fbpx

Il Vietnam secondo me, un articolo di C. Francioni II Three Faces

Baia di Ha Long Vietnam

13 Nov Il Vietnam secondo me, un articolo di C. Francioni II Three Faces

La terra dei draghi …e non solo

(Il Vietnam secondo me)

di Chiara Francioni

Baia di Ha Long Vietnam

Baia di Ha Long (Vietnam 2019 – Photo by Chiara Francioni)

La baia di Ha Long e i drago disceso in mare

L’ombra del drago si allunga davanti a me lasciandomi intuire che il momento della partenza è finalmente arrivato. Salto su, zaino in spalla, accomodandomi alla base del collo del maestoso animale e, quando lui s’impenna per prepararsi al decollo, mi aggrappo con forza alla folta criniera. Mi tornano in mente le parole di Nguyet, colei che sarà la mia guida in Vietnam: «Sai che i vietnamiti discendono dai draghi?» mi aveva detto.

«Già, e dalle fate!?» avevo replicato sarcastica. Lei , serissima, aveva risposto che ero nel giusto e così, per la prima volta, avevo sentito la leggenda della nascita della terra verso sud*.

Occorre tornare molto indietro nel tempo, fino alla preistoria. Tutto cominciò con un amore che avrebbe fatto drizzare i capelli in testa ai razzisti della domenica, tanto era lontano dai principi ben riassunti nel noto motto: moglie e buoi dei paesi tuoi. Ebbene, il principe del mare, massimo esponente della stirpe dei dragoni, Lạc Long Quân, e lo spirito immortale Âu Cơ, fata delle montagne, s’innamorarono nonostante la loro diversa natura e da quella unione nacquero ben cento figli: i primi abitanti della terra di Van Lang, antenato geopolitico dell’odierna Repubblica Socialista Vietnamita. L’aspetto assai curioso della vicenda è che, in un’epoca così remota, l’apertura di mente era già appannaggio dei suoi protagonisti, come dimostra l’epilogo del connubio poc’anzi descritto. Quando le difficoltà della vita di coppia si fecero intollerabili, infatti, i due stabilirono saggiamente che sarebbe stato meglio separarsi e, siccome al tempo non si parlava ancora di affidamento congiunto, la prole fu lasciata libera di decidere. In cinquanta seguirono la madre sulle montagne e gli altri il padre nelle zone costiere. Il paese era dunque nato e i Viet ne popolavano il territorio dal ricco e variegato ecosistema.

Uno sbuffo nasale del drago spazza via i miei pensieri e improvvisamente torno vigile e ben padrona dei cinque sensi giusto in tempo per consentire alla vista di regalarmi uno spettacolo travolgente. Sotto di noi il mare cinese si tinge di smeraldo, raccogliendosi nel golfo del Tonchino, dove un’insenatura s’impone con decisione contro la costa frastagliata: la celebre Baia di Ha Long, patrimonio dell’umanità e sito protetto dall’Unesco. Iniziamo la discesa e, mano a mano che ci avvicinavamo alla superficie, i dettagli emergono moltiplicando il mio stupore. I faraglioni sono vivi e ricoperti da uno strato di coriacea vegetazione: ci saranno almeno duemila isolotti. Di tanto in tanto si intravedono veri e propri villaggi galleggianti dove uomini abbronzati saltano da una balaustra all’altra in compagnia di cani dalla coda ballerina. Non lontano, barche a remi vengono sospinte da giovani e anziani intenti nella ricerca di pesci da allevare. Quel paesaggio così originale mi riporta alla mente un’altra leggenda e nuovamente il drago ne è l’indiscusso protagonista. Nel medioevo i rapporti tra Vietnam e Cina non erano buoni, visto che la seconda era ben intenzionata a invadere e conquistare il primo. Così gli dei, mossi da benevolenza, mandarono in aiuto dei vessati una famiglia di draghi che, sorvolando il golfo, lasciarono cadere in mare delle gocce di giada dalle quali nacquero le oltre duemila isole carsiche che oggi formano la nota baia e che, nei secoli a venire, protessero gli abitanti del settentrione dai nemici. Ha Long, del resto, è un nome che tradisce le proprie origini giacché significa dove il drago scende in mare e fu scelto per designare la località in cui, si dice,  il drago capofamiglia, la matriarca a dire il vero, sia atterrata dopo aver compiuto la gloriosa missione.

Hanoi

Hanoi (Vietnam 2019 – Photo by Chiara Francioni)

Hanoi e la tartaruga parlante

Sono arrivata da poco nella capitale e già ho capito che qui il termine giungla urbana non è usato con vezzo metaforico. Le strade sono infatti ricoperte da grovigli di cavi in uso e in disuso i quali, mescolandosi a liane e ramificazioni varie, donano ai piani alti della città un aspetto quasi post-apocalittico, ma vitale. Ha Noi è incredibile: i motorini sfrecciano ovunque, lasciando i semafori praticamente senza scopo, i negozi si gettano in strada a mo’ di bazar, le officine, grezze e scure, affiancano le gelaterie dai colori pastello, i bambini giocano ai lati delle strade in compagnia dei polli ai quali i negozianti gettano il mangime, come fossimo in aperta campagna, e i marciapiedi sono costellati da convivi a cielo aperto, fatti di tavolini e sedie in plastica formato infanzia, dove uomini e donne di ogni età cucinano, mangiano e bevono con la stessa disinvoltura che useresti tra le pareti di casa tua. Sembra di essere in una dimensione altra e non si avverte la voglia di uscirne. Nguyet mi cammina di fianco sorridente e mi racconta che quando, nel 1010 d.c., Lý Thái Tổ scelse la città come capitale del regno, la battezzò Thăng Long, ovvero “il volo del drago”, nome con cui gli artisti la chiamano ancora oggi. Dopo aver girato mezza città, arriviamo nei pressi di un grande lago, situato proprio nel centro del quartiere vecchio. “Il suo nome” mi dice Nguyet indicando la distesa d’acqua “è Hoan Kiem, ossia il lago della spada restituita”. Il tramonto è vicino e le luci che illuminano il tempio di Ngoc Son tingono la sera di rosso. Proprio davanti a noi, su un piccolo isolotto, sorge una costruzione di antiche fattezze.

