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Via Maneki Neko, un racconto di P. T. Caudullo || Three Faces

Via maneki neko, un racconto di P.T. Caudullo Three Faces EV

20 Mag Via Maneki Neko, un racconto di P. T. Caudullo || Three Faces

Via Maneki Neko, un racconto di P.T. Caudullo. Illustrazione di Elisa Buracchi

Via Maneki Neko, un racconto di P.T. Caudullo. Illustrazione di Elisa Buracchi

Via Maneki Neko

di P. Tiziana Caudullo

Illustrazione di Elisa Buracchi

 

Quando sono nato mia madre non ha sofferto e papà era tornato da lavoro in anticipo, giusto pochi secondi prima che le si rompessero le acque.

L’ospedale più vicino si trovava a 25 km di distanza da casa, dall’altra parte della città. L’idea di chiamare un’ambulanza era stata esclusa: mio padre sapeva che tra ricezione della chiamata, definizione dell’urgenza, accettazione e partenza ne sarebbe passato di tempo, e aveva convinto mia madre sarebbe stato meglio non contarci.

Le possibilità di percorso in auto erano due, ne avevano parlato a lungo prima della mia nascita: la prima prevedeva il passaggio da una serie di stradine del centro ad una corsia, poco affollate ma piene di curve, stop e semafori, per non parlare della seria probabilità di imbattersi in dei lavori in corso, incredibilmente frequenti considerato il negativo del bilancio comunale; l’altra alternativa era la tangenziale che si sviluppa intorno alla città, una via scorrevole che si trasforma in una trappola nell’orario di rientro dei lavoratori.

Certo, averne discusso non era servito granché sulla scelta: testa o croce. Il borsone con cambio, effetti personali e documenti era pronto, non restava che prendere le ultime cose e partire. Aveva vinto croce: le vie del centro.

L’indicatore luminoso affermava che l’ascensore stava per arrivare da almeno cinque minuti.

Quattro piani di scale non sono tanti, ma sommati ad una gravidanza di nove mesi, all’occorrente per il ricovero sulle spalle e all’agitazione pre-parto le stesse quattro rampe fanno un altro effetto, il che aveva portato i miei ad aspettare ancora un minuto, e poi ancora un altro. Nel frattempo, un piano o due più giù, si sentivano passi svelti e voci agitate avvicinarsi. – Dai, su! L’ascensore è bloccato, dobbiamo sbrigarci! –

Due infermieri e un medico, fronte imperlata di sudore e affanno, arrivarono al nostro piano.

– Grazie a Dio ci siamo! Su, signora, si appoggi a me! Come sta? –

I miei non ebbero il tempo di guardarsi, ma ognuno sapeva cosa avrebbe visto nello sguardo dell’altro: mio padre avrebbe trovato soddisfazione e godimento personale, mia madre un velo di imbarazzato pudore. Nessuno dei due poteva immaginare che un piano più su la signora Carli aveva chiamato il 118 da almeno quarantacinque minuti e che stava per dare alla luce Ada, spirito nazista fin dall’età di sei anni, destinata a diventare l’insegnante di latino più temuta del liceo Galilei. Io la incrociai un paio di volte, senza mai scambiarci neanche una parola, ma la sua fama la precedeva.

Nacqui in via Maneki Neko, a due passi dalla piazza centrale, alle 21:21 di un lunedì. Il conducente di una Punto aveva ben pensato di non fermarsi al rosso del semaforo, prendendo in pieno una Ford bianca. Nessuno si era fatto male, ma la strada era rimasta bloccata creando una coda infernale nella quale neanche l’ambulanza era riuscita a farsi largo.

Non saprei dire quando, di preciso, mi resi conto che tutto ciò nella mia vita fosse diretto dal caso andava bene. Data una situazione qualunque, in ogni luogo e in qualsiasi momento, quali che fossero le mie scelte e le mie azioni, il mondo mi rispondeva in modo positivo.

Da piccino nessuno voleva giocare con me a sasso-carta-forbice perché non c’era possibilità che perdessi. La professoressa che passeggiava tra i banchi durante le verifiche, distratta da un piccione inquieto al di là della finestra o dai sussurri troppo rumorosi dei miei compagni, si voltava per il tempo necessario affinché potessi nascondere gli appunti sotto al banco.

Insomma, ho sempre goduto di una fortuna sfacciata. Mai stato fermato dai Carabinieri, schedine giocate e vinte senza che io seguissi una sola partita di calcio, per non parlare delle donne! Lo ricordo ancora bene: tre le ragazze con cui uscivo, ma se una aveva appena lasciato il mio appartamento l’altra arrivava senza preavviso, e così via.

Decisi di iscrivermi all’università. Mi piaceva l’idea di potermi presentare come uno che aveva studiato, avrei potuto citare Virgilio e D’Annunzio, sedurre le ragazze con classe. Le rette me le pagava lo Stato con le vincite al gioco e gli esami li passavo studiando un decimo del programma: il professore mi avrebbe chiesto ciò che sapevo e assegnato una bella lode.

Il mio periodo d’oro: feste e droghe, sesso e soldi, mi dedicavo ad un individualismo sfrenato che avrebbe imbarazzato anche Max Stirner. Diciamocelo: me la godevo in abbondanza, ma si sa che ogni medaglia ha sempre due facce.

