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Me and Tool, un articolo di G. Bindi || Three Faces

Tool

17 Lug Me and Tool, un articolo di G. Bindi || Three Faces

Me and Tool

Un articolo di Gianluca Bindi

Tool

Lo so a cosa state pensando: è passato un mese dal concerto dei Tool al Firenze Rocks, che senso ha scrivere l’ennesimo articolo? Già la mattina dopo ce n’erano a centinaia che, gira e rigira, dicevano più o meno le stesse cose. È vero, la mia reputazione non è proprio quella di chi è sempre sul pezzo e non si lascia sfuggire nulla ma, semplicemente, non mi andava di conformarmi alla mera cronaca; cercavo insistentemente una chiave di lettura diversa, per raccontare qualcosa di diverso in modo diverso. E questo è quanto.

Andare a risentire la mia band preferita dopo tanto tempo mi ha causato prima di tutto una gran dose di tensione. Di solito grandi aspettative vogliono solo dire grandi delusioni. Anni e anni di silenzio, in cui i ricordi si sono come cristallizzati in una ovattata perfezione da cui è difficile discostarsi: e se il ritorno non fosse all’altezza dei tempi gloriosi? E se invece facessero proprio schifo come sarà possibile giustificare una tale figura di merda? Meno male che il mio coinquilino conosce il tizio del bar e ci facciamo regalare un sacco di birre: quando il futuro è incerto sempre meglio bere preventivamente. La cosa strana è che vengono a cercarmi sempre loro: parto per l’Australia e organizzano un tour in tutta l’Oceania, mi trasferisco a Firenze e boom! unica data italiana dell’atteso ritorno dopo tredici anni. Comincio a pensare che forse potrebbe essere tutto un malinteso, che in realtà si siano accorti di provare ancora sentimenti per me. Sono venuti qua a parlarmi, a dire le cose come stanno e a cercare perdono dopo tutto il silenzio. Un po’ come le ex che ripartono all’arrembaggio perché si sono accorte di aver fatto una cazzata a lasciarmi (al giorno d’oggi ne totalizzo meno di zero). Quindi siamo qui sotto il palco, e io aspetto che abbiano qualcosa da dire, sono disposto ad ascoltarli con almeno il beneficio del dubbio. E bevo. Ah, per la cronaca: l’ordine delle canzoni non collima assolutamente con la scaletta originale del concerto perché questo, oltre a essere un articolo vano e fine a sé stesso, è anche molto riferito ai viaggi mentali che sono solito fare, mio lusso esclusivo a cui siete fortunati di non assistere ventiquattro ore al giorno.
L’interlocuzione si destreggia sui grandi classici, e non appena parte Parabola arriva anche la carrellata dei ricordi felici:

Questo corpo che mi trattiene, mi rammenta della mia mortalità
Abbraccia questo momento, ricorda
Noi siamo eterni, tutto questo dolore è un’illusione.

E diciamo che, insieme a un particolare passo di Jambi, potrebbe anche descrivere bene la prima parte di una relazione:

Se potessi desidererei perdere tutto
Se pensassi che il domani ti portasse via
Tu sei la mia beatitudine, la mia casa, il mio centro
Cerco solo di resistere un giorno in più.

Eh sì avevo diciotto anni quando iniziai ad ascoltare i Tool. Avevo tutta la discografia disponibile, perché avevano appena pubblicato quello che a oggi è ancora (per Tool Palcopoco) il loro ultimo album. Diciamo che è come scoprire il sesso da adolescente con la tua prima ragazza: ascolti e riascolti in modo ossessivo per non perderti quella magnifica sensazione che non sarà mai come le prime volte. Il rischio di fossilizzarsi è dietro l’angolo: «Sei giovane, conoscerai altre band che ti piaceranno», ma io no, continuavo ad ascoltare soltanto loro. Semplicemente non c’era altra musica che in quel momento reputavo al loro livello. Poi però il distacco comincia a progredire lento ma inesorabile, perché le esperienze nella vita sono tante ed è giusto farne molte.
Ænema, oltre a essere un cazzo di pezzone, ha anche questa sovrapposizione di significati fra la parola latina che vuol dire ‘anima’ e la parola inglese che vuol dire ‘clistere’. Mi sa che qua siamo arrivati ai tavoli rovesciati e ai piatti rotti:

Qualcuno dice che la fine è vicina
Qualcuno dice che assisteremo presto all’apocalisse.

