Il Viaggiappone di C. Francioni || Viaggio || THREEvial Pursuit

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26 Set Il Viaggiappone di C. Francioni || Viaggio || THREEvial Pursuit

 

Il Viaggiappone

Ovvero: come un viaggio evolve in un’esperienza

di Chiara Francioni

 

Viaggiappone_Chiara Francioni testa

Non ricordo il momento esatto in cui mi sono detta che sì, sarei andata in Giappone; forse perché, nel profondo, ho sempre saputo di aver già deciso e che sarebbe stata solo una questione di tempo. Così, quando il tempo infine è giunto, sono salpata da Roma con la stessa naturalezza con cui mi alzo dal letto ogni mattina, ma con molto più entusiasmo.

Confesso di aver pensato molto a quello che avrei potuto scrivere su questo mio viaggio e, giuro, ho accarezzato idee di ogni sorta: elencare i cibi assaggiati, le stranezze riscontrate, i luoghi visitati. Ma ogni opzione mi sembrava o troppo banale o semplicemente riduttiva. Ho continuato a sovraccaricare di lavoro le meningi, finché non si è accesa la lampadina dell’idea geniale. O meglio, dell’idea interessante… va beh… diciamo passabile (Vi lascio col dubbio che si tratti di falsa modestia).

Sonae areba urei nashi (Se sei preparato bene, non c’è niente da temere).

Vi illustrerò la mia idea passabile partendo dalla considerazione madre per cui non si è trattato di un semplice viaggio, quanto piuttosto di una vera e propria esperienza. Quindi, col cuore traboccante di riconoscenza per l’occasione di crescita concessami, sono giunta alla conclusione che l’egoismo non sia la giusta moneta con cui ripagare il cosmo (o chi per lui). Così, indossati i panni dell’illuminata di turno, ho deciso di condividere con voi, fortunati lettori (sì dai, fatemi sognare), alcune preziose informazioni che vi potranno essere utili, sia se state pianificando una fuga sia se avete voglia di trascorrere i prossimi due minuti con lo sguardo interiore puntato verso oriente.

Poiché parlo a una platea potenzialmente illimitata (io e le botte di ottimismo delle due di notte), devo presumere, per non fare torto a nessuno, che siate ancora fermi alle impostazioni base e, immaginandovi dotati di un intelletto allenato, darò per contato che siate in grado di passare agilmente alla fase di configurazione della modalità io speriamo che me la cavo.

Non spaventatevi, non ha ragione chi dice che in Giappone tutto è più difficile, ma non mentirò dicendovi che, viceversa, tutto è facile. Diciamo che per uscire indenni dal dungeon servono le opportune abilità. E qui entra in gioco la mia idea apprezzabile.

Owari yokereba, subete yoshi (Il fine giustifica i mezzi).

Concentriamoci subito sul problema linguistico. Non fate ragionamenti del tipo: sono sopravvissuta all’ungherese, ce la farò anche col giapponese, perché non è così.

Viaggiappone_Chiara Francioni ridotta_3Qui si sale notevolmente di livello. L’idiomache si regge su due distinti sillabari (l’hiragana, utilizzato per le desinenze, e il katakana, normalmente impiegato per scrivere le parole di origine straniera) e su un complesso sistema di ideogrammi (i kanji) e i caratteri, a prescindere dalla categoria di appartenenza, vengono utilizzati in modo promiscuo ed espressi attraverso suoni che non hanno niente a che fare con la fonetica delle lingue indoeuropee.

Il risultato? Qualsiasi tentativo di leggere la più banale delle frasi vi farà sentire privi di risorse come uno studente delle elementari costretto a risolvere un’equazione di fisica quantistica (che non so neanche se esista).

