1 + 1 fa sempre uno || Intervista ad ACHE77 || THREEvial Pursuit

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1 + 1 fa sempre uno

Intervista ad ACHE77

di Niccolò D’Innocenti e Simone Piccinni

ache 77
ACHE77 at work

Cari Threevialisti,
questa settimana vi (ri)proponiamo l’intervista ad ACHE77, uscita in cartaceo lo scorso Dicembre sul numero #18 di StreetBook Magazine. Ecco qui la versione completa. Buona lettura!

Sono un po’ emozionato. È venerdì, sono sul treno, sto tornando da lavoro e devo andare a fare un’intervista. Ma non è come le altre volte: vado ad intervistare un’artista a cui voglio bene come ad un fratello, oltre ad essere una persona che stimo infinitamente. E, ad essere sinceri, dovessi dare una voce alla mia coscienza probabilmente assomiglierebbe alla sua. Quindi sì, sono un po’ teso.

Ci troviamo nella sua nuova galleria che, insieme all’associazione ARTiglieria, ha tirato su durante quest’ultimo anno. Non potrei chiedere di meglio: l’odore di vernice, l’atmosfera da work in progress e la birra di fronte a noi mi fanno rilassare. Poi basta uno sguardo ad ACHE77 per capire che non mi devo preoccupare: se non trovassi le parole per andare avanti sicuramente le troverebbe lui. Io devo solo stare attento che non mi si spenga il registratore (cosa che succederà, ovviamente).

Three Faces: Cominciamo dall’inizio: cosa ha portato ACHE77 a Firenze dalla Romania?

ACHE77: È una domanda corta che necessita di una risposta forse molto lunga. Firenze l’avevo visitata nel passato. Se sei appassionato d’arte questa città ha un certo richiamo e magnetismo: ha una lunga tradizione e una storia che gira intorno all’arte. Volevo fare l’artista da grande, quindi appena ne ho avuto la possibilità, una volta arrivato agli studi magistrali in scultura, ho deciso di richiedere una borsa Erasmus per venire qua. Di provare la fortuna insomma. Mi sembrava la sfida suprema: riuscire a formarmi a Firenze facendo arte. Poi, avendo un bel giro di turisti – venti milioni circa di visitatori l’anno – mi sembrava un ottimo hotspot da cui diffondere un messaggio a tutto il mondo. Almeno, quando si poteva viaggiare…

Poi, quando sono arrivato qua, avevo il pensiero fisso di trovare una realtà, un’associazione o una galleria, in cui fare il tirocinio. Sono arrivato a Firenze nel novembre 2015. Ho conosciuto la Progeas Family con il progetto Inseminazione Artistica, la mostra disobbediente organizzata da Matteo Bidini. Attraverso di lui ho conosciuto Zeus Oczb e con lui è partita l’esperienza Street Levels Gallery, la cui prima mostra per la galleria è stata Unity Wanted.

Questo, quello di unità, è un concetto a cui sono molto vicino da sempre: l’idea di unità, è da lì che deriva la forza. In giro ci sono molti nuclei sparsi che, se s’incontrano, hanno un altro peso. Questo era il nome della mostra, vogliamo unità, cerchiamo un’unità. A quei tempi la situazione nel mondo della street art fiorentina era diversa, era il periodo in cui gli Angeli del Bello coprivano tutti, nel 2016. Ci sono stati arresti e indagini, alcuni dei nostri colleghi sono “caduti” in quel periodo.

Sentivamo il dovere di “uscire da sotto il cappuccio”, di spiegare cosa stavamo vivendo, cosa stavamo facendo. Non cosa è, ma cosa potrebbe essere: l’arte urbana come mezzo di espressione. Ci siamo (im)posti l’obiettivo di diventare un punto di diffusione dell’informazione, di divulgare, di fare cultura. Abbiamo curato una biblioteca incentrata sulla street art, con un sacco di libri di riferimento. Abbiamo fatto attività in giro, ci siamo dati tanto da fare per il movimento. Con questo sono arrivato un po’ alla fine della domanda, sono arrivato con uno zaino di sogni e una valigia di bombolette, e un altro zaino di libri.

ACHE77 firenze
Firenze – ACHE77

TF: A proposito di questa tuo “binario” Firenze-Romania, ti volevamo chiedere del progetto “Hubrica”, che è un progetto molto interessante. Ecco, come è nato, cosa ti ha lasciato, cosa ha significato portare l’esperienza maturata a Firenze nella tua terra d’origine?