Insieme a Vicarious calza a pennello con le labbrate tipiche della fine di una relazione:

Non ci fermeremo finché il sangue non scorrerà.

«Scusa con chi è mi avresti tradito? Gli Arcade Fire?»
«Sì, ma solo col loro primo album giuro».
«Certo, come se non mi fossi accorta delle tue scappatelle in macchina coi vari Isis, Goat, 16 Horsepower, Portishead… addirittura Vivaldi: cos’è ti piacciono gli uomini maturi adesso?»
«No, è che voglio provare esperienze nuove, sono anni che da te ascolto sempre le stesse cose…»

Qui farei partire 46&2, un pezzo che parla di evoluzione; che poi ogni rottura è un po’ un evolversi dalle ceneri emotive e ricostruirsi in altro modo per vivere in altri modi:

Voglio percepire il cambiamento consumarmi
Sentire l’esterno diventare interno
Voglio percepire la metamorfosi.

Intanto oltre al viaggio mentale ci sarebbe il concerto reale a cui sto assistendo, come detto, assieme al mio coinquilino – “Piacere Alessandro”. Poghiamo come dei quindicenni dalle unghie dei piedi incarnite, che comunque secondo me è un ottimo modo per cementificare la confidenza fra persone che si conoscono da poco. Sono contento di aver trovato i biglietti per la pit, di fronte al palco. Quando li vidi dal vivo in Australia non fui così fortunato. Mi toccò un posto a sedere, laterale per giunta, che all’epoca lo considerai come giocare a calcio con la sedia a rotelle. Quel concerto fu come un ritorno di fiamma, il più classico. Ripensi, risenti, rivedi, riscopi, regret (che è tipo un pentimento da rimorso, non c’erano parole in italiano che tornavano bene). Sweat per la prima fase ci sta:

Sembra che sia già stato qui
Sembra così familiare
Sembra che stia scivolando in un sogno dentro un sogno
È il modo in cui mi sussurri che mi fa sprofondare.

E subito dopo è il turno di The Pot, quasi a coronare un autogiudizio autoflagellante sulla scappatella di cui non sei tanto fiero:

Chi sei tu per giudicare?
Devi essere stato fuori di testa.

Tool Firenze RocksE adesso ci siamo. Dopo sei anni dall’ultimo incontro, son qui alle Cascine a sentire il materiale nuovo; ciò che di nuovo c’è ancora da dire su questa storia. Non sono neanche più teso, forse perché ripercorrendo le innumerevoli tappe ho come esorcizzato la paura. O forse perché le birre cominciano a essere tante. Non mi importa più niente di come andrà a finire con queste due canzoni inedite. Descending e Invincible mi parlano con la solita voce, con la solita indole di sempre, ma provano a dirmi cose diverse. Forse sono semplicemente diverso io. Mi parlano dei tempi passati, ma con nuove prospettive. Mi chiedo se mi sto autoconvincendo della qualità dei pezzi, non lo so, dovrei riascoltarli con calma, ma adesso ho le palpitazioni. Mi dicono che sono disposti a tornare. Dicono che il 30 agosto uscirà il nuovo album. Ricordo tutte le promesse disattese, anno dopo anno. Ma non c’è niente da fare, non riesco a non dare un’altra possibilità – l’ultima, sia chiaro, perché sono un uomo intransigente ma dal cuore buono. 30 agosto. Abbasso le difese e sorrido. Sono venticinque minuti di delirio. Sembra un ritorno in grande stile, col botto, l’attesa sembra essere ripagata. Ma dovrò aspettare, per l’ultima parola. 30 agosto. Cosa sono poche settimane rispetto a tredici anni?
Il primo test per il riavvicinamento può comunque dirsi superato. Non mi resta che concludere questo viaggio con l’ultima canzone della scaletta (visto che di Stinkfist ho già parlato in passato). Schism non è solo una delle mie canzoni preferite in assoluto, ma è anche, se non soprattutto, un manuale che inizia, svolge ed esaurisce la poetica della riappacificazione. E questi sono i suoi ultimi versi:

Il freddo silenzio ha la tendenza
Ad atrofizzare qualsiasi senso di compassione
Fra presunti fratelli
Fra presunti amanti
So che i pezzi combaciavano.

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