QuaranThreevial N°5: Ucronia. Un articolo di C. Francioni

QuaranThreevial N°5: Ucronia

di Chiara Francioni

ucronia coito negato
Ucronia di Coito Negato

– Rassegna stampa, 4 aprile 2020.

Finalmente il Presidente ha parlato. Si tratta di una decisione che risolleverà il paese afflitto dal perdurante stato di cattività forzata indotto dalla quarantena. Di seguito, un estratto del comunicato che ormai tutti conoscono:

“… ed è per questo che abbiamo deciso di agire in modo decisivo, cosicché ogni cittadino possa ottenere il benessere che merita. Vi chiedo, nell’interesse di tutti, di impegnarvi nell’essere felici, ogni giorno, dentro le vostre case. E per aiutarvi in questa missione di importanza primaria, da oggi dichiaro socialmente e giuridicamente perseguibile la tristezza. Da oggi saremo tutti felici”.

Finita la trasmissione a reti unificate, una coltre di silenzio ha intrappolato per alcuni minuti la popolazione intera. Poi sono esplose, incontenibili, le reazioni a caldo. Alcuni, non potendo scendere per strada a causa della quarantena, si sono affacciati alla finestra gridando di gioia, altri sono saliti sui tetti srotolando striscioni variopinti per mandare messaggi di gratitudine. Il paese da oggi non sarà più lo stesso: una nuova era è infine giunta.

– Diario di quarantena, 5 aprile 2020.

Mi sono svegliata presto stamani, spinta dall’emozione di vivere in un mondo nuovo. Ho tirato la tenda della finestra e il sole splendeva alto nel cielo. Esattamente come ieri, è vero, ma che importa. Da oggi tutto è più bello. Mi sono affacciata e la vivacità del quartiere ha confermato il mio buon umore. Sento risate che rimbombano tra i vicoli, musica schizzata fuori dalle finestre, in molti cantano all’unisono. Sorrido compiaciuta e riporto la testa dentro i confini del mio appartamento. Afferro lo smartphone abbandonato sul letto e faccio un giro sui social. Ammetto di essere curiosa, voglio saperne di più su questo neonato moto di euforia collettiva che peraltro ho bisogno di condividere con qualcuno. E la rete non mi delude: scorro bacheche, gallerie, profili. Tutti sono in estasi.

Nel pomeriggio giungono nuove notizie. Si sono resi necessari dei provvedimenti attuativi per rendere illegali le manifestazioni di tristezza, come revisioni linguistiche (non sarà più consentito usare il sostantivo ‘tristezza’, l’aggettivo ‘triste’, il verso ‘rattristarsi’ e qualsiasi sinonimo dei suddetti) e nuove regole di condotta (per esempio, non è più ammesso piangere difronte ad altre persone, salvo che si tratti di lacrime di gioia, e in tal caso sarà necessario fornire apposita autocertificazione). Mi sembra giusto, dopotutto da oggi il mondo sarà un luogo più felice e non avremo più bisogno degli antichi retaggi di cui mi spoglio volentieri. Ovviamente ci sono delle sanzioni, ma dai, chi se ne frega. Felici come siamo adesso, attenerci ai nuovi dettami non sarà di certo un sacrificio.

Non ho niente di particolare da fare oggi, così passo tutto il giorno a leggere e guardare film, perfettamente felice in un mondo felice.

– Diario di quarantena, 10 aprile 2020.

Devo uscire, c’è da fare la spesa. Non so da quanto tempo non prendo la macchina e, a pensarci bene, neanche ricordo dove l’ho parcheggiata. Mi vesto, tiro su il cappuccio per coprire il cesto di capelli ormai incolti – se fanno venti gradi, pace – indosso la mascherina e mi precipito giù per le scale. Sono fuori e mi scontro con qualcosa di molto simile a un’acerba agorafobia, ma alzando gli occhi al cielo incontro il sole e sto subito meglio. Il mondo è raggiante.

Mi dirigo verso il luogo dove suppongo si trovi la macchina che, sorpresa, non c’è. Sento le vene che pulsano, ma non percepisco alcuna reazione di disappunto. Almeno ho fatto due passi. Mi sposto dunque verso la seconda opzione logistica. La macchina è lì. Visto!? Va tutto bene. Mi avvicino alla carrozzeria sporca e lo vedo: un foglio di carta appiccicato al parabrezza. Lo afferro: una contravvenzione per divieto di sosta. Merda. Mi ricordo di averci anche pensato quando ho parcheggiato l’auto, ma mi ero detta: mica mi faranno la multa durante la quarantena? La risposta giusta evidentemente era: certo che te la fanno. Le vene pulsano nuovamente, sento il buonumore che vacilla. Ma no, no, no. Da oggi non sono ammesse le emozioni torbide, da oggi siamo tutti felici. Io-sono-felice. Infilo la multa nello zaino e salgo a bordo.

