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Zátopek, la Locomotiva Umana. Un articolo di Cartavelina II Three Faces

Zatopek Locomotiva

02 Ott Zátopek, la Locomotiva Umana. Un articolo di Cartavelina II Three Faces

Zátopek, la Locomotiva Umana

di Cartavelina

Zatopek Locomotiva

Evžen camminava accanto al padre e la sua mano scompariva completamente in quella del genitore. Era una cosa che lo rassicurava molto, quella congiunzione di polpastrelli lo faceva sentire invincibile. Il quartiere lo conosceva palmo a palmo, i volti erano una rassicurante routine. Lo vedeva come la sua maestosa fortezza, ne conosceva riti, abitudini, stranezze. Da una settimana un nuovo venuto aveva turbato la sua quotidianità. C’era un nuovo spazzino in zona.

Praga quartiereAveva capito la professione dalla scopa che teneva nella mano destra e dal colore della tuta da lavoro. Non certo per cosa facesse, la gente del quartiere non gli faceva raccogliere i sacchetti fuori dalle porte. Li portava direttamente al suo camioncino e li lanciava dentro e poi dava una pacca sulla spalla allo spazzino stempiato. Qualcuno ci scambiava due parole, qualcun altro gli stringeva la mano in segno di gratitudine. E lo spazzino stempiato abbassava lo sguardo e gli si dipingeva sul volto un sorriso, non riusciva a capire se fosse compiacimento o se la sua mente si stesse perdendo in ricordi lontani. Abbandonati in qualche meandro del cervello, che riaffioravano come un geyser impetuoso. Sta di fatto che la curiosità lo assalì e chiese conto al padre di tutte quelle moine rivolte a quell’uomo con pochi capelli. Alla richiesta di spiegazioni ricevette indietro una laconica risposta.

«È una storia lunga»

Non insistette, non sarebbe servito. Rientrarono a casa per cena. Andò a letto con il pensiero dello spazzino stempiato. Quella gratitudine che vedeva nel quartiere doveva avere alle spalle qualcosa di grande, di eroico. Ma quell’uomo non aveva una prestanza da eroe, almeno per come lui l’intendeva. Si ripromise che il giorno seguente avrebbe messo alle strette il padre, era troppo curioso. Il giorno dopo, appena svegliato, il pensiero su chi fosse lo spazzino lo tormentava ancora. Scese in cucina per colazione e il padre era seduto, caffè fumante e giornale a coprirgli il volto. Evžen si arrampicò sul tavolo e con un fendente del braccio abbassò la barriera cartacea che lo separava dal padre. Lo sguardo del genitore, da prima torvo, si illuminò. Evžen intuì che quella poteva essere la volta buona per dissetare la sua curiosità.

«Babbo, perchè tutti vogliono bene a quello spazzino?»

Il padre prese tempo, fece scendere il figlio dal tavolo, e si voltò per riscaldargli una bella tazza di latte. Quando si voltò lo fissò dritto negli occhi e gli disse: «Ne parliamo stasera, ora fai colazione e poi vai a vestirti, c’è da andare a scuola»Evžen obbedì, frustrato. Sapeva che la giornata a scuola sarebbe stata più lenta del solito. Così fu, i secondi divennero minuti, i minuti ore. Quando suonò la campanella alle quattro e mezzo gli sembrava fosse passata una settimana. Corse, come non mai, verso casa. Nuovo record personale, il viaggio di ritorno da scuola si risolse in 4 primi e 23 secondi. Stava per varcare la soglia d’ingresso quando con la coda dell’occhio notò Erin, il vicino, che, dopo aver lanciato nel camioncino la spazzatura, ringraziava lo stempiato spazzino con un, dolcemente rassegnato: «Grazie comunque Emil, almeno ci hai provato»Ora aveva anche un nome, Emil.

