The Mild Mild West – Emigrata in UK – S.Rossi

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01 Dic The Mild Mild West – Emigrata in UK – S.Rossi

Relentless Optimism - The Mild Mild West - Serena Rossi
Storia di uno sbarco a Stokes Croft

Quando incontrai Sergio per la prima volta, al secondo piano di un appartamento arredato da polvere e topi paffuti tra City Road e l’anima vibrante di Stokes Croft, la mia vita era già abbastanza incasinata, e il mio livello di inglese pure.
Il mio bagaglio consisteva di: due anni fuori casa, ospite di un’amica, per problemi famigliari ai quali non volevo fare ritorno; un gruzzoletto di monete lasciatomi da mio nonno prima di morire; una laurea specialistica agguantata a dicembre con trentotto di febbre, dopo un anno di crisi esistenziale, lavoretti scrausi e mesi di tesi sperimentale; un uomo che stava mandando in crash il mio cervello.
L’avrete capito, non è che me la stessi passando proprio bene, mi sentivo di non appartenere a nessun luogo, neanche a me stessa, e in testa mi vorticava quest’idea: “cerca altrove, non ti arrendere”.

Di Bristol conoscevo solo tre elementi che me la rendevano appetitosa: prima cosa, indossava una sfumatura del tutto musicale – Massive Attack, Portishead; seconda cosa, odorava d’arte – Banksy; la terza, invece, mi riconduceva all’anno in cui la mia domanda per l’Erasmus, in Inghilterra appunto, era stata brutalmente sorpassata da quella di due studenti più giovani di me. Come premio di consolazione mi rifilarono una borsa per Granada; borsa che mi regalò sudori notturni e dubbi amletici che persino Shakespeare, quando ne venne a conoscenza, ebbe la tentazione di cedermi il posto del suo benamato Amleto: “partire, o non partire, questo è il dilemma! È la Spagna, mica il Kazakistan, ciambotta!” [* il dialetto marchigiano, ingiustamente sottovalutato, qui è indispensabile].
Niente da fare però, Granada non mi convinceva proprio. Non perché non fosse una bella città – ogni luogo ha una sua voce, affascinante a modo suo, in cui riverbera uno spicchio della tua –, ma perché lì non c’erano gli esami di paleontologia che invece volevo ardentemente sostenere in UK e che purtroppo non erano compresi neanche nel mio corso di laurea qui in Italia; e forse anche perché è necessario beccare il momento giusto per partire (non tutti lo sono), o più semplicemente perché qualche volta s’inciampa e qualche cazzata capita a tutti di combinarla.
Fatto sta che questo assioma che la vita ti offre un treno soltanto da prendere al volo, non è mica vero. La vita ti riserva sempre una girandola di opportunità, poi sta a te coglierne almeno una.

Memore di ciò, quando anni dopo ci fu la possibilità di ripartire con il progetto Leonardo, non avevo la minima intenzione di tirarmi indietro e, malgrado non ci fossero i presupposti ideali per una partenza, mi adoperai instancabilmente per ottenerli.
La mission impossible, nello specifico, implicava: inventare di sana pianta un progetto attinente alle linee guida generali (ambito green), vincere/accettare una borsa residua per la Romania, convertirla in una per l’Inghilterra, trovare i soldi per colmare la differenza di prezzo tra le due destinazioni, convincere la mia relatrice a fare una telefonata a un suo vecchio collega inglese, sollecitare per inserire una volontaria in qualche progetto di laboratorio e, con accesi riti voodoo, implorare il fato che tutto andasse a buon fine, senza ulteriori spargimenti di sangue.
Un mese dopo all’incirca, Zeus, con tutto l’Olimpo al seguito, mi dimostrò la sua lealtà, decidendo che sì – anche se avevo proposto un piano di lavoro bizzarro, in cui a momenti i dinosauri installavano pannelli fotovoltaici sulle rigogliose lande britanniche – per una volta tanto, mi avrebbe lasciato partire.

Postilla doverosa. Tenete sempre bene a mente queste due potenti verità, che nel mio caso sono state il muro portante di tutta questa insolita faccenda: quando desideri tanto qualcosa, l’universo cospira affinché tu riesca a realizzare il tuo desiderio (mi pare fosse Coelho a sostenerlo); a volte devi solo trovarti al momento giusto nel posto giusto.
Fu infatti grazie a un ragazzo che prima di me rinunciò a una borsa per la Germania (passandomi il bottino tonante), alla tenacia con cui sfinii la mia professoressa per farmi dare una mano (“she’s sooo passionate about palaeontology”), alle nottate insonni trascorse a far funzionare questo intero marchingegno, e al sostegno incondizionato dell’ufficio competente (fecero il tifo per me, un po’ perché se avessi rifiutato, quei soldi sarebbero andati persi e l’anno dopo difficilmente avrebbero ottenuto nuovi fondi; un po’ perché la mia era un’impresa disperata ma sincera), che alla fine spiccai davvero il volo verso la terra d’Albione.
All’inizio, le giornate si rivelarono alquanto frenetiche. Nonostante il supporto prezioso di mia sorella che mi avrebbe tenuto compagnia per quattro giorni, mi immersi subito in una realtà completamente diversa rispetto a quella da cui provenivo. Ma di questo avevo già ricevuto un assaggio, vivisezionando il panorama dall’oblò dell’aereo: pioggia ineluttabile, grigiore diffuso, umidità coriacea, ma anche verde… tanto, meraviglioso, verde, da far fiorire lo sguardo.

