A luci spente, un racconto di V. Lucarini || Street Stories

A luci spente

di Vanessa Lucarini

Illustrazione di Elisa Buracchi

La porta del camerino si chiuse alle mie spalle e il buio mi rese cieca. Mi ero rifugiata in una scatola che sembrava fatta apposta per ospitare la mia solitudine e finalmente mi sentivo fuori dal mondo. Le voci e i rumori che si aggrovigliavano fuori erano diventati un unico sussurro ovattato, e le lastre di luce colorata che colpivano con violenza la passerella erano un ricordo che mi bruciava ancora sulla pelle. Niente musica, niente applausi. Soltanto un’ombra nell’ombra e il suo respiro affannoso. L’aria aveva un odore strano, come se qualcuno avesse voluto coprire la puzza di chiuso con un deodorante per ambienti scadente. Era pesante, opprimente, e l’oscurità la rendeva ancora più insopportabile, ma in quella notte senza luna volevo solo assentarmi momentaneamente dalla vita e il buio era l’unica alternativa alla morte per sfuggire all’esistenza frenetica che riempiva tutti i miei giorni.

Rimasi immobile per qualche istante, con le spalle contro la porta. Ero in tilt, a malapena ricordavo in quale angolo di mondo mi trovassi. Tuttavia, non aveva importanza: tanto ovunque andassi c’era sempre una passerella su cui camminare, uno stilista da cui farmi vestire e un’anonima camera d’hotel in cui dormire. L’unica cosa che sapevo con certezza era che avevo appena affrontato una delle sfilate più importanti della mia carriera ed era stato un successo. Avevo ancora il viso imbrattato di cipria e un’assurda impalcatura di piume e capelli mi pesava sulla testa. Normalmente tutta quell’eccentricità mi avrebbe fatto sentire una dea, una specie di opera d’arte vivente che esisteva per essere ammirata e idolatrata, ma non in quell’occasione. Quella notte mi vedevo solo come una bambola rotta e infinitamente ridicola. Tutta colpa di quella strana donna con il cappello rosso e della sua maledetta macchina fotografica.

Era comparsa dietro le quinte alla fine della sfilata e il suo cappello immenso aveva subito attirato l’attenzione di tutti. Era una signora sulla cinquantina, bassa e con il fisico a imbuto. Aveva una vecchia Polaroid attaccata al collo e un paio di scarpe blu che faceva a cazzotti con il colore del cappello. Non l’avevo mai vista, ma lo stilista evidentemente la conosceva. Avevano parlato a lungo e con una certa confidenza, poi si erano salutati con un abbraccio affettuoso e la donna era venuta verso di me. Mi aveva fatto cenno di abbassarmi e mi aveva sussurrato qualcosa all’orecchio. Nella confusione non avevo capito niente di quello che aveva detto. Le avevo chiesto di ripetermelo, ma in tutta risposta la misteriosa signora mi aveva messo in mano una fotografia e mi aveva rivolto uno sguardo pieno di pietà. Poi se n’era andata così com’era arrivata, all’improvviso, lasciandomi di stucco e con un sacco di domande nella testa. Perplessa, l’avevo guardata sparire nella confusione del backstage e poi mi ero messa a osservare la foto. L’immagine ritraeva un momento del mio ultimo ingresso in passerella. I colori erano fin troppo brillanti per essere stati catturati da una vecchia Polaroid e l’abito ne usciva abbastanza valorizzato, ma lo stesso non si poteva dire di me. Le braccia ciondolanti e la gamba che fuoriusciva dallo spacco sembravano pezzi di carne essiccata che si era ritirata intorno all’osso, e il collo appariva magro e rugoso come quello di una gallina. A guardarlo, sembrava impossibile che un collo del genere potesse sostenere il peso della testa, ma l’improbabile fotografa non doveva essersi posta il problema visto che la testa me l’aveva tagliata di netto. Agli occhi di chiunque altro sarebbe stata semplicemente una foto scattata da una mano inesperta, ma a me aveva fatto l’effetto di un morso di serpente al cuore, e ora che mi ero rintanata nella mia solitudine subivo gli effetti del suo veleno.
All’improvviso iniziai a ridere, poi scoppiai a piangere e alla fine mi arrabbiai. Presa da una smania incontenibile, tirai giù la zip dell’abito che avevo addosso e me lo sfilai dalla testa. Lo gettai da un lato, a terra, e mi sbrogliai i nodi dei capelli con una foga tale, che qualche ciuffo mi rimase in mano. Quell’attimo di follia totale mi fece sentire libera come non mai, ma il mio fisico e la mia anima erano troppo fragili per sopportarlo. Ne uscii svuotata e sfinita.

Tornata in me, avanzai a tentoni verso il tavolino da trucco e mi lasciai cadere a peso morto sulla sedia più vicina. Ero nuda, sia fuori che dentro. Le ossa del bacino e della schiena sfregavano sul legno, protette solo dalla pelle e da uno strato di carne quasi inesistente, e i lunghi capelli morbidi mi ricadevano sulle spalle e sui seni, fino a raggiungere la pancia vuota. Ormai, sentivo tutto il peso della malattia che si abbatteva sul mio corpo. Era un peso enorme, insopportabile, che nel tempo mi aveva corroso l’anima e di conseguenza le gambe, le braccia, la pancia, le guance. Della modella che tutti conoscevano erano rimasti solo una perfetta frangia stile Cleopatra e un paio di stivali neri che non avevo la forza di togliermi. Il resto era solo un mucchio di ossa buttato su una sedia pieghevole che nessuno avrebbe mai riconosciuto, e tantomeno ammirato.
Chiusi gli occhi e una lacrima mi scivolò sul viso. Ripensai a una bizzarra vetrina che avevo visto anni prima in centro a Madrid, a pochi passi da Puerta de Toledo. Disseminata di fiori arancioni, piante tropicali e pappagalli colorati, mi aveva fatto venire voglia di passare dall’altra parte del vetro per mettermi in posa vicino all’ara macao oppure sotto l’enorme ramo di palma che dal soffitto curvava verso il basso e arrivava a sfiorare il pavimento. Ma il centro della scena era già stato occupato da una sagoma in punta di piedi con un bikini minuscolo e una grossa borsa verde appesa alla spalla. Era un manichino magrissimo, con le forme allungate e i tratti del volto appena accennati. All’epoca avevo provato molta invidia nei confronti di tutta quella perfezione, ma solo ora capivo quanto fossero distorti i miei ideali. E cos’altro mostrava quella fotografia se non un’ossessione malata che nel tempo aveva trasformato il corpo di una donna in quello di un fantoccio?

Aprii gli occhi e scoprii che il mondo aveva già iniziato a riprendere colore. Un fascio di luce azzurrina penetrava a fatica dalle fessure della persiana, e nella penombra riuscivo finalmente a vedere i limiti di quella scatola che nell’oscurità sembrava infinita. Era l’alba, il sole rinasceva e anch’io volevo risorgere. Ma poi il telefono squillò rompendo il silenzio. Era il mondo che mi ordinava di tornare al mio posto. Lo lasciai squillare a lungo, ma il richiamo era insistente e il progressivo scemare dell’angoscia notturna rendeva la mia volontà sempre più debole. Alla fine, risposi.

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