Le presi una mano e gliela baciai. Non lo facevo mai. Non in pubblico, almeno. Lei infatti se ne stupì, ma non si tirò indietro. In fondo mi vuole bene, quella donna lì.
La messa si avviò velocemente alla conclusione. Il prete pronunciò quell’andate in pace che suonava ogni volta come una liberazione, come tornare a galla e respirare dopo una lunga apnea.
«Rendiamo grazie a Dio» dicemmo tutti, e per me significava “Grazie a Dio, anche stavolta è finita”. Uscii rapidamente dal banco tirando mia moglie per un braccio: non volevo trovarmi i Petrosino davanti, non volevo vederli mai più, non sarei andato nemmeno alla prossima udienza. Ci avevano preso in giro, ci avevano lasciato con le pezze al culo, avevo dovuto rinunciare a far andare mia figlia in gita con la scuola e me l’ero inimicata.

Ah, troppe, ce ne hanno fatte, troppe! E quella barba cosa avrà voluto dire? Forse una strategia legale? Devo parlarne subito con l’avvocato. Ormai è chiaro: quei due vogliono farmi schiantare, come quel poveraccio del burraco, e magari non è un caso se ultimamente non mi sento tanto bene! Devo buttarli fuori da casa mia al più presto e cancellare il loro nome dalla mia memoria. Prima di Natale, l’avvocato me l’ha promesso! E vorrei pure vedere, con tutti i soldi che mi succhia! Se non dovesse riuscirci, prenderò a calci in culo prima lui e poi i Petrosino. Giuro che lo farò, quant’è vero Iddio.

Gianfranco Martana
È cresciuto a Salerno, ha vissuto sei anni a Brighton e ora abita a Valencia. Tre città di mare, non per caso. Ha pubblicato un romanzo e una trentina di racconti in Italia e Spagna. Gli piacerebbe suonare il pianoforte e riparare le cose rotte, ma non ha talento per nessuna delle due cose.

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Un commento su “Andate in pace, un racconto di G. Martana || Street Stories – INEDITO

  1. Mi trovi concorde su ogni punto, anche sul gettare in strada il barbuto a costo di farlo diventare un barbone…
    Però il sacchetto di velluto rosso appeso al bastone è di molti anni fa, ora passa un elegante cestino con centrino ricamato anche se di cinque euro, dentro, ne finiscono davvero pochi…tempi duri…

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