Una notte balcanica – Viaggio in Montenegro – C.Dall’Ara

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15 Dic Una notte balcanica – Viaggio in Montenegro – C.Dall’Ara

Dulcigno.Dall'Ara
Fortunatamente non sono il tipo da lasciarsi influenzare dalle opinioni altrui. Fosse stato così, probabilmente non avrei intrapreso un viaggio simile.
Il tour che avevo organizzato era così articolato: partenza da Bologna nel pomeriggio di un venerdì del rovente luglio 2010, volo per Tirana, ritiro dell’auto a noleggio, spostamento verso il Montenegro e arrivo per cena a Dulcigno, una località marittima del sud del paese. Sarebbero seguiti otto giorni di esplorazione del Montenegro, con trasferimento nella Baia di Cattaro.
Un programma ineccepibile, salvo il sopraggiungere di un imprevisto dietro l’altro, tanto da far diventare un’odissea già l’arrivo all’albergo, la prima notte di soggiorno.

La mattina della partenza, mentre mi accingo coi bagagli, scervellandomi su quanto potrei dimenticare di utile per affrontare al meglio la vacanza, squilla il telefono: “Buongiorno, siamo della Albanian Air. La partenza è posticipata di tre ore”.
Ecco, primo intoppo! Significa che la cena di pesce a Dulcigno va all’aria. Pazienza, la rimanderemo al giorno seguente. Ci rechiamo in aeroporto con le classiche due ore di anticipo. Subito, constatiamo che il volo è in ritardo. Ci sediamo e attendiamo. Meno male che c’è l’aria condizionata, perché si bolle.

Il tempo scorre, il ritardo diventa sempre più ampio; alle 20 siamo ancora appollaiati in sala d’aspetto, davanti al terminal. Scruto le persone che aspettano con noi, sono quasi tutti stranieri, Albanesi che tornano a casa per ricongiungersi con i propri cari. Alcune donne hanno il velo: là ci sono diverse religioni e quella Islamica è abbastanza diffusa. I nostri compagni di aereo non sembrano affatto indispettiti né impazienti. Pare che questo ritardo li lasci impassibili. Forse è la routine.
All’accensione dell’insegna di ingresso in pista, in modo ordinato ci mettiamo tutti in fila, ognuno con i documenti in mano, e ci addentriamo giù per le scale. Qui, ammassati come conigli, aspettiamo, stavolta senza l’ausilio dell’aria condizionata. Dieci minuti… un’eternità; quando usciamo, respiriamo avidamente la brezza umidiccia del crepuscolo, finché non ci stivano nel pullman che conduce all’aeromobile. A bordo, sento allentare la tensione. Le operazioni interne sono veloci: alle 21.10 si decolla.

Il tragitto è gradevole. Viaggiare con una compagnia aerea di bandiera offre una qualità superiore rispetto ai voli low cost. I posti sono numerati, servono un piccolo pasto con acqua e caffè, i sedili sono confortevoli e non ci si sente a stretto contatto con i propri vicini. La durata del volo è breve, un’ora. Mi hanno sistemata vicino all’oblò, la mia posizione preferita, così posso scrutare il panorama sottostante. È quasi notte, i raggi vespertini stanno svanendo in lontananza. La serata è serena ma carica di afa. Malgrado ciò, in fase di decollo, riesco a individuare le arterie stradali che attraversano Bologna: tangenziale e A14. Si intravede un tripudio di luci, un serpente di automobili interminabile che si dirige verso la Riviera Romagnola. Ognuno va per la sua villeggiatura. Il mare sarà lo stesso anche per noi, ma stavolta lo vivremo di là, con il sole che tramonta sulle limpide acque dei Balcani. Mi sento emozionata scorgendo le luminarie della riviera, le anse del litorale romagnolo. Riconosco Cesenatico, poi Rimini, vedo la Repubblica di San Marino e poi giù fino al Conero. Mi sembra di assistere a un film che riproduce una cartina geografica. Un sogno ad occhi aperti. Poi, viriamo in mare aperto. Arriva la cena e distolgo lo sguardo dal finestrino. Finito il pasto, siamo già in fase di atterraggio.