Possibili soluzioni:
a) sperare nella conoscenza, anche rudimentale, della lingua inglese da parte della popolazione indigena (sempre che anche voi ne abbiate conoscenza, altrimenti le opzioni si riducono drasticamente nel numero, scendendo a una – quella riportata sotto la lettera b – e l’ostacolo inizia a odorare di rinuncia);

b) essere sempre pronti a spiegarvi a gesti, lanciandovi in conversazioni che hanno lo stesso tenore di uno scambio di vedute tra uomini di neanderthal (ad esempio, la frase “mi serve lo spray contro le zanzare” si può esprimere roteando l’indice a mezz’aria, conficcando poi l’estremità dell’ultima falange contro la tenera e indifesa carne bianca dell’avambraccio, fingendo, subito dopo, di grattarsi. Se poi aggiungete anche una smorfia di finto dolore e un efficace effetto sonoro, potreste addirittura eguagliare la verbosità dell’homo sapiens);

c) approfittare, come parassiti, della gentilezza dei giapponesi (che resteranno imperterriti ad ascoltarvi, cercando di interpretare i vostri grugniti incerti senza battere ciglio);

d) ricorrere all’approccio olistico (combinando tra loro tutte le strategie di cui alle lettere precedenti). Attenzione! Optare per quest’ultima soluzione richiede grandi doti di concentrazione e un buon coordinamento psicomotorio. Spesso vi sentirete a disagio, rispondendo a domande che nessuno vi ha posto, accennando sorrisi non dovuti ed esibendovi in inchini non richiesti. Tuttavia, alla fine dei giochi, sarete in grado di farvi capire e, ormai si sa, il fine giustifica i mezzi… anche in Giappone.

Go ni itte wa, Go ni shitagae. (Sei in un villaggio che non conosci, allora ci ubbidisci)

Il Paese del Sol Levante è terra di tradizioni e i giapponesi sono ligi alle regole. Lasciando da parte le riflessioni sui meccanismi di controllo sociale che guidano le masse, vorrei condividere con voi una breve considerazione.

Durante la permanenza in terra nipponica ho avvertito un costante e impellente bisogno di non trasgredire. Interrogandomi su questo bizzarro fenomeno, sono giunta alla conclusione che sia da escludere una possibile interferenza mistica, ravvisando piuttosto l’origine di questa inconsueta propensione all’ossequio nel profondo senso di rispetto per le incondizionate manifestazioni di fiducia preventiva che i giapponesi riservano a noi gaijin.Viaggiappone_Chiara Francioni ridotta

Per dirlo in altre parole, sappiate che quando (e non scrivo se) andrete in Giappone, in men che non si dica vi trasformerete in quella versione obbediente di voi stessi che vostra madre ha agognato durante i primi venti anni della vostra vita (se siete più giovani, meglio per voi).

Al di là delle più celebri convenzioni che ci viene chiesto di rispettare (come il togliersi le scarpe prima di entrare nella abitazioni o in luoghi di culto ), ce n’è una che forse non conoscete e che riguarda i tatuaggi.

Premetto che io, nel momento in cui scrivo, ne ho due e che sono entrambi dedicati alla cultura giapponese (non apro questo capitolo, perché so già che la digressione mi sfuggirebbe di mano). Detto ciò sgancio la bomba: i tatuaggi, in Giappone, non sono socialmente neutri, anzi sono istintivamente associati al mondo del crimine. In passato, infatti, erano utilizzati come strumento di stigmatizzazione del colpevole, che veniva marchiato a vita, così da essere riconoscibile agli occhi di tutti. Ancora oggi, inoltre, i tatuaggi sono un tratto distintivo degli Yakuza.

Fermi, fermi, fermi, non andate in iperventilazione. Il vostro sarà comunque un bellissimo viaggio, così come lo è stato il mio. Nessuno lancerà al vostro indirizzo sguardi disgustati, nessuno vi sbatterà la porta in faccia o vi negherà accoglienza.

Tuttavia vi è una solida convenzione secondo cui, se si ha la pelle dipinta, non è consentito l’accesso nei luoghi deputati al relax, dove cioè si vuole evitare che la vista di un tatuaggio possa creare turbative, evocando l’immagine del male incarnato. Mi riferisco agli onsen, alle piscine, alle palestre e così via.

A dirla tutta, io ho ne fatto tranquillamente a meno, ma se vi sentite di non poter rinunciare a un bagno caldo, a una nuotata o a una sessione di pesi (?), sappiate che vi basterà coprire i vostri disegni cutanei con adesivi speciali che vi apriranno tutte le porte del nipponico impero.