Zapotek 1968Non gli veniva in mente niente e nessuno. Avrebbe voluto chiedere qualcosa a Erin ma era un burbero vecchietto, lo avrebbe sicuramente brontolato per qualcosa ed entrò definitivamente in casa. Stava salendo in camera quando fu braccato dalla madre che lo tempestò con il solito quarto d’ora di interrogatorio, teso a sviscerare ogni secondo della sua giornata scolastica. Lui però ormai aveva imparato tre o quattro copioni di giornate tipo, glieli propinava con estrema disinvoltura. Liberatosi dalla morsa materna, finì di salire le scale e si chiuse in camera. Sfruttò l’attesa del ritorno del padre per fare un po’ di compiti. Non fu molto produttivo, ogni tre minuti guardava l’orologio. L’attesa si faceva snervante. Quando poi mancava mezz’ora alle venti, l’orario che avrebbe forse portato una risposta alla sua domanda, fissò, senza mai staccare lo sguardo, l’orologio alla parete. Il tempo gli sembrava essersi fermato, controllò anche che il marchingegno funzionasse davvero. Con somma delusione scoprì che i minuti, saranno tutti senza dubbio fatti da sessanta secondi, ma quella trentina che separa le diciannove e mezzo dalle venti sono più lenti. Fu ridestato dal rumore della porta di casa che si chiudeva. Si precipitò per le scale, rischiando di rompersi l’osso del collo e ogni giuntura presente nel corpo umano e si parò davanti al padre. Che lo gelò con un perentorio: «Evžen, non è il momento».

Di solito quella frase bastava ed avanzava per placare ogni suo proposito. Questa volta però non si fece scoraggiare. Aspettò che il genitore entrasse in bagno, per farsi la consueta vasca ristoratrice, ed entrò a sua volta. Ce l’aveva in pugno. Ora doveva rispondere alle sue domande. Non aspettò che provasse a opporsi e gli chiese: «Chi è Emil?»

L’uomo capì che non aveva scampo. Iniziò dicendogli che loro, i cecoslovacchi, non erano forti solo nell’hockey e nel calcio. Erano stati molto forti anche nell’atletica. In particolare nella corsa, ad essere ancora più specifici nel fondo e nel mezzofondo. Evžen era perplesso, non capiva cosa potesse entrarci lo sport con quello spazzino spelacchiato. Sembrava tutto tranne che un atleta. Provò a intervenire, appena però il padre vide che stava contraendo i muscoli della bocca lo guardò intensamente ed Evžen non ritenne il caso di dire niente. Riprese a parlare e gli raccontò che nella corsa si era sempre pensato che ci volesse armonia nei movimenti per rendere al meglio. Nelle distanze del mezzofondo, cinquemila e diecimila metri, solo chi era armonioso avrebbe potuto gestire al meglio la fatica ed essere anche veloce. Poi però arrivò un uomo che era in antitesi con tutto questo.

Emil e DanaQuando correva non sembrava un atleta, nella sua classicità greca, sembrava più un ladro braccato dalla polizia. I gomiti troppo stretti al corpo, la testa che ciondolava a destra e a sinistra e poi quell’improbabile smorfia di dolore e fatica stampata sul volto. Sembrava che si trovasse sulla pista per caso. Impossibilitato, non tanto a vincere, proprio a giungere al traguardo. E invece fu padrone dei diecimila metri alle Olimpiadi di Londra del 1948, dove ottenne un argento anche nei cinquemila. Rivinse a Europei e Mondiali. L’acme sportivo, l’apoteosi dell’estasi la raggiunse alle Olimpiadi di Helsinki del 1952. Giochi Olimpici a cui rischiava di non partecipare, anche se era stato designato capitano della spedizione cecoslovacca. Non lo fermava un infortunio ma la sua intransigenza morale. Si rifiutava di partire, qualora non avessero fatto andare anche un suo compagno di squadra che era stato fermato, perché il padre dissidente politico. La situazione si sbloccò e poté raggiungere i compagni in terra finlandese. Sarebbe stato un peccato, la storia dello sport ne sarebbe uscita mutilata.

Perché in quell’edizione dei Giochi successe qualcosa che non si è più ripetuto e che probabilmente non si ripeterà mai più. L’atleta cecoslovacco vinse i diecimila in scioltezza, stabilendo il nuovo record olimpico. Poi fu la volta di correre i cinquemila dopo solo tre giorni. La stanchezza si fece sentire. Fino all’ultima curva era quinto, poi cambiò semplicemente marcia e chiuse primo, regalandosi anche il record olimpico sulla distanza. Il suo compito era stato assolto alla perfezione, felicità raddoppiata dalla medaglia d’oro conquistata dalla moglie Dana nel giavellotto. Avrebbe potuto rilassarsi, godersi la Finlandia e aspettare di tornare da eroe a Praga. Qualche giorno dopo però si correva la maratona, i 42 chilometri e 195 metri erano una distanza per la quale non si era mai allenato Si iscrisse lo stesso. Non avendo una propria strategia decise di seguire l’inglese Peters, primatista mondiale. La leggenda narra che al quindicesimo chilometro abbia affiancato il suddito di sua maestà e che lo abbia interrogato sull’andatura che stavano tenendo, domandando se non fosse troppo sostenuta. L’inglese, con la boria che li contraddistingue, replicò che al massimo era troppo lenta. Il cecoslovacco lo prese in parola e accelerò, fino a fare il vuoto dietro di sé. Giunse allo stadio per il giro conclusivo in solitaria. Con i soliti gomiti stretti, la testa reclinata, il volto deformato. Esteticamente non bello ma dannatamente efficace. Veniva chiamato la Locomotiva Umana. Il secondo classificato arrivò con più di due minuti di ritardo, il che permise alla Locomotiva di mettersi la tuta, baciare la moglie e mangiare una mela. Raccontò in seguito che per lo sforzo non camminò per una settimana ma disse che era stata la più bella fatica della sua vita. Anche qui si portò a casa il record olimpico. A chi lo punzecchiava sulla mancanza di stile nel correre, replicava serafico che non aveva abbastanza talento per correre e sorridere insieme. La sua ultima esperienza olimpica fu quattro anni dopo, nel ’56, dove arrivò provato da un’operazione all’ernia, corse la maratona e concluse sesto. In patria sarà sempre venerato come un eroe.

emil-zatopekEvžen continuava a non capire il collegamento con lo spelacchiato spazzino ma la storia lo stava prendendo e ascoltava rapito. Il padre continuò raccontandogli di quando il popolo cecoslovacco provò con un documento di duemila parole a dare un volto umano alla visione sovietica della società. Tra i firmatari c’erano la Locomotiva e la moglie giavellottista, Dana. Quando il socialismo dal volto umano fu piegato alle ragioni di stato la cosa non gli fu perdonata. Fu mandato a lavorare in una miniera al confine con la Germania, cercarono di cancellarlo, di eliminarne il ricordo ma il popolo cecoslovacco e soprattutto la sua amata Praga non dimenticarono. Non dimenticarono la Locomotiva che in pista tirava dritto, senza pietà per nessuno, ma quando dovette scegliere da che parte stare si espose, da uomo, senza fuggire.

Evžen si perse, non ascoltava più il genitore, e si concentrò sui numeri della storia. Lo stupiva il fatto che un uomo che non era stato fermato dai 5000, dai 10000 e nemmeno dai 42195 metri della maratona era stato fermato per aver messo il suo nome sotto duemila parole. Ma quello era il mondo dei grandi, per lui spesso indecifrabile. Si ridestò quando sentì la mano bagnata del padre che lo scuoteva.

«Hai capito Evžen perché nessuno vuole che lo spazzino spelacchiato raccolga la loro spazzatura, hai capito le pacche sulle spalle e le strette di mano? La Locomotiva Umana, si chiama Emil, Emil Zátopek. Gli fanno fare il netturbino, sperando di umiliarlo per aver preso posizione ma la gratitudine di un popolo non può essere buttata, non esiste la raccolta differenziata per quella. Devi guadagnartela».

Evžen si dispiacque per aver chiamato Emil Zátopek “lo spazzino spelacchiato”.

Per fortuna non aveva fatto domande al vicino, lo scorbutico Erin. Andò a letto. Il giorno dopo mentre andava a scuola vide Emil che come sempre girava per il quartiere senza poter realmente lavorare, perché i suoi concittadini glielo impedivano. Si divincolò dalla mano della madre e corse verso di lui, i gomiti volutamente stretti, appena lo raggiunse gli tirò la giacca. Quando il vecchio campione si voltò, lui lo guardò dal basso verso l’alto. Sfoderò il suo migliore sorriso e mimando con il braccio il verso del macchinista di un treno urlò: «Ciuf, Ciuf!»

“Se desideri vincere qualcosa puoi correre i cento metri. Se vuoi goderti una vera esperienza, corri una maratona”

Emil Zatopek

Cartavelina, 9 luglio 2019.

ZatopekPraga

 

 

 

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