Alle 22.30 sbarchiamo e, varcato il portellone del velivolo, ci viene incontro una folata terribile: calura all’ennesima potenza. È notte, ci rassegniamo a dover viaggiare per posti sconosciuti nel regno dell’oscurità. Dall’aeroporto, Dulcigno dista 120 chilometri, il navigatore consultato online prima di partire avvisava che ci volevano due ore. Durante la vacanza avremmo chiesto aiuto soltanto alle mappe geografiche, coadiuvandoci con i cartelli segnaletici.

Sebbene giunti a destinazione, l’ingresso in aeroporto è un miraggio. Ci attende il controllo dei documenti, fila Schengen, la più corta. Altra mezz’ora buona ed eccoci finalmente nell’area degli arrivi. Non dobbiamo aspettare le valigie, abbiamo optato per il bagaglio a mano. Scelta molto oculata, viste le circostanze di quella serata incandescente.

Fuori dal cancello ci aspetta l’addetta dell’autonoleggio, che esibisce un cartello con scritto il mio nome. Parla Italiano. Ci accompagna al parcheggio dove si trova una Opel Astra rosso rubino, riportante in targa l’aquila nera simbolo dell’Albania. Firmiamo il contratto, saldiamo il conto e siamo liberi di partire. Ma, in un eccesso di zelo, in questo caso provvidenziale, chiedo se in ore notturne ci sono problemi a varcare la frontiera con il Montenegro.

A questa domanda, l’impiegata diventa pensierosa; mi informa che con la loro vettura non si può uscire dall’Albania. Rimango contrariata. Come facciamo, le nostre ferie sono programmate esclusivamente in Montenegro?! Si consulta al telefono con qualcuno e torna da noi sorridente. “Non preoccupatevi, è necessario un certificato che attesta che l’auto può circolare fuori dall’Albania. Però bisogna andare in agenzia, a Tirana.”
Sento il tempo defluire inesorabilmente, si avvicina la mezzanotte e noi siamo ancora all’aeroporto. Comincio a preoccuparmi: siamo stanchi, potremmo perderci e vagare fino a mattina in cerca della strada giusta, senza nessuno a cui poter chiedere. Nella mia testa risuonano le risate dei colleghi: “Hai visto, te la sei cercata, vuoi sempre sperimentare e ora sei nei guai”. Non voglio soccombere a questi preconcetti, penso che ce la caveremo e se ci troveremo in difficoltà, qualcuno disposto ad aiutarci si farà sicuramente avanti. Sono approntata alla fiducia, non voglio farmi atterrire da credenze derivanti dall’ignoranza e dal luogo comune.

Per arrivare a Tirana impieghiamo un quarto d’ora. Scorrono dinanzi a noi lunghi rettilinei scanditi qua e là da alcuni semafori, fino a giungere in una piazza gigantesca circondata da edifici in stile sovietico. Non mi ero documentata sull’Albania, in fondo siamo solo di passaggio. Si tratta della storica Piazza Skanderbeg, fulcro sociale e politico non solo di Tirana ma di tutto il Paese. Noto con stupore che la città è molto animata, persino a quell’ora. Ci sono moltitudini di giovani, ragazze in gruppo, locali affollati da cui fuoriesce musica balcanica dal ritmo coinvolgente. È questo il posto degradato di cui tanti Italiani hanno un immaginario contorto? Sono felice di vedere tanta normalità, caratterizzata dagli usi e costumi di un popolo che inevitabilmente, per cultura, storia e religione è differente da noi. E la diversità esprime il suo fascino nelle vicende quotidiane, negli stili di vita.

Al momento di raggiungere l’ufficio mi sovviene comunque un moto di paura: la ragazza parcheggia nel retro di un agglomerato di condomini decadenti. Ecco, tornano in testa le vocine sobillanti dei miei colleghi: “Visto, ora vi derubano, chissà cos’altro vi fanno e vi lasciano in mutande”. Guardo con apprensione il mio compagno mentre la seguiamo. Sono agitata, ma in fondo sento che posso fidarmi. Infatti, ci conduce in agenzia e compila il modulo che permette alla macchina di lasciare l’Albania.

Finalmente possiamo partire per la nostra avventura. Usciti dal parcheggio dobbiamo inoltrarci nella selva trafficata della grande piazza e trovare l’indicazione per Scutari, la principale città del nord, situata sulle rive dell’omonimo lago. Ma individuare una segnalazione in un caos del genere, e oltretutto in una grafia differente dal parlato (Shkodra), non è un’impresa semplice. I viali e i semafori si susseguono uno dietro l’altro, noi andiamo sempre dritto, consapevoli che comunque dobbiamo uscire dalla città per trovare un’autostrada. E siamo fortunati: stiamo andando correttamente verso settentrione, il famigerato segnale indicante Scutari appare davanti a noi: 90 km, un bel sollievo. Presto ci lasciamo alle spalle le luci della capitale ed entriamo in una superstrada a quattro corsie. È decente, con qualche buca. Ma soprattutto, è deserta, solo per noi. Dritta come un fuso. Possiamo fare i 100, i 150, non ci sono limiti. Siamo sicuri che il cartello per Scutari ricomparirà ancor prima dell’indicazione di svolta a sinistra per la dogana con il Montenegro. Corriamo veloci, sembra non ci siano ostacoli. Inaspettatamente la carreggiata da asfaltata diventa sterrata, e una freccia posizionata in extremis indica che dobbiamo immetterci in un’altra corsia. Praticamente, la superstrada che stiamo percorrendo è in costruzione, e dal quel punto ricomincia il cantiere. Con una brusca frenata e tanto spavento, ci immettiamo nel nuovo manto stradale: a due corsie, con divieti di velocità ai 70. Desolata. Ogni tanto costeggiamo delle pompe di benzina, fuori servizio. E il nulla, non una casa, non un lampione. Non sappiamo più nemmeno quanto manca a Scutari. Andiamo a occhio, calcolando i minuti trascorsi da quando abbiamo lasciato Tirana. Ormai saremo vicini alla famosa deviazione. Intanto, veniamo sorpassati da uno sgangherato furgone che funge da autoambulanza. Ridacchiamo, sperando di non averne mai necessità. Quasi ci stiamo abituando alle vicissitudini di questa strampalata notte balcanica. Forse il viaggio è talmente esaltante da sbiadire la frenesia di giungere a destino.

Prima di entrare a Scutari, rimaniamo sbalorditi nell’incrociare un solitario cavallo baio che gironzola nottetempo, imperterrito per quelle vie fosche. Pare volerci indicare la via, anche lui svolta verso il Montenegro. Bisogna attraversare il fiume Drin e il ponte non ha un aspetto rassicurante; viene annunciato da un semaforo, perché è talmente stretto da necessitare di una regolazione a senso unico alternato. Sono già le 2.30 del mattino, la meta è vicina. Varchiamo quel confine naturale, con molta cautela. Udiamo il ponte di legno scricchiolare sotto l’abitacolo, non è una bella sensazione: 150 metri di terrore. Dall’altra parte la strada continua costeggiando il fiume e comincia a salire fino al valico che delimita la frontiera fra Albania e Montenegro. La carrozzabile è in pessime condizioni, non si direbbe che rappresenti il collegamento fra due nazioni europee. Alla dogana, il frontaliere albanese ci guarda perplesso. Che ci fanno due Italiani a quest’ora in giro? Capisce subito che siamo turisti un po’ smarriti. Fa i controlli di consuetudine e ci indirizza al suo omologo montenegrino, il quale è più sbrigativo: ci spedisce da un’impiegata per stipulare l’assicurazione valida in Montenegro.

Un’altra mezz’ora persa, e via, di nuovo al volante. Dieci km in discesa e, finalmente, compare il segnale turistico indicante Dulcigno. Ultima peripezia: scovare l’hotel.
All’ingresso del paese veniamo bloccati da una pattuglia di polizia, impegnata in controlli notturni. Ci beffeggiano un po’, bonariamente, quando supplichiamo di indicarci dove sia l’albergo. Addirittura, ci accompagnano fin là; dobbiamo avere l’aspetto veramente stravolto, da suscitare compassione.

Giunti in albergo, destiamo il portiere dal suo pisolino notturno. Alle 3.30 del mattino, aveva data per persa la nostra prenotazione. Invece, eccoci qua, arrivati sani e salvi e con un bagaglio di esperienza notevolmente arricchito.
In barba a tutte le persone limitate che volevano farmi desistere dall’intraprendere un viaggio che si sarebbe rivelato, anche nei giorni a venire, una sorpresa inimmaginabile.

Chiara Dall’Ara

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