Aneddoto divertente: l’unica persona che ha fatto un commento su uno dei miei tatuaggi (stavolta dirò cos’è, giusto per contestualizzare: una volpe) è stata un’anziana signora. Si è avvicinata con propositi misericordiosi avendo intuito il mio difficile rapporto con quella misteriosa entità che voi chiamate orientamento. Noto che ha visto il tatuaggio sulla mia spalla e, lasciandomi scappare un sospiro, mi raccolgo in un rassegnato silenzio, in attesa della sua disapprovazione. E invece, la vecchina, se ne esce così: “A tattoo, a fox. Beautiful”. Come non pensare a quella vostra nonna o zia, un po’ in là con gli anni, che ancora non capisce come possiate azzardarvi a uscire di casa con i jeans tutti rotti, senza provare alcuna vergogna.

Tabi no haji ha kakisute (Puoi lasciarti andare alla vergogna durante il viaggio).

Viaggiappone_Chiara Francioni ridotta_2No, io le scarpe in pubblico non me le tolgo. No, io la zuppa dalla ciotola non la bevo. No, io lo yukata per uscire in strada non lo indosso. No, io se non so esattamente cosa mangio, preferisco non mangiare. No, io nel futon non ci dormo.

Se ancora questi pensieri frequentano i bassifondi della vostra mente, significa che non avete raggiunto il bureiko, quel prezioso momento in cui tutto viene messo da parte per riuscire ad essere pienamente se stessi.

Già che sono qui a elargire consigli, proverò ad aiutarvi anche in questa transizione. Il trucco è semplice: basta lasciarsi andare, fregarsene di tutto, non solo della vergogna, e dire di sì a ogni proposta, manco foste Jim Carrey (so che avete colto la citazione). E dunque: “sì” alle camminate a piedi nudi, “sì” alla zuppa risucchiata dalla ciotola, “sì” allo yukata per uscire di casa, “sì” agli esperimenti culinari, “sì” alle dormite sul futon (e, consentitemelo, che dormite!).

Così facendo, il vostro viaggio abbandonerà lo stato di crisalide e, spalancando le ali vellutate, rinascerà finalmente come esperienza.

In quel preciso istante io avrò saldato il mio debito con il cosmo (o con chi ne fa le veci) e voi potrete finalmente abbracciare la vera essenza del Sol Levante e avvicinarvi a quei concetti che solo la lingua giapponese riesce ad esprimere.

Concetti che parlano della bellezza nell’imperfezione (wabisabi), della triste dolcezza che nasce dalla consapevolezza della precarietà del bello (Mono no Aware), del piacere che si prova fermandosi ad osservare la luna (tsukimi) o ad ammirare la luce del sole che filtra tra le fonde degli alberi (komorebi).

Si può così entrare in una dimensione magica e rarefatta, in cui il tempo rallenta, lo spirito cerca di riappacificarsi con le membra spossate, e il luccichio argentato di un fiume che scorre nell’oscurità della notte merita di essere chiamato per nome (kawaakari).

Sen ri no michi mo-ippo yori (Anche una strada di mille ri comincia con un passo.)

Certamente non chiuderò questa breve dissertazione barra vaneggiamento barra volevo dire bene un’infinità di cose e purtroppo ne ho dette solo una manciata e male asserendo che adesso, grazie a me, disponete degli strumenti adeguati per affrontare un soddisfacente viaggio alla scoperta del paese dove, ogni mattina, il sole si leva per andare a rischiarare il mondo.

Eviterò di farlo sia perché adoro fingere modestia in modo coerente, sia perché, per poter considerare compiuta la missione, ci sarebbe ancora così tanto da raccontare e da tradurre in scritti contorti che questo smilzo articoletto potrebbe, al più, essere definito come l’estratto del teaser dell’episodio pilota della prima stagione di una serie tv.

Ad ogni modo, se ancora mi state leggendo e siete giunti fin qui senza perdere la pazienza (o il senno) posso ritenermi comunque soddisfatta e se addirittura state dicendo a voi stessi che sì, un giorno andrete in Giappone, sarebbe proprio un gran successo, poiché anche una strada di mille ri comincia con un passo (l’assonanza era voluta).


 
 

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