La serie di eventi che ci dettero il benvenuto, però, necessita almeno di un elenco puntato:
1) Ad accogliermi in aeroporto, dopo aver rischiato di perdere il volo, trovai un operatore che, riferendosi alla carta d’identità stropicciata di mia sorella, si divertì a beffeggiarci con il tipico humor inglese: “do you have a dog?”. No, è mia sorella che si ciba di carta, avrei voluto rispondergli;
2) Il taxista che ci accompagnò a Fishponds, dove prenotammo un bed & breakfast per trascorrere la notte, ebbe un attacco di riso compulsivo quando tentai di salire in macchina al suo posto (“Hey guys, she’s Italian and she wants to drive my car! Oh, don’t worry darlin’! You are not the first and you won’t be the last!” – siamo sinceri: sarei voluta sprofondare dall’imbarazzo);
3) Superati i trucchetti per entrare in camera (password, codici e carte magnetiche degne di Mr. Robot), ci lanciammo in strada alla ricerca di un pasto decente, ma tutto quello che raccattammo fu un misero kebab. Vuoto, per giunta, perché alle domande del ragazzo che mi servì, nell’incertezza di aver capito bene o meno, risposi sempre e rigorosamente NO. No cheese, no sauces, no onions. Nel dubbio, meglio morire di fame.

Il giorno prima della partenza di mia sorella, fui investita da un pianto sconsolato. Avevamo visitato solo due camere: una a Stokes Croft, quartiere popolare vestito di lotte sociali e street art, con cui solo in seguito avrei sviluppato un rapporto d’amore viscerale; un’altra presso una famiglia di colore nella quale mi fecero chiaramente capire che non avrebbero disdegnato una babysitter.
Rifiutai entrambe le camere, vagando per centri commerciali alla ricerca di una spina adatta al phon, mentre mia sorella ibernava con i capelli bagnati in camera. Solo nel tardo pomeriggio, in preda a un’agitazione sconosciuta, richiamai il primo landlord (Nathan, un tipo che meriterebbe un capitolo a parte) e ritrattai in un inglese disperato il mio diniego: un’ora dopo conobbi Sergio, con lui avrei condiviso i successivi tre mesi di pura follia.

La settimana in cui mi trasferii nella mia nuova casa, mi fu subito chiara questa cosa: quando sei in un paese che non è il tuo, i dettagli assumono un’importanza vitale, così come la gentilezza delle persone che hai attorno. Ricordo di aver compreso a fondo come debba sentirsi un migrante che sbarca sulle nostre coste e quanto sia importante incontrare esseri umani che si mostrino pazienti se non mastichi bene la lingua, che regalino un sorriso in caso di bisogno, che non ti trasmettano mai l’impressione sgradevole che tu sia fuori luogo, che ti facciano sentire accolta, ecco, attesa.
Forse è per questo che ci sono volti che non sfumano, nonostante li abbia incrociati per brevi istanti. Come posso scordare, infatti, quel signore afroamericano che, malgrado stesse rischiando di perdere il bus, fermò con la mano quello che avrei dovuto prendere io, augurandomi buona fortuna? E il conducente di quell’autobus che, giunti alla mia fermata, si ritagliò del tempo per salire al secondo piano e avvertirmi che sarei dovuta scendere lì se volevo raggiungere il mio quartiere? C’è poi quel ragazzo che mi ha ripetuto per ben quattro volte di seguito, instancabile, qual era la strada che avrei dovuto imboccare per non perdermi; per quattro volte il suo accento mi ha messa a dura prova, alla quinta, mi ha accompagnata fuori sussurrandomi “don’t worry, I can help you”. Conservo perfino l’e-mail d’incoraggiamento che mi scrisse la signora alla quale confessai che preferivo trasferirmi a Stokes Croft e avere una camera tutta mia, più vicina all’università, invece che muovermi in un quartiere come il suo, lontano dal centro; incontrai il marito giorni dopo, non una parola di risentimento, solo un caloroso benvenuto.

Esistono frammenti di tempo, nei quali puoi discernere una voce che ti sussurra: “è giusto che tu sia qui, ora”. Non importa il tuo passato, né dove ti dirigerai. Cestina i tuoi casini, siamo tutti viandanti in cerca di una scintilla che ci accenda. Importa solo che il tuo cuore dimori qui, da questo istante in poi.
Di solito sono frammenti scolpiti da un particolare riflesso di luce. Io ci cascai dentro quando mi ritrovai davanti a uno dei bellissimi murales che abbelliscono l’ingresso di Stokes Croft: Relentless Optimism, lessi. Lo divorai, in una mattinata di maggio, animata da un vento fresco e da un cielo inondato – stranamente – dal sole. Varcai quella soglia invisibile, e fui travolta dai colori, dalla musica, dall’odore dolciastro della marijuana, dal cicaleccio dei ragazzi in strada, dal sudore degli artisti intenti a dipingere muri impastati con mattoni di degrado.

Quando raggiunsi Sergio, Stokes Croft era già un battito del mio cuore. Quello che mi aspettava, però, nel bene e nel male, lo avrei scoperto solo molto tempo dopo, ma questa è un’altra storia – scriverebbe Michael Ende – e si dovrà raccontare un’altra volta.

[To be continued…]

 

Serena Rossi

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