ACHE77: È stato un piacere ed un onore, un ottimo modo di arricchimento di conoscenze di contatti, rapporti umani, esperienze. Provare piano piano a trasformare i sogni in realtà. Il progetto Hubrica era partito a maggio 2016 quando ero qua a Firenze, un progetto che non si sarebbe potuto svolgere senza il mio mentore ai tempi, Alexandru Paicu, un community builder visionario. In Romania esistono tantissimi siti industriali, quasi abbandonati, e sono come delle ferite aperte nelle città che ricordano i tempi del Comunismo e che adesso sono in rovina. Vicino a Iași, una grande città universitaria, c’era un complesso industriale di capannoni dismessi, che si sviluppava in 14 km². Abbiamo preso un piano di un palazzo intero, un palazzo di progettistica. E abbiamo cominciato a ricercare quell’unità di cui parlavamo prima.

Ai suoi tempi d’oro erano presenti quaranta studi diversi, fra architetti, scultori, pittori, organizzatori di eventi, gioiellieri, orafi… se eri un creativo, eri là, e se non eri là volevi esserlo. Mi sembrava un’opportunità grandissima per poter far uno scambio d’esperienza, per creare dei ponti culturali tra gente che più o meno fa le stesse ricerche ma vive in posti diversi. Mi affascina la ricerca. Tanti chilometri quadrati di capannoni significano anche tanti muri che erano quasi di nessuno, avevano un proprietario ma erano abbandonati. Abbiamo bonificato la zona e poi abbiamo organizzato il primo festival serio di street art in quella regione. Prima si dipingeva a eventi sparsi ma mai su muro, si dipingeva su pannelli o altri supporti. Cazzo finalmente abbiamo dei muri!

Abbiamo creato il primo festival di street art, l’abbiamo approcciato in maniera differente. Non abbiamo chiamato solo i nomi grossi ma abbiamo chiamato tutti, veramente tutti. Chi voleva venire bastava che ce lo comunicasse e avrebbe trovato tutto il necessario per dipingere lì. In questo modo abbiamo dato possibilità di partecipare anche agli studenti d’arte delle varie scuole, che hanno potuto confrontarsi con artisti da tutta la Romania e non solo. Alla fine, ho portato, diciamo, circa sedici tra artisti e realtà creative come No Dump, per esempio. Hanno dipinto anche loro là con l’intento di iniziare uno scambio culturale, cosa che è successa.

È stato bellissimo veder dipingere artisti affermati accanto a quelli che si approcciavano per la prima volta a un muro e che avevano la possibilità di poter imparare guardando gli altri. Se prima volevi fare l’artista di strada, andavi per conto tuo, provavi da solo, senza supporto di nessuno. Invece, in questo modo abbiamo provato ad accorciare i tempi, dando la possibilità di creare un contesto di divulgazione di conoscenze, ed è stato bellissimo, perché grazie a quel festival sono nati tanti artisti che hanno fatto il loro primo pezzo proprio lì! Artisti che hanno continuato e alcuni di loro sono anche diventati bravi.

Il festival si chiamava The Gathering, il raduno. Abbiamo fatto due edizioni e poi niente, nel 2019 l’hub creativo ha chiuso come spazio fisico ma è rimasto come concetto e modo di essere. Peraltro, avevamo preso lo spazio a un euro al metro quadro e quando ce ne siamo andati ne valeva undici.

Comunque, lì ho capito cosa volesse dire “processo di gentrificazione”. Avendolo fatto in pieno, senza rendercene conto, ha insegnato a noi sognatori ad essere più pragmatici agli approcci di vita. E poi mi piaceva moltissimo che potessi portare là quello che facevo qua e viceversa. Per me è molto importante capire e sapere, il resto deriva da questo. Se hai capito, puoi svolgere in piena consapevolezza quello che stai facendo, anche se spesso capisci mentre stai facendo.

infanzia negata ACHE77
Ritratti dell’infanzia negata – ACHE77

TF: Parlando invece di un altro progetto, come è nata l’idea che dalla scenografia del Copula Mundi ha portato poi alla copertina che hai realizzato per noi, quella alla base del progetto Ritratti dell’infanzia negata?

ACHE77: È stata una follia, è stato magico quello che è successo. La proposta mi era arrivata da un bel po’: provare a pensare ad un allestimento di una mega struttura, quella dove si è svolto l’ultimo Copula Mundi. Quel marzo ero a Follonica, dove ho dipinto il mio primo muro di grandi dimensioni, durante l’Urban Art City.

Ho fatto quel lavoro sulla facciata del museo Magma, e durante la ricerca per creare il bozzetto ho visitato sia il museo che i suoi archivi. Lì ho trovato una mostra di fotografie di alcuni anni fa che aveva un qualcosa (schiocca le dita). Sono andato a ricercare il fotografo, il caro Pino Bertelli, che è di Piombino, una città vicina a Follonica e sono andato a cercare su internet informazioni su di lui.

Il museo mi ha dato il suo numero, l’ho contattato e ho scoperto che quelle fotografie esposte al museo facevano parte di un progetto più ampio. Pino mi ha anche invitato a casa sua. Quindi l’ho incontrato e mi ha fatto vedere tutto il suo archivio fotografico: è stato amore, amore al primo scatto. Ci trovavamo sulla stessa linea, le nostre ricerche erano complementari, usavamo soltanto medium diversi per realizzarle ed esporle. Ho avuto vari incontri con lui, è un fotografo straordinario e un uomo di un certo spessore. Mi ha fatto vedere le fotografie di un album che stava per pubblicare. L’album si chiama Contro la guerra, ritratti dell’infanzia negata. In pratica ha visitato tutti i teatri di guerra a livello mondiale, scattando soprattutto foto di bimbi, ritrattistica di bambini, mettendo l’accento sul loro sguardo.

Ma tornando alla genesi del progetto per la scenografia: il Copula Mundi si sarebbe svolto nel Parco delle Cascine e in una riunione plenaria eravamo arrivati alla conclusione che quello era un po’ “il posto degli ultimi”, pusher, prostitute, ecc. ecc… Inizialmente volevo concentrarmi su quell’aspetto lì, quindi ho provato ad entrare in contatto con queste persone. È stato facile parlare con gli spacciatori, ma con le prostitute non è stato possibile… Ho provato, ma difficilmente escono dal loro film, dal loro ruolo… Quindi ho abbandonato quel progetto, per il momento, e mi sono concentrato sugli stimoli di Pino Bertelli.

Poi, ti dirò la verità, sono entrato in quel capannone (lo spazio in cui abbiamo realizzato le scenografie, un capannone di Lastra a Signa. NdR) con due soli ritratti pronti. Ma avevo con me il libro di Pino. La scenografia nella sua interezza è nata lì, in quel capannone. Ed è stato incredibile.

Penso che non potrò mai ringraziare abbastanza tutti voi che siete stati lì. Dovevamo fare questa scenografia in una settimana e il modo più efficiente per riuscirci era tramite un processo di arte partecipativa. Avevo bisogno di una mano per riuscire a rendere il risultato finale di un certo impatto… e sono stato più che felicemente sorpreso quando ho proposto questo progetto e la mia idea, la mia follia, e ho trovato altri pazzi che mi hanno affiancato. Il resto è storia.

È stato bellissimo: così tante persone disposte a sacrificare il loro tempo e a dare una mano per fare qualcosa più grande di loro. Tutto questo nonostante le condizioni che vivevamo in quei giorni, con il cantiere attivo alle Cascine e la gente che veniva, dopo tutto una giornata di lavoro a installare tubi e montare strutture, per dare due spennellate, per stare in compagnia e dare forza a quelli che erano lì… è stato incredibile.

Per me è stato come un rito di iniziazione: mi ha cambiato in tanti aspetti che non posso esprimere a parole. Il fatto che adesso siamo in questo spazio (ARTiglieria) è grazie a quell’esperienza che mi ha fatto rendere conto dell’importanza di avere uno spazio, delle persone e lo stare insieme. Riuscire a parlare davanti a tutti in quel capannone, poi, per proporre la mia idea, coordinare, riuscire a spiegarmi e farmi capire in una lingua che non è la mia, un anno fa, è stato incredibile. Non avevo mai svelato prima di allora il mio processo creativo.

I rapporti con tante persone si sono consolidati durante quel festival, permettendomi di conoscerle nella loro vulnerabilità e umanità, nei loro scazzi, nei loro sbagli e difetti. Scopri te stesso attraverso gli altri. Quest’anno è stato stranissimo, nessun cantiere, nessun festival…

ACHE77 preghiera
Dal concorso #LaFirenzeCheCreaStreetBook Magazine 2 – ACHE77

TF: Infatti… come lo hai vissuto quest’anno?

