The Killing of a Sacred Deer è il tuo peggior incubo di B. Bendinelli || Cinema e TV || THREEvial Pursuit

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25 Lug The Killing of a Sacred Deer è il tuo peggior incubo di B. Bendinelli || Cinema e TV || THREEvial Pursuit

 

The Killing of a Sacred Deer è il tuo peggior incubo

Bello ma non ci vivresti

di Benedetta Bendinelli

 

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Ho volontariamente eliminato tracce di spoiler poiché sarebbe un crimine rovinare la visione di questo film e in fin dei conti mi ritengo una brava persona (se per brava persona si intende una donna che non ha mai ucciso qualcuno).

Ti trovi in cima a una torre, ci sono tua madre, tuo padre e tuo fratello, ti guardano e aspettano che tu prenda una decisione perché uno di loro dovrà essere gettato fuori. Hai pochi istanti per decidere chi dovrà morire, non hai una seconda scelta. Che cosa fai?

Da piccola sognavo spesso situazioni di questo tipