Il violinista del Diavolo, un racconto di A. Del Debbio || Street Stories

Il violinista del diavolo Un racconto di A. Del Debbio StreetStories INT

Il violinista del Diavolo

di Alessio Del Debbio

Illustrazione di Marcho

 

Matteino voleva fare il violinista. C’era poco che sua madre potesse dire o fare, lui proprio non sembrava ascoltarla e più gli dava addosso più lui prendeva il violino e cominciava a strimpellare, catturando l’attenzione degli abitanti di Terrinca. Succedeva sempre così: qualunque cosa stessero facendo, tutti in quel momento si fermavano e alzavano la testa, prestando orecchio alle note che il violino di Matteino diffondeva nell’aria.

Erano tempi bui quelli, soprattutto nei paesini dell’Alta Versilia. Se il clima era stato inclemente, i raccolti potevano essere seccati o spazzati via, per cui i contadini dovevano sempre stare all’erta e non perdere tempo in sciocchi diletti. Motivo per cui dopo poco tempo in paese Matteino non fu più voluto.
«Smettila di suonare e vieni ad aiutarci nei campi!», divenne l’opinione popolare. Ma per quanto la sua povera madre provasse, pregasse e si prostrasse, il ragazzo non ne voleva sapere. Lui, a rufolare nei campi, non ci voleva andare.
«Maledetto quel giorno che ti portai a Retignano», diceva sempre la donna, riferendosi a un viaggio intrapreso anni addietro verso un paese vicino, quando, durante una tempesta, erano stati costretti a trovare riparo in una grotta presso Levigliani. Una grotta da cui gli abitanti del luogo si tenevano a distanza non soltanto perché era tenebrosa, ma perché di notte ne uscivano vampe di fuoco, urla inquietanti e zaffate di zolfo, da far credere ai più che fosse l’anticamera dell’inferno.
Ma Matteino di bagnarsi non aveva voglia, così aveva afferrato la madre e il loro mulo e li aveva trascinati in quella grotta, faticando non poco per convincere entrambi, con la donna che aveva scalciato quasi più della bestia, affatto desiderosi di trascorrervi la notte. Ma le insistenze del giovane e l’alternativa di rimanere all’addiaccio avevano vinto i loro timori, costringendoli infine a calmarsi.
«Non c’è nulla da temere», aveva detto Matteino, quindi, voltandosi verso il fondo della grotta, aveva gonfiato i muscoli e urlato: «diavolaccio, dove sei? Questa grotta è fredda e buia, ma a me proprio non fa paura. A casa brucia un bel focherello, anche per te se non fai il monello!».
In tutta risposta, dal fondo dell’anfratto era sortito uno sbuffo di fumo, strappando un grido alla donna e al mulo, poi nient’altro. Ciò aveva convinto il giovane che fossero tutte favole. Così si era disteso, riparandosi con la mantella, e aveva invitato i recalcitranti compagni di viaggio a fare altrettanto. Al mattino, a burrasca passata, si erano preparati per ripartire, avvedendosi soltanto allora di un sacco abbandonato in una rientranza della caverna. Matteino l’aveva scosso con un bastone, temendo vi fosse qualche animale, incontrando soltanto qualcosa di duro. Era un violino, vecchio ma ancora in buono stato, avvolto in una tela di canapa.
Incurante degli strilli della madre, che accusava il diavolo di averlo lasciato per lui, Matteino lo aveva preso con sé, dando poi una sculacciata al mulo e avviandosi per tornare a Terrinca. Da quel giorno la sua vita era cambiata e aveva smesso di occuparsi degli affari di famiglia, come della povera madre che, vedova e con un solo figlio, faticava a tirare avanti. Tutto quello che Matteino desiderava era suonare il suo strumento.
Lo suonava sempre, in casa e per strada, alle feste del paese o ad ogni occasione gli si presentasse. All’inizio chiedeva soldi, poi iniziò a esibirsi anche gratis, travolto da un desiderio incontenibile di suonare, dichiarando di sentirsi appagato soltanto con l’archetto in mano e le corde che vibravano al ritmo della sua musica. E la musica ai paesani piaceva pure, abituati com’erano a sentire ben pochi suoni: il muggire delle mucche, il chiocciare delle galline e l’ululato del vento. Ma poi, piano piano, una lenta inquietudine iniziò a diffondersi, quando gli abitanti si accorsero che le galline davano meno uova, il latte delle mucche veniva cagliato, la frutta sugli alberi tendeva a marcire troppo in fretta e le verdure faticavano a maturare. La risposta unanime fu che la colpa era di Matteino e del suo maledetto violino, che distraevano i paesani e gli animali dal loro lavoro.
Qualcuno giunse addirittura a sussurrare (ma fu solo un sussurro, perché il diavolo non doveva sentirlo o se la sarebbe rifatta su tutti loro!) che il violino fosse maledetto e la sua musica deleteria per chiunque la udisse. Così, un po’ con la minaccia di zappe e forche, un po’ con le suppliche, la madre di Matteino si ritrovò a implorarlo di mettere via quel diabolico strumento, ma non ottenne altro risultato che un’occhiata scocciata. Poi, datole le spalle, il figlio impugnò l’archetto e cominciò a suonare.
In quel momento, la folla assiepata fuori dalla casa udì un tuono, ma il cielo era terso e nessuno capì da dove provenisse. Forse dal mare o dalla piana di Lucca? Fu quando Matteino fece vibrare di nuovo le corde che un secondo tuono riecheggiò e stavolta fu chiaro da dove venisse. Non dal cielo, bensì dalla terra, che si mosse facendo tremare le case attorno, disperdendo in fretta gli impauriti paesani. Esausta e sconvolta, la madre crollò a terra perdendo i sensi, ma il ragazzo nemmeno se ne avvide, preso com’era dall’eseguire una nuova sonata. Neppure s’avvide dell’unico che non era fuggito: un giovane dai capelli biondi e impomatati lo osservava appoggiato a un palo della veranda, lisciandosi il bel vestito nero e carezzandosi il pizzetto. Sogghignò soddisfatto, rimanendo qualche minuto in ascolto, prima di svanire in una nube di zolfo.
Quella notte, disteso nel suo giaciglio, Matteino udì una voce. No, realizzò prestando orecchio, non una, bensì una moltitudine. C’erano tante voci di giovani che ridevano e cantavano, e li vedeva ballare davanti a un falò, lamentandosi del fatto che nessuno tra loro sapesse suonare davvero bene. Quando si svegliò, con ancora in testa tutte quelle voci, Matteino prese il violino, lo avvolse nel sacco di canapa e uscì, avviandosi lungo un’erta mulattiera che saliva sui monti vicini. Lo videro in pochi, e quei pochi si scansarono, rimanendo a osservarlo finché la sua sagoma non sparì dietro un curvone, pregando per quel figlio scapestrato e la sua povera madre.
A quelle preghiere Matteino non diede peso, spingendo le gambe su lungo il sentiero, senza sentire né fatica né fame, deciso a trovare il luogo dove erano in corso quei festeggiamenti, chiamato, quasi attirato, da una melodia che dal mattino non aveva smesso di solleticargli i sensi e che, ad ogni bivio, gli indicava la giusta direzione. Vide numerose marginette lungo la mulattiera, ma non le degnò neppure di uno sguardo, fermandosi soltanto a una polla d’acqua per rinfrescarsi il viso e bere un po’. Senza essere scorto, a seguire Matteino, vi era il giovane ben vestito il quale, ridacchiando in silenzio, si fermò alle marginette per pisciarci sopra.
Poco prima del tramonto Matteino raggiunse un ampio spiazzo in mezzo al bosco, dove infine si fermò sedendo su un tronco d’albero e asciugandosi la fronte. Aveva camminato per ore e adesso la stanchezza e la fame lo aggredirono, ma si ricordò di non aver portato niente con sé. Tastando la giacca trovò un pezzo di focaccia con le olive che sua madre doveva avergli messo in tasca il giorno prima, quando se ne era andato a suonar per i campi. Intristito, capì di averla bistrattata ingiustamente e si promise che, al suo ritorno, le avrebbe chiesto perdono. Tolse lo strumento dalla tela e lo pulì, accordandolo, per poi concedersi una sonatina prima che il sole scomparisse nel mare lontano. Ma non appena l’archetto sfiorò le corde decine di lumini si accesero attorno a lui apparendo dal bosco e divenendo sempre più grandi, fino a permettergli di individuare una trentina di persone.
«Non andare. Resta!», disse qualcuno, sebbene la voce risuonasse nella sua testa. «Suona per noi!».
Matteino capì che erano coloro che gli erano apparsi in sogno e fu certo di essere nel posto giusto. Così mise da parte la spossatezza e iniziò a suonare per far ballare i giovani, e il bosco risuonò delle loro urla festose. Al ragazzo parve addirittura di vedere le fronde scuotersi a ritmo di musica, i rami allungarsi verso di lui, le foglie danzare attorno al gruppo festoso.
Quasi non si accorse del sopraggiungere della notte.
«Ora basta, ragazzo!», gli disse uno dei ballerini, ore dopo. «Siamo stanchi. Basta così!», ripeté, ma Matteino non smise e l’uomo continuò a ballare, percuotendo il terreno con passi che con
l’avanzare dell’oscurità erano diventati sempre più veloci, al punto da sfinire i ballerini. «Ti prego! Smetti di suonare!».
Ma Matteino non riusciva a staccare la mano dall’archetto, il quale continuava a scivolare su e giù lungo le corde, aumentando persino l’intensità dei toni, continuando a far ballare quel gruppo che, da festoso com’era, divenne un coro di dannati che urlavano, supplicavano e maledicevano quel giovane.
«Io…», riuscì infine a dire Matteino, «non riesco a smettere! Non so come fare!», confessò di fronte agli sguardi spaventati dei ballerini.
«E non devi, mio buon amico», parlò allora una voce risuonando per l’intera radura, prima che vampe di fuoco si sollevassero rischiarando il bosco e tra esse comparisse il giovane ben vestito. Ma né gli abiti né la sua aria distinta riuscirono a coprire l’odore di zolfo, né a mascherare il ghigno perverso che gli deformava la bocca, permettendo a tutti di capire chi fosse.