ACHE77: L’ho vissuto un po’ strano… è volato. Potrei parlare a lungo di questo argomento: partendo dal lockdown, ovviamente mi dispiace per chi è stato male fisicamente o per la mancanza di certe risorse, ma personalmente avevo bisogno di una pandemia per riposarmi per bene, per dormire senza sentirmi in colpa nel togliere tempo a qualcosa a cui dovrei dedicarne. Mi dispiace, certo. Sono stati però mesi fondamentali per ritrovare il concetto di tempo e dargli anche un’altra misura di valore, non per forza basata su quanti task hai compiuto in un giorno.

Onestamente, per quanto sia stato strano navigare nell’ignoto, aspettando di giorno in giorno l’uscita di informazioni, a parte lo shock iniziale, quando ho preso consapevolezza per bene della situazione che si prospettava ho preso tutto il materiale possibile e ho spostato lo studio a casa. Mi sono detto che se potevamo essere sicuri di una cosa che non sarebbe mancata, quella era il tempo.

Che poi è la cosa che normalmente manca di più nella nostra epoca. Questa furia perpetua nel compiere più cose possibile, mettere più bandierine possibile, vincere più possibile… è stata rallentata. Il presente è il come lo vivi. Spero che questa situazione sia diventata un campanello d’allarme per la coscienza di tutti: un piccolo reminder che certi paradigmi non funzionano, che forse stiamo idealizzando troppo tutto e ci rifiutiamo di accettare la realtà oggettiva solo perché non corrisponde a quella proiezione idealistica che ci siamo fatti nel tempo. “Aspetta un attimo, adesso abbiamo un sacco di tempo: cosa volevo fare da tanto?”.

Dall’altra parte è venuto meno il lato sociale e collaborativo: pensare che quest’anno non ci siano stati festival ed eventi ti fa anche pensare a quante connessioni non sono nate. Ma spero che oltre a quello che abbiamo perso ci sia anche qualcosa che abbiamo guadagnato a livello umano: spero davvero che la gente abbia un po’ rivalutato la propria esistenza, le proprie priorità e valori. Guardando un po’ fuori, al momento, sembrerebbe che non è successo un cazzo, ma mi piace sperarlo.

Anzi durante il lockdown, quando mi sentivo rinchiuso, come tanti altri, ho provato a decorare la mia gabbia per farla un po’ più confortevole e accettabile… e da lì ho pensato che magari siamo tutti dei bruchi che adesso hanno la possibilità di avviare una metamorfosi e uscire come farfalle da questa esperienza. Altrimenti, se rimaniamo bruchi, rimarremo schiacciati da quello che verrà.

Voglio sperare che sia stata un’occasione per una possibile metamorfosi. Cazzo, è palese che il mondo non può andare avanti così, Era solo questione di tempo perché il vecchio paradigma crollasse. Poi vabè… è strano quello che sta succedendo a livello più serio (l’intervista è di novembre, ma sembra si possa più che sottoscrivere anche ora questa affermazione, ndr). Quest’estate siamo tornati a fare quello che facevamo prima pur sapendo che novembre stava per arrivare, Winter is coming. Ho seguito un po’ la situazione della Romania, dove il politico medio è stato molto più concentrato su fare campagna elettorale e sulle elezioni rispetto alla sanità. È uscito anche lo slogan la “pandemia non ammazza la democrazia”: ma dove cazzo è la democrazia quando mi chiudi in casa? Non siamo sempre in democrazia anche li?

Mi sembra che il sistema politico, in genrale, sia solo un meccanismo che non si concentra sugli obiettivi sui quali dovrebbe teoricamente concentrarsi, come sulla rappresentanza e la protezione del suo popolo, ma su come frodare, rubare denaro pubblico, su come non fare il proprio lavoro. Se pensi agli ospedali, a tutti i piani mai aggiornati nel corso degli anni, su tutti quelli che non hanno fatto quello che avrebbero dovuto, non eravamo in questa situazione. Non importa chi ha sbagliato se la situazione è uniformemente disastrosa.

TF: La pandemia ha anche portato allo spazio in cui siamo adesso (ARTiglieria). Ne vuoi parlare?

ACHE77: Dopo l’esperienza del Copula Mundi mi è rimasta l’idea fissa di spostare lo studio in uno spazio più ampio. Così mi sono messo a cercare locali e a ricercare di nuovo un’unità (1+1 fa sempre uno). Ho sparso la voce con tutti quelli che conoscevo su quanto sarebbe stato fico avere un luogo di lavoro un po’ più grande e a gennaio siamo riusciti a firmare il contratto. Abbiamo organizzato i nostri studi artistici e, se non fosse stato per il covid, questo spazio sarebbe già stato pronto e funzionale, con uno studio fotografico e una galleria di arte contemporanea. Per gestirlo abbiamo fondato un’associazione che si chiama ARTiglieria. Abbiamo anche pensato a uno spazio per gli associati con un piccolo bar, ma vedremo più avanti.

ache77 stencil
Dal concorso #LaFirenzeCheCreaStreetBook Magazine 2 – ACHE77

Comunque, il punto è che a Firenze sono pochissimi gli artisti emergenti, perché non vengono considerati come artisti e come giovani e qui o hai un peso o nessuno ti caga, ma per crearti quel peso hai bisogno delle palestre. Questa sarà una di quelle palestre. L’intento con cui nasce questa associazione quindi, la Galleria ARTiglieria, è quello di essere un canale per la promozione dell’arte contemporanea. Alla Street Levels avevamo un sacco di proposte da artisti validi, ma che non erano in sintonia con la nostra scelta stilistica incentrata soprattutto sulla street art.

Pur essendo molto validi non potevamo ospitarli lì, e non avevano alternative in zona. Qui invece accogliamo qualsiasi tipo di arte, dalle performance alla fotografia, alla letteratura, pittura, scultura e qualsiasi medium di espressione. Oltre ad essere una galleria sarà uno spazio di laboratori, workshop e conferenze. Ovviamente se il nuovo paradigma sociale post pandemia ce lo permetterà.

In questo momento penso che la caratteristica più importante sia l’adattabilità: se non puoi cantare danza, se non puoi danzare fischia. Basta non compiacersi nel non fare nulla, una soluzione la troverai. Consapevolezza. Qui siamo in cinque artisti e due promotori culturali. Siamo Exit-Enter, Nian, Gaia Altucci, Martina Rotels, una pittrice straordinaria, Niccolò Vanucchi, uno scultore molto bravo, Caterina Milli, una futura antropologa della Madonna e Sofia Bonacchi che fa parte anche dell’associazione “A testa alta” e del collettivo Street Levels Gallery, ed è lei che tiene le fila un po’ di tutto.

TF: Cambiando argomento: come mai la scelta dei tuoi soggetti spesso gira intorno ai volti?

ACHE77: Se ci pensi un po’ in tutte le storie, miti e leggende, le opere del mondo spesso ruotano intorno all’essere umano. I volti li uso perché voglio parlare agli altri, voglio comunicare, nonostante un po’ di sociopatia. Non è solo il volto a essere speciale, ma anche la microespressione, quello che il volto trasmette. Mi sono buttato in una comunicazione non verbale, senza parole, senza porre limiti: rapportati alla mia opera, a quello che stai vedendo, senza questi limiti, questa parola e questa chiave di lettura. Uno sguardo può comunicare quello che non posso descrivere a parole. All’inizio l’ho fatto istintivamente, senza una strategia o una scelta a priori.

L’arte per me è catartica, una disciplina, una forma di meditazione in movimento. È partito tutto come uno studio fenomenologico: “vediamo cosa succede se…”, “vediamo cosa potrebbero pensare se…”. E sono arrivate varie risposte alle mie opere. È strano: ogni persona si raffronta in maniera diversa ai miei lavori. Per me è molto importante riflettere, rimettere in discussione, rivalutare periodicamente non dico tutto, ma quasi. Stiamo vivendo la cosidetta società liquida, che cambia costantemente la sua forma, il suo contenuto e il suo significato, anche se le radici dovrebbero rimanere le stesse.

Poi io sogno tanto e spesso mi sveglio con delle figure o con delle espressioni in mente, o cerco di comunicare con me stesso attraverso quello che sto facendo, riscoprendomi. Guarda quel secchio lì in alto (indica il tappo di un secchio di vernice con un volto disegnato), quella è un’espressione di godimento ma anche di sofferenza, l’ho fatta durante il lockdown: una sweet agony, una dolce sofferenza… perché me la godevo per quanto ne soffrissi. Alcuni sono più bravi a trasmettere quella espressività in un tratto di pennello anche in una forma astratta, per me la figura umana è soprattutto quello che non viene detto però viene comunque comunicato. Tendo a vedere più di quanto viene comunicato, e vorrei comunicare quello che vedo ma non posso o non riesco a dire.

Quello che però posso dire a voi di Three Faces è che vi ringrazio di esistere e di portare avanti la vostra attività nonostante i tempi che stiamo vivendo. Tenete duro.

volto ache77
Uno dei “volti” più celebri di ACHE77

Grazie a te ACHE77, teniamo duro!

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