«La torre della tartaruga» dice la mia guida accortasi che la sto ammirando. A quel punto, lo sciaguattio di onde improvvise conquista la mia attenzione. Quella che sembra una grande roccia sta emergendo lentamente dalle acque del lago, solo che non è davvero una roccia. La testuggine si ferma con le zampe posteriori appoggiate sul bagnasciuga, protendendo il collo rugoso. Nguyet mi fa segno di seguirla mentre si avvicina al rettile e io la imito, anche quando, senza battere ciglio, gli sale in groppa. Facciamo così un giro completo del lago, trasportati dall’animale placido e antico, intanto la luce del giorno lascia il posto ai neon della notte cittadina.

«C’è una leggenda legata a questo posto, sai…», mi spiega Nguyet. «Ricordi il signore del mare, il dragone Lạc Long Quân?»

Ripenso alla nascita del Vietnam e annuisco.

«Proprio lui decise di aiutare i popolani oppressi durante il regno della dinastia Ming, donandogli una spada imbattibile che li avrebbe aiutati in battaglia e condotti all’indipendenza. Così, un giorno, un giovane pescatore, credendo di aver catturato prelibatezze ittiche, tirò su dalle acque del lago l’arma fatata e la offrì a Le Loi, il condottiero a capo dei ribelli che condusse il Vietnam alla vittoria».

Chiedo il perché della tartaruga.

«Beh» mi risponde Nguyet «Lac Long Quan, dopo che l’oppressore fu sconfitto, inviò un messaggero a chiedere indietro la propria spada. Così, una volta che Le Loi, ormai divenuto il nuovo re del paese libero, si trovava in riva al lago, dalle acque emerse una testuggine che gli parlò con voce umana, chiedendo la restituzione della spada, ora che al popolo vietnamita non serviva più. L’eroe accolse la richiesta e la restituì e così il lago ebbe il suo nome».

Mekong

Mekong (Vietnam 2019 – Photo by Chiara Francioni)

Il delta del Mekong e la donna gigante

Sorvolando i cieli vietnamiti a bordo del drago sono giunta nell’estremo sud del paese. Qui la vegetazione tropicale s’impadronisce del paesaggio con irruenza e il cielo azzurro sembra senza fine. Oggi navigo sul Mekong a bordo di un sampan e la giovane donna ai remi ci sorride da sotto l’ombra di un nòn lá, il celebre cappello vietnamita dalla forma di un cono, fatto con foglie di palma. L’acqua sotto di noi è grigio-verde a causa della ricchezza del sottosuolo e tutto intorno le fronde dei palmeti si allungano, arrivando a sfiorarci e, di tanto in tanto, percuoterci. Mi tornano in mente scene di guerra viste in film dai titoli epocali, che però scaccio via volentieri, sostituendole con la bellezza del paesaggio. Non mi piace pensare alle sevizie che questa terra ha dovuto sopportare a causa di un conflitto tanto insulso.

«Il nòn lá».

Nguyet interrompe il filo dei miei pensieri rievocando il nome del copricapo.

«Non ti stupirà sapere che c’è una leggenda…”»

Sorrido e la stuzzico asserendo che certamente c’entra un drago.

«No, stavolta la protagonista è una donna gigante».

E così parte un racconto che parla di una tremenda alluvione e di come i vietnamiti vennero aiutati da una donna enorme, apparsa improvvisamente in cielo, con in testa quattro foglie di palma, anch’esse dalle mastodontiche dimensioni, tenute assieme da un supporto di bambù. La donna, messaggera degli dei del cielo, riparò gli uomini dalla pioggia e insegnò loro a coltivare i campi. È in suo onore che si iniziarono a confezionare i celebri cappelli. Alzo lo sguardo e per un secondo mi sembra di vedere un paio di occhi a mandorla sbucare da dietro una nuvola color panna. Scuoto la testa e non ci sono più, forse.

Nguyet sorride mentre mi parla e, ora che ci penso, mi accorgo che chiunque abbia incontrato in questo paese mi ha regalato almeno un sorriso. Lo hanno fatto gli abitanti dei villaggi nell’estremo nord-est, con i loro abiti tradizionali, i mercanti di seta nei negozietti incastonati dalle lanterne di Hoi An, i testimoni di guerra che ancora camminano per le strade di Ho Chi Min City, la città dai due nomi.

Del resto i vietnamiti sono noti come il popolo del sorriso e continuano a sorridere a chi arriva nel paese che va verso sud nonostante la sua storia sia contraddistinta da dominazioni e aggressioni (Cina, Mongolia, Giappone, Francia e da ultimo USA). Il vento e il profumo dell’estate mi cullano mentre scivoliamo lungo il fiume dei novi dragoni e penso che qui ho davvero molto da imparare.

 

Nota per il lettore: se ti stai chiedendo quanto c’è di vero in questo racconto, non ti resta che prendere uno zaino, riempirlo dello stretto indispensabile e partire. Il Vietnam ti darà la risposta.

* Etimologia del termine Vietnam

Imbarcazione a Non la

Imbarcazione a Nòn lá (Vietnam 2019 – Photo by Chiara Francioni)

 

 

Nessun Commento

Lascia Un Commento

Shares