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Allori, ansie e Tondelli, un articolo di R. Dell’Ali II Three Faces

Postmoderno Tondelli

06 Nov Allori, ansie e Tondelli, un articolo di R. Dell’Ali II Three Faces

Allori, ansie e Tondelli

di Roberta Dell’Ali

Bologna

Photo by Federica Sessa

Atto I: Caca sto stronzo, Robe’

In uno degli ultimi giorni di gennaio di quest’anno, mi trovavo su un treno di ritorno da Roma dove ero stata perché una mia cara amica si era laureata con una mega tesi sui grammatici tardo-latini. È stato un momento importante, io e Francuccia abbiamo iniziato la triennale insieme e, nonostante ci siamo separate per la magistrale, non mi sarei mai persa l’emozione di vederla lì a tagliare il traguardo. Comunque sia, il dato rilevante è stato che sull’Italo di ritorno a Bologna, accanto a me, si è seduta Laura: quarantacinque anni, stangona di due metri, biondona, con occhi scandalosamente blu, una linea d’eyeliner troppo spessa, le guance piene di blush, i leggings di ecopelle nera e una pellicciona corvina e finta sulle spalle. Io, coerentemente con quanto uso fare sui treni e sugli autobus, ho messo su le cuffiette e ho aperto un libro, così da scoraggiare chiunque volesse farsi venire in mente di chiacchierare e socializzare. Ovviamente Laura di questo se n’è fottuta altamente e mi ha approcciato senza giri di parole, offrendomi molto maternamente prima della frutta, poi delle noccioline e, infine, consigliandomi di reidratarmi con dell’acqua. Io ho declinato tutto molto garbatamente, ma sfuggire alla conversazione non è stato possibile.

«Embe’? Te che fai, carina?»

«Studio a Bologna».

«Ah! Cchebbello! Pure mi fijo studiava, poi ha lasciato e pe’ me po’ fa quello che vole. Che studi?»

«Filologia classica: greco, latino, queste cose qui».

«Aaaah! Macchebbello! È che voi fa’ ddopo? A professoressa?»

Postmoderno Tondelli

Photo by Federica Sessa

Inaspettatamente su quell’Italo benedetto si apre un confessorio: Laura mi racconta la vita sua disgraziata, una vita da peggio borgata romana insomma, e io le racconto le mie ansie, quelle medie di una venticinquenne confusa sul presente e sul futuro, forse anche sul passato. Insomma non sto qui a riportarvi tutta la conversazione ovviamente, ma è essenziale che voi sappiate la perla massima che questo pittoresco incontro m’ha lasciato.

«Teso’, ma nun capisco, stai a fini’, qual è er problema?»

«Laura, sto bloccata con l’ultimo esame da mesi e non ho idea di che minchia fare nella vita, come faccio?! Io scapperei e basta!»

Ci pensa un attimo, poi mi acchiappa con quegli occhi blu blu e mi dice tutto quello che mi serviva sentirmi dire: «Teso’, tu devi solo da’ st’esame qui, poi sei libera. Come te posso di’.. ecco: pensala come uno stronzo da caca’: Robe’, caca sto stronzo che la vita t’aspetta».
Stordita, sono scesa dal treno, con questa massima a rimbombarmi in testa. Davvero la verità è così semplice e grezza? Davvero tutto il mio arrovellamento si riassumeva in uno stronzo da cacare? Ebbene sì, era proprio così e, finalmente, a giugno lo stronzo l’ho cacato.

 

Atto II: Sei solo tu che confondi l’amore con la vita

Adesso facciamo un passo indietro: era il 2016, metà dicembre, mi ero trasferita a Boloz da poco e dovevo andare a Pisa, che mio cugino si stava laureando e non me lo volevo perdere mai. Come è noto, l’ambiente ferroviario è il più adatto alla lettura e per quel viaggio in treno avevo portato un libro nuovo di un autore che ancora non conoscevo: Camere separate, di Pier Vittorio Tondelli. Ricordo di aver iniziato a leggere appena è partito il treno e di aver staccato gli occhi dall’inchiostro solo quando la voce meccanica della signorina Trenitalia mi ha annunciato che ero arrivata a destinazione. Quei giorni pisani, così nostalgici e freddi, erano stati perfetti per le mie camere separate e, tra una pagina che m’ammazzava e un’altra che mi salvava, il libro l’ho finito di spolpare prima di riscendere a Bologna.

Laurea postmoderna

Photo by Federica Sessa

Di Tondelli nei mesi successivi non s’era più parlato, anche perché alla vita, un po’ come alle scale di Hogwarts, piace cambiare e alla mia, in quel periodo, era sembrato il caso di fare un gran casino. Presa da tutte le insignificanti faccende e tragedie della mia quotidianità, sono arrivata a luglio e ai suoi caldi pomeriggi, che trascorrevo in casa attendendo che il sole smontasse e che fosse plausibile uscire senza morire. Passavamo il tempo, io e la mia coinquilina, sciolte sul divano, illudendoci che a forza di parlare il segreto dei nostri tormenti sarebbe saltato fuori.

Era un periodo tetro e io non ci capivo niente, dell’università non m’importava e di tutto il resto nemmeno, ma è stato proprio in uno di quei giorni, credo di notte, che è risbucato Tondelli, venuto a dirmi che stavo guardando dalla parte sbagliata.

«Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua perché se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa questi sono problemi solo tuoi; fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l’amore è niente di più, sei tu che confondi l’ amore con la vita». [1]

Atto III: vuoi che non sappia scrivere otto-novemila battute su Tondelli?

All’inizio di questo settembre gli amici di Three Faces hanno chiesto se ci fossero proposte per gli articoli del THREEvial. Siccome avevo appena iniziato a scrivere la tesi e avevo caldi argomenti interessanti come gli anni Ottanta, il neoliberismo, il crollo del muro, il mutamento dell’editoria italiana, la letteratura di Pier Vittorio Tondelli e il suo progetto Under 25, mi sono proposta per scrivere un pezzo per la sezione arte e letteratura.

Cazzo, so anche quando cagava Tondelli, vuoi che non sappia scrivere otto-novemila battute su lui?

Così pensavo e credevo di essere stata furba e lungimirante, ma no, ovviamente no. Due mesi a scrivere tenendo a bada qualsivoglia brio creativo, frustrando i miei polpastrelli per piegarli alla necessaria noia accademica insita nel concetto di tesi, hanno reso l’atto di scrivere un articolo per il THREEvial un’impresa epica: la noia si era impossessata delle mie parole e non riuscivo a cavar niente dal buco. È finita che ho chiesto se fosse possibile un cambio nel calendario, perché volevo scriverlo bene questo articolo su Tondelli e mi serviva più tempo. Io a Tondelli voglio proprio bene, è stata la mia guida nell’allucinazione esistenziale degli ultimi due anni e poi anche nell’inferno reaganiano degli anni Ottanta: deluderlo era fuori questione.

Atto IV: “Chissà domani su che cosa metteremo le mani”

Oggi è il 6 novembre e dovrebbe uscire l’articolo in cui vi raccontavo di Pier Vittorio Tondelli, della bella persona che doveva essere, del suo modo di scrivere e di un bellissimo progetto editoriale, Under 25, da lui avviato nel 1986. Avrei voluto scrivere per bene, mettendo in evidenza l’importanza degli anni Ottanta in quanto momento storico in cui il seme del mondo che ci circonda (o comunque della maggior parte delle cose che conosciamo) ha attecchito, e avrei voluto fare fuori questo mio Io imperante che rompe sempre il cazzo quando ho da scrivere.

Postmoderno Tondelli

Marco Paolucci (a cura di), Scatti in movimento. Dalla metropoli alla provincia: l’Italia e le Marche negli anni sessanta e settanta, Macerata, EUM, maggio 2009, p. 282 (foto di Enrico Scuro) Bologna – Dams 16 febbraio 1977

Come avete potuto notare ho fallito tutto e ucciso ogni mio proposito, ma ho una giustificazione valida: oggi mi laureo e, credetemi, me la sto facendo sotto. Non è tanto la discussione o il voto o una di queste menate qui ad agitarmi, è proprio che adesso mi sento privata della mia identità.

La pacchia è finita. “Io studio” non è più la risposta da dare a chi mi chiede cosa faccio nella vita. Cosa risponderò? Dove andrò? Chi sarò? Sono una studentessa da che ricordo e ho scelto una facoltà dove si studia per studiare, mica per costruirsi un futuro!

Non lo so davvero e forse ci penserò domani, adesso vado a bere e festeggiare con gli scoppi dei miei amici. Intanto vi lascio l’intro di un articolo che Tondellino mio ha scritto nel 1980, all’indomani della sua laurea: in fondo, mi sembra che oggi – tolto il fatto che non c’è il sole, ma una novella nebbia novembrina – sia cambiato niente.

«Entriamo in Bologna a piedi, da Porta Zamboni, una giornata di quelle buone fin dal mattino presto, il sole che allarga la luce nei porticati, pochi studenti, i visi ancora tirati: saranno al massimo le otto e trenta, ma questa primavera bolognese già si sente sotto la pelle, scricchiolano le ossa al sole, si sta bene distesi sull’erba dei giardini Margherita che abbiamo raggiunto poi, nel pomeriggio, così per goderci un poco il down del dopolaurea tra i richiami dei ragazzi che giocano a football e le grida dei bambini, e quel poco di tensione visiva che lanciano le coppiette silenziose… Buona giornata per i ragazzi che terminano in queste ore la loro carriera universitaria all’ateneo bolognese: gli ultimi momenti per salutare quella che, bene o male, è stata una professione o un impegno, fors’anche una seccatura o un incubo. Comunque è andata! Nel sorriso emozionato e soddisfatto dei neolaureati si sciolgono, per un istante, frustrazioni e noie, la rabbia per le trafile agli sportelli, le ansie per le code interminabili, l’angoscia degli appelli saltati e rimandati, la sorda impotenza che sempre attanaglia chi, in un modo o nell’altro, si è imbattuto in un’istituzione totale, anche se non carcere o manicomio, ma semplicemente scuola». [2]

[1] P.V. Tondelli, Biglietti agli amici, Bompiani, Milano, 2016, p. 39.

[2] P.V. Tondelli, Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta, Bompiani, Milano, 2018, p. 142.

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