How to disappear completely di C. Francioni || Cinema e TV || THREEvial Pursuit

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02 Mag How to disappear completely di C. Francioni || Cinema e TV || THREEvial Pursuit

 

How to disappear completely

Cosa ho visto guardando Annihilation di Alex Garland

di Chiara Francioni

 

ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER!

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Lo schermo è attraversato dai titoli di coda mentre io, illuminata dalla luce fioca del PC, osservo il niente.
Sono confusa.

«Cosa ho appena visto?» mi chiedo.
Tutto intorno a me accadono cose. Marco si alza dal divano per prendere da bere; mi parla. Lo sento, ma non lo ascolto. I titoli di coda finiscono e inizia il promo di un altro film.
«Cosa ho appena visto?» mi chiedo nuovamente.
«Hai visto Annihilation di Alex Garland» dice una voce. Non è quella di Marco, lo so perché lui è appena sparito da qualche parte.
«Si lo so» mormoro. Ed è vero. So perfettamente cosa ho visto: un film di centoventi minuti che parla di un meteorite, o presunto tale, che colpisce la terra. L’impatto genera una coltre luminescente – una gigantesca bolla di sapone – che, espandendosi a macchia d’olio, inghiotte tutto quello che incontra lungo il suo cammino: case, persone, strade, persone, foreste, persone, animali, persone, vite, persone, persone, persone.
«Raccontami cosa succede!» mi chiede la voce.
«C’è una biologa, Lena, che ha perso suo marito» inizio dunque a raccontare, «lui è un militare ed è partito – si scopre poi – come volontario per una missione segreta nel corso della quale è risultato disperso. A un certo punto fa ritorno, ma non sembra più lui e sta male. Rischia la morte. La missione a cui aveva preso parte e di cui è l’unico superstite aveva come meta l’Area X». Parlo mentre continuo a fissare lo schermo, imbambolata. «E, quindi, anche Lena parte per una missione alla volta dell’Area X». Parte, Lena, insieme ad altre quattro ricercatrici, per scoprire cosa c’è al di là del muro d’inconsistenza luminescente che, come un rivisitato Jormungad, tiene in scacco il mondo in attesa del Ragnaroc.
«Ma, in definitiva, di che parla questo film?» continua interlocutoria la voce.

Non riesco ad afferrare fino in fondo quello che Garland mi ha voluto dire. C’è una verità che sto cercando di decifrare, ma che mi sfugge quasi come fosse la creatura piumata descritta da Emily Dickinson in quella famosa poesia. Ah, no, quella era la Speranza.
Ecco, la speranza!
Il film parla di speranza. La speranza di trovare una risposta. La speranza di trovare una ragione per restare in vita. La speranza di restare umani.

«Ho visto una storia di speranza» dico con tono fermo, «Lena non si arrende dinanzi alla scomparsa del marito e ne aspetta il ritorno, speranzosa. E quando lui ricompare ed è malato, Lena decide di partire per capire cosa gli sia successo. Sperando di salvarlo».
«E cosa trova là dentro? »
Nell’Area X tutto sta mutando a causa di un fenomeno che si presume radioattivo. La realtà sta cambiando veste: le piante si esprimono in modo inconsueto, gli animali manifestano fenotipi alterati che li rendono più pericolosi o semplicemente diversi. Ci si trova in un ambiente che potrebbe soddisfare le più ardite aspettative di un aspirante onironauta: una quiete innaturale accompagna il caos genetico che sta esplodendo tutto intorno; ogni forma di vita perde l’identità originaria per evolversi in qualcos’altro.

«La trasformazione che equivale alla perdita di confini. La metamorfosi kafkiana spinta all’eccesso, ecco cosa trova». Recupero delle immagini più nitide dal caos in ebollizione dentro la mia testa: «Ci sono i resti di corpi mutati, sfuggiti alla loro forma nativa. I resti di coloro che hanno partecipato alle precedenti spedizioni». E se tutto cambia, nell’Area X, anche l’uomo cambia. E lì dentro, l’uomo apparentemente si estingue.
«E Lena?»
«Lena è arrabbiata perché suo marito ha deciso di partire volontario per una missione suicida» mi perdo un attimo e mi domando se sia davvero arrabbiata con lui. Poi ritorno: «In ogni caso lei è partita perché vuole salvarlo e non rinuncia nell’intento, anche se questo la sta esponendo al pericolo di perdere se stessa».
«Quindi lo fa per suo marito?» incalza la voce.
Torno a riflettere.
«Beh, a un certo punto Lena dice che glielo deve … a suo marito».
«Che vuol dire che glielo deve
Pausa. Silenzio.
«Credo sia perché Lena ha tradito suo marito con un altro uomo. Lui l’ha scoperta e ha deciso di partire come volontario per quella missione senza ritorno. Forse Lena si sente responsabile».

Tra i miei pensieri, all’improvviso, uno sciame di lettere in fermento va a comporre delle parole e, sempre più nitida, la fase mi appare davanti agli occhi.

Non confondere il suicidio con l’autodistruzione.
In pochi si suicidano, ma gran parte di noi si autodistrugge.
In un modo o nell’altro. C’è chi beve, chi fuma.
Mandiamo in malora un buon lavoro o un matrimonio felice.
Non si tratta di decisioni. Sono impulsi.

Dunque, non ho visto un racconto sulla speranza. Ho, piuttosto, assistito alla dimostrazione che la pulsione che spesso comanda l’agire umano non è l’eros, bensì il thanatos.
È una considerazione triste.
«Hai mai desiderato scomparire completamente? » mi chiede, infine, la voce.
Sento una melodia. È familiare. Senza pensarci troppo mi ritrovo a sussurrare le parole di una canzone I’m not here.
Vorrei semplicemente rispondere all’ultima domanda in modo secco: lo sai benissimo. Perché quella voce, in realtà, è la mia.

***

Ho mai desiderato sparire completamente?
Certo.
Mi viene in mente il momento in cui ho assistito al crollo degli ideali sui quali mi ero arrampicata, con fatica. Avevo sete di soddisfazioni perché ancora avevo speranza (eccola che torna, quella cosa piumata). Studio perché credo in qualcosa. Mi impegno per cambiare in meglio la mia vita e magari anche il mondo.

E invece, alla fine, mi sono ritrovata prigioniera tra le maglie di una società che aveva deciso di sacrificarmi in nome della sua autoconservazione.

Tu, giovane dal cuore pieno di sogni e aspettative, sei una vittima necessaria. Mi dispiace.
Ed è successo. Quegli ideali si sono rivelati delle dolorose illusioni per poi trasformarsi definitivamente in meste delusioni.
È la crisi. Dicevano tutti. Devi aspettare e vedrai. Porta pazienza.
E io, ogni giorno, aspettavo. Speranzosa, paziente, convinta. Il giorno dopo un briciolo di speranza se n’era andato, trascinato via dalla pesantezza della cruda realtà. E la pazienza si era trasformata, sospiro dopo sospiro, in ansia, mentre la convinzione lasciava il posto allo sconforto. Chi mi aveva promesso ricompense per l’impegno e la fatica aveva mentito o semplicemente si era sbagliato… a mie spese.
Così, io e il mio bagaglio di cultura, specializzazioni, sacrifici e sogni infranti, stretto contro il cuore come il più prezioso dei tesori, ci siamo ritrovati persi in un mondo che non riconoscevamo più. Ero finita dentro l’Area X e stavo lentamente perdendo la mia forma originaria, marciando verso l’estinzione.

I’m not here.
I’m not here.
In a little while, I’ll be gone.

Autodistruzione: processo innescato dalla rinuncia. Risoluto abbandono dell’autoconservazione.
Non si tratta di decisioni. Sono impulsi.
L’istinto, che travalica la ragione, ti spinge verso il basso, in quella dimensione ovattata dove tutto si spegne. Ti vien, così, voglia di perderti tra interminati spazi e sovrumani silenzi, di annegare il pensiero nell’immensità e naufragare, dolcemente, in quell’oscuro mare.
E semplicemente, ti sbricioli, finché il vento non si porta via anche l’ultimo frammento di te.
Poi resta il buio e niente più.
How to disappear completely.

Annihilation img2Quando si parte per un viaggio verso l’ignoto, che si tratti di una missione nell’Area X, di una spedizione sul Marte Astrale di Ray Bradbury, di una traversata di mari sconosciuti pensando a Itaca o di una discesa verso un inferno personale, alla fine la meta è sempre la stessa. Si parte, ogni volta, spinti da un’urgenza: il bisogno di punirsi, la necessità di salvarsi o di fuggire. Pulsioni che guidano il nostro agire e che ci conducono sempre a cospetto dell’unico potente nemico da sconfiggere per poi poter tornare indietro o, semplicemente, andare avanti.

E’ stato mentre ero laggiù, in fondo all’ovattato e oscuro mare dove le pulsioni mi avevano guidato, che ho capito tutto. Non c’entrava la crisi, non c’entrava la società, non c’entravano gli altri.
Ero io, il nemico.
Ero io che avevo deciso di innescare il processo di autodistruzione, di lasciarmi sopraffare, di abbandonare la mia forma nativa e non certo per evolvere, bensì per estinguermi: divorata senza pietà dal cancro dell’autocommiserazione. La pulsione.

La speranza, che torna con il vento tra le piume, è sempre rimasta lì, ad osservare. Perché è così che funziona, quando funziona: nel momento in cui avverti la putrida consistenza del fondo, la speranza torna a chiamarti, alzando la voce. Se ti concentri, in quel preciso momento, puoi sentire, lieve ma presente, il profumo della vita che ti tende la mano.
Devi solo convincere te stesso, ribellandoti alle pulsioni, ad afferrarla e iniziare a risalire. Evolvendo.
Sono decisioni!

Riscoprire la voglia di esistere che nasce dalla paura di rinunciare alla propria umanità.
Una storia che ben conosco. Una storia che tutti conosciamo.
Ecco di cosa parla il film.
Ecco cosa ho visto.

Fonte immagine 1: https://www.wired.it/play/cinema/2017/12/14/annihilation-trailer-natalie-portman/

Fonte immagine 2: http://www.lintellettualedissidente.it/cinema/annihilation-annientamento-alex-garland/

 

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