Ad un certo punto me ne resi conto, e alla consapevolezza seguì il declino. Le giornate volavano via, tra un piacere effimero e un altro, senza che nulla le dirigesse realmente. Trentasei anni, non una famiglia o una donna con cui condividere la vita, nessun lavoro, non avevo neanche un cane o un gatto: solo una splendida ed enorme casa, covo di numerose dipendenze tra sostanze, gioco d’azzardo e apatia.

Non ero stato capace di costruirmi uno scopo per il quale lottare forse perché di lottare, in fondo, non ne avevo mai avuto bisogno. Nulla per cui alzarmi al mattino, nessuna motivazione che mi spingesse a fare, a fare di più, a impegnarmi, a combattere. Combattere per cosa? Avevo sempre ottenuto tutto ciò che desideravo senza troppi sforzi, il che mi aveva portato a non dedicarmi neanche granché all’individuare i miei stessi desideri.

La mia vita si era trasformata in una pigra sopravvivenza e non riuscivo a capire quando questa trasformazione avesse avuto luogo. Il piacere e il divertimento avevano gradualmente lasciato posto all’indifferenza. Non uscivo più. Gran parte dei soldi mi arrivavano dal web, giocando o comprando e rivendendo all’asta monete rare, mobili e antiche ceramiche cinesi. L’erba me la portavano a casa, la spesa la facevo online.

Era il 17 ottobre del 2014. La sera prima avevo esagerato col vino, per poi dedicarmi ad una crisi solitaria di rabbia e pianto. Mi svegliai poco lucido ed emotivamente altalenante; la forte luce che passava attraverso le tapparelle dimenticate aperte mi costringeva a tenere gli occhi socchiusi, mentre lacrime salate e dense insistevano per venir fuori. L’odore acre del mio appartamento che troppo di rado conosceva aria pulita mi diede immediatamente il voltastomaco.

Avevo bisogno di uscire, un bisogno fisico e viscerale. Gli occhiali da sole avrebbero nascosto le occhiaie e il rosso attorno all’iride, il profumo il fatto che non mi lavassi da diverso tempo.

Erano le 18:00 e una bella giornata assolata lasciava posto alla sera, colorando di rosso la città. Osservai il cielo fumando una sigaretta, mentre i passanti mi guardavano con sospetto. Mi sentivo un po’ a disagio all’aperto, facendo cose come una passeggiata, ma non volevo tornare a casa.

Decisi di iscrivermi al torneo di poker di cui mi aveva parlato Ugo, il tipo dell’erba. Sarebbe bastato, aveva detto, chiedere informazioni al pelato del bar Lesto. Varcata la soglia del bar e individuato l’uomo dietro al bancone, come in un film, fui accompagnato in una stanza sul retro poco illuminata, fatta eccezione per i neon rivolti verso un tavolo tondo posto al centro.

Tenni gli occhiali da sole per motivi diversi da quelli degli altri giocatori, seri e impassibili. Inutile dire che vinsi, clamorosamente e più volte.

Dopo aver bevuto un paio di birre decisi che la giornata poteva giungere a fine; era ormai tarda sera e, nonostante in fondo non avessi fatto qualcosa di così diverso da ciò che facevo tutti i giorni, ero soddisfatto di me stesso: avevo rotto i miei soliti schemi e speravo che questo rappresentasse un nuovo inizio. L’essere riuscito ad evadere dal mio appartamento era per me un traguardo. Salutai il pelato dietro al bancone che scoprii chiamarsi Pietro e presi la porta.

Non immaginavo certo che una volta uscito dal bar un uomo sulla trentina alto quasi mezzo metro più di me e dalle spalle monumentali mi avrebbe seguito e mi sarebbe saltato addosso, non pensavo che cose del genere potessero capitare realmente. Viso impastato, bocca ferrosa e costato dolorante, ero a terra; riuscii ad approfittare di un suo momento di distrazione per scappare, con la mazzetta di soldi ancora nella tasca interna della giacca.

Iniziai a correre, fitte acute in ogni parte del corpo, l’aria fredda e pungente sulle ferite, correvo voltandomi di tanto in tanto per controllare il mio inseguitore. Mi sentivo vivo, correndo e voltandomi, inciampando e col volto infuocato. Ero sorpreso: mi sentivo euforico, correvo senza meta ma inseguendo finalmente qualcosa.

“Così voglio sentirmi ogni giorno” pensavo, “fanculo i soldi!”. Stavo lottando, mi stavo impegnando per raggiungere uno scopo, e mentre il dolore e l’adrenalina mi attraversavano il corpo ad ogni falcata, ecco che riuscivo a farne un’altra, e poi un’altra. Dovevo salvarmi.

Ada sgridava la figlia, pentendosi di aver preso le strade del centro per tornare a casa, sempre piene di lavori in corso e semafori, quando mi travolse. Incrociai per un attimo il suo sguardo spaventato mentre venivo catapultato sull’asfalto e la mia nuca si dirigeva con precisione verso lo spigolo del marciapiede.

Sospeso in aria, con ancora i soldi a gonfiare la tasca interna della giacca, ebbi il presentimento che sarebbe stata quella, la fine; la mia vita di pigrizia e indifferenza si sarebbe conclusa, finalmente, lottando.

Sono morto così, in una parallela di via Maneki Neko, alle 23:03 di un venerdì sera. Sorridendo.

Via Maneki Neko è un racconto di P. Tiziana Caudullo tratto da StreetBook Magazine #3

Clicca qui per sfogliarlo online!

 

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