« Hai fatto un bel lavoro, te ne do atto. Da tempo desideravo scoprire dove si riunissero gli ultimi streghi. E oggi, finalmente, porrò fine alla loro esistenza. Che gran divertimento ucciderli a passo di danza!», ironizzò il diavolo, con un sorriso mellifluo. Quindi, prima che qualcuno potesse replicare, si sciolse in una vampata scarlatta che subito si allungò in molteplici direzioni, travolgendo il gruppo di streghi, stritolandoli e divorando i loro corpi, mentre Matteino, impotente, continuava a suonare e così facendo inibiva i loro poteri. «Eh sì, ti ho usato», ridacchiò il diavolo, balzando da un corpo all’altro in un turbinar di fuoco e fetidi venti. «Ma non prendertela, in fondo ti ho dato quel che volevi, no? Esibirti di fronte a un pubblico che ti apprezzasse. Oh, io so bene cosa vogliono gli uomini. Gloria e onori. Perciò prenditeli, sono generoso, non come quei villici che non sanno apprezzare la buona musica», e nel dirlo piombò su un altro strego.
«Smetti… di suonare…», riuscì quest’ultimo a mormorare prima di ardere nelle fiamme infernali. E Matteino avrebbe davvero voluto farlo, ma come poteva? Era il diavolo a guidare la sua mano. Lui gli aveva lasciato il violino, lui aveva voluto che imparasse a suonarlo, per portarlo lì a bloccare con quel requiem di morte il potere degli streghi, i coraggiosi Signori dei Boschi che da secoli proteggevano la natura e le Montagne della Luna. Gli streghi, a cui anche sua madre lasciava offerte sperando nella loro benedizione sui campi e negli orti. Gli streghi, che avevano curato una brutta febbre che l’aveva colpito dopo un bagno nel torrente. E ora lui, con la sua ingordigia e la sua indolenza, li stava condannando all’estinzione.
«No!», trovò infine la forza di urlare, gettando via l’archetto e sprofondando la radura in un irreale silenzio.
«Oh, pare tu abbia rifiutato il mio dono. Sei un discoletto», lo redarguì il diavolo, assumendo nuovamente forma umana e avanzando verso di lui in una nube di zolfo e fiamme. «Ma tornerai presto a suonare», e nel dirlo fece schioccare le dita, permettendo all’archetto di tornare in mano a Matteino. «Me lo devi, non credi, dopo che ho realizzato il tuo sogno».
Il giovane lo guardò confuso, mentre il diavolo gli poggiava una mano su una spalla fissandolo con occhi di brace, poi annuì. Gettò un’ultima occhiata ai pochi streghi superstiti (che adesso non gli sembravano più dei giovani festaioli ma degli uomini di mezza età vestiti in lunghi sai marroni) e sospirò.
«Tutto quello che ho avuto… tutto quello che credevo di avere… è stata un’illusione. Un inganno e niente più», disse, conficcando l’archetto nel cuore del diavolo e osservandolo bruciare. Poi, mentre il temibile avversario si riprendeva dalla sorpresa, sollevò lesto il violino e lo spaccò contro il tronco dell’albero.
«Vile!», ringhiò allora il diavolo, con i tratti del volto deformati da renderlo più simile a un mostro che non al bel giovane elegante con cui amava mostrarsi. Lo afferrò, ustionandogli la pelle e, per quanto si divincolasse, lo scaraventò a terra.
Gli streghi tentarono di intervenire, ma il diavolo li tenne a distanza con un muro di fiamme, per poi divenire anch’egli un’immensa vampa rossastra che sibilò nell’aria per qualche istante e si infilò nelle narici di Matteino, diffondendosi in tutto il suo corpo. Tremò, il giovane violinista,
mentre le vene si ingrossavano, luccicando come magma ardente, ed esplodevano, incendiandolo dall’interno. Quando gli streghi riuscirono a raggiungerlo, di lui non era rimasto niente, soltanto i resti bruciacchiati dei vestiti e una nube tossica che si disperse all’istante, non prima di aver emesso quella che ai loro orecchi parve una macabra risata di trionfo.
«Tornerò», ricordò loro il diavolo in un sussurro.
Si erano salvati in cinque e adesso piangevano i caduti. Innalzarono una pira per bruciarli, servendosi anche del vecchio tronco su cui Matteino si era seduto per accordare il violino, e soltanto allora videro che in mezzo alla stoffa bruciacchiata c’era un pezzo di pane.
«No, è una focaccia», disse uno strego odorandola. «Ripiena d’amore».
Così, quella notte, gli streghi portarono la focaccia a casa della madre, lasciandogliela sulla soglia, e lei, vedendola, capì e pianse. La tenne stretta quando dormì e voci dicono che continuò a tenerla con sé per molto tempo. A volte la metteva alla finestra e quando il vento dal Monte Corchia o dall’Altissimo soffiava forte, passando tra i buchi nella focaccia o nelle olive traforate, le sembrava di udire il fischiettare di una melodia. E immaginava Matteino lì, a suonare il violino e a vegliare su di lei.

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