La strada per raggiungere il supermercato attraversa la campagna: i prati sono ormai in fiore, così come gli alberi. Tiro giù il finestrino e il tepore scivola liquido nell’abitacolo, avvolgendomi in un bozzolo di piacere che quasi stento a riconoscere come familiare. Dai campi giunge il canto delle rondini, dei passerotti, di tutto il cazzo di pantheon ornitologico che si è messo d’impegno, proprio adesso, a ricordarmi che fuori è bellissimo mentre io sono bloccata in casa. Cazzo che schifo di mondo… no, no, no. Io-sono-felice. Riprendo il controllo. La fila al supermercato è ovviamente chilometrica. La cosa però non mi dispiace, almeno potrò godermi il sole per un po’… con il cappuccio in testa e la mascherina che mi si appiccica alle guance. Inizio a sudare, ma non importa. Sono tutti sorridenti intorno a me, proprio tutti. “Vedi che non c’è da preoccuparsi”, mi ripeto.

Ficco nuovamente la testa nel mondo social per mitigare l’attesa: vedo gente soddisfatta di fare flessioni in bagno, scorgo altri che prendono il sole in terrazza, altri ancora che leggono libri, che cucinano, che brindano al tempo libero ritrovato. Tutta questa gioia mi ubriaca e sento il bisogno di tornare a concentrarmi sulla fila per non andare in botta da entusiasmo. Già basto da sola a superare ogni dose consentita. Sono così felice… lasciamo perdere l’avventura nel supermercato, estenuante sì, ma ci voleva e ora mi sento una persona migliore, pronta a godermi la meritata ricompensa: una scorpacciata di stronzate che sognavo da almeno una settimana. Quindi, manco a dirlo, sono felice.

Torno a casa e ad accogliermi trovo solo la penombra. Un flash: alberi in fiore, canto di uccelli, primavera. La primavera del cazzo che qui dentro sembra inesistente. La sento, che emerge dal profondo, quella sensazione a cui non posso dare un nome. Scuoto la testa e accendo la luce. Allo stesso tempo indosso un sorriso, mi scatto una foto con le borse della spesa e butto tutto in rete: < La vita continua >. Così ora tutti lo sanno: IO SONO FELICE.

Passo il resto del giorno a rimettere a posto la casa e alla fine lo comunico agli amici nei vari gruppi WhatsApp: < Oggi giornata grandiosa, ho una casa che scintilla >. Mi rispondono con un sacco di smile o roba simile. Qualcuno mi manda fotografie della propria tavola imbandita. Insomma, il giorno è passato nella concitazione generale e vado a letto distesa.

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– Diario di quarantena, 14 aprile 2020.

Stamani mi sono svegliata in preda all’agitazione: è tutta colpa di quel sogno pazzesco che ho fatto. “Era solo un incubo”, ripeto più volte. La realtà invece mi attende con le sue gradazioni di entusiasmo che ormai riesco a percepire come se fossero filtri di Instagram.

Oggi lavoro. La giornata, quindi, vola via veloce. Condivido una foto di me in modalità smart working e scrivo anche che sono più produttiva di prima. Più tardi mi cimenterò con le flessioni in soggiorno e farò sapere a tutti di aver fatto il mio dovere. Sono felice. Felice. FELICE.

Dopo cena faccio una videochiamata col gruppo di amici e quando mi chiedono come va dico loro la verità: “Va benone!”. E tutti sono dello stesso avviso. O almeno, quasi tutti. Gino ci racconta che l’hanno messo in cassa integrazione e che forse l’azienda per cui lavora non supererà questo periodo di stop. Mi trovo in difficoltà, non so bene cosa dirgli. Per fortuna interviene Emma con parole sagge: “Dai, vedrai che andrà tutto bene”. Passiamo quindi a raccontarci di quanto sia semplice convertire la vita in una versione casalinga della stessa. Gino però se ne resta in silenzio per tutto il tempo e ho paura per lui: se dovesse cedere alla disperazione, potrebbero fargli il culo. Poi gli amici se ne vanno e per un po’ resta nell’aria il brio delle stronzate che abbiamo sparato.

Quando finisce, qualcosa di simile al lontano ricordo della solitudine fa capolino. La sento emergere, da prima timida, poi più insistente, dal torbido nugolo di emozioni che non posso… che non voglio più provare. Resisto, mi stappo una bottiglia di vino e vado a letto confusa e felice, per citare una nota cantautrice sicula.

– Diario di quarantena, 19 aprile 2020.

Stamani non mi va di alzarmi. Accendo la TV dal letto. Un tizio in giacca sta dicendo che la non-felicità – nessuno usa più un sostantivo specifico – non esiste, che è solo illusione dei nostri intelletti traumatizzati da non capisco bene cosa. Viene quindi trasmessa una carrellata di immagini traballanti che ritraggono uomini e donne al supermercato, in strada, affacciati alle finestre delle loro abitazioni. Hanno tutti il volto oscurato, ma è evidente che sono in lacrime. Il commentatore parla di un numero crescente di sanzioni per casi di non-felicità manifesta del tutto ingiustificati. La conduttrice del programma, che non so identificare – non guardo mai la TV –, chiosa che dobbiamo resistere ed essere fiduciosi, perché tutto andrà bene.

Lo stanno ripetendo in molti ultimamente, come una sorta di mantra, ma nessuno ci ha ancora spiegato come ciò sia possibile. Mi rigiro nel letto e penso che forse quelle persone del video avrebbero dovuto sforzarsi di sembrare felici, pur non essendolo. Così nessuno le avrebbe sanzionate. Mi riaddormento con una nota acida tra le labbra.

– Diario di quarantena, 21 aprile 2020.

Adesso non si sente più nessuno cantare per strada. Non ci sono più striscioni appesi ai palazzi, ma tutti continuano a dire che sono felici e postano quelle cazzo di foto piene di sorrisi fasulli. Non sono più convinta che sia sufficiente imporre alle persone di essere felici, affinché esse lo siano davvero. Ma non ci è consentito fare altro, d’altronde. Possiamo solo dire di essere felici.

Sento le urla dei vicini che litigano. Se qualcun altro li sentisse, potrebbe avvisare le guardie e sai che casino. Del resto l’hanno detto anche alla radio: la maggior parte delle segnalazioni di tristezza manifesta arrivano proprio dai vicini di casa. La gente si è ormai convinta che la non-felicità altrui sia pericolosa perché può incrinare anche la felicità di chi si attiene alle regole e ora, con il virus che imperversa, non ce lo possiamo permettere. Penso che non me ne frega un cazzo e poi penso a Gino.

Dopo lo chiamerò e gli dirò di non ascoltare Emma: magari andrà tutto bene per davvero, ma se adesso ‘sta una merda, vorrei che si sentisse libero di dirmelo. Non farò la spia. Forse non la farebbe nemmeno Emma, la spia. Mi ricordo, improvvisamente, che prima di tutta questa storia aveva detto di non essere più convinta di restare insieme a Giulio, il suo ragazzo. Lui le aveva messo le mani addosso e lei ci aveva chiesto di non raccontarlo a nessuno. Ora sono bloccati in casa insieme, eppure non ci ha più riparlato di lui. Rifletto un po’, forse Emma lo ha detto a Gino, ma parlava a se stessa, affermando che tutto sarebbe andato bene.

Mi affaccio alla finestra di camera. Una leggera brezza trasporta il profumo di prati lontani, mentre il fischio di una rondine che rientra al nido mi rende nostalgica. Ripenso, in particolare, a un giorno di primavera di oltre vent’anni fa: indossavo una maglietta a maniche corte e un paio di pantaloni leggeri. Ero seduta nel giardino dei miei nonni insieme a un paio di amici.

“Quando sarò grande sarò di certo più felice di ora” dicevo loro. “Sì, perché sarò libera di fare quello che voglio”.

Nel mio ricordo poi, ci sono io che mi alzo, invito gli altri a seguirmi e, senza un motivo preciso, iniziamo a correre a piedi nudi sull’erba fresca, con le braccia nude spalancate come a voler abbracciare la pienezza della natura intorno a noi.

Sospiro mentre guardo le mie mani da adulta che penzolano dal davanzale. La realtà è molto diversa da come la immaginavo a dieci anni: oggi non sono affatto libera di fare quel che mi va. Per esempio non sono libera di correre a piedi nudi in mezzo a un prato solo perché ne ho voglia. Realizzo che non è colpa della quarantena, dopotutto. Anche se tutta questa storia del covid-19 non fosse balzata fuori e mi trovassi ancora intrappolata in quella routine che chiamavo normalità, non sarei comunque stata libera di fare quella corsa. Di certo mi sarei convinta di non averne il tempo, perché non l’avrei reputata una cosa importante, perché ci sarebbero state altre ragioni che mi avrebbero spinta a correre, ragioni diverse dalla semplice voglia di farlo. La desidero ancora quella normalità?

Gli occhi mi bruciano, la gola si secca, ma vado avanti con il filo dei pensieri. Ho deciso che oggi sarò sincera, libera in qualche modo. Lo dico a voce alta e non mi importa se sono affacciata alla finestra. Non mi importa se ci sarà chi farà la spia. Lo dico e basta: oggi non sono non-felice. Oggi sono TRISTE. Sono triste perché Gino è in cassa integrazione, sono triste perché Emma non riesce a lasciare Giulio, sono triste perché ci vogliono sempre felici e perfetti e invece siamo imperfezione allo stato puro. Sono triste perché la società è tutta sbagliata e la vostra stupida retorica mi ha rotto i coglioni. Poi le lacrime arrivano e piango, piango per non so quanto tempo. Piango fino a che non divento, forse, davvero serena.

– Diario di quarantena, 4 maggio 2020.

Abbiamo riguadagnato un po’ di libertà. Oggi posso allontanarmi da casa e passeggiare. Piove, ma chi se ne importa. Non mi importa neanche dei capelli fuori controllo. Esco di casa e so già dove andare. Raggiungo la campagna che avevo attraversato in macchina per recarmi al supermercato. Abbandono l’asfalto con un passo solenne, mi siedo sull’erba umida, tolgo le scarpe, i calzini e spalanco le braccia. Corro.

QuaranThreevial N°5: Ucronia. Un articolo di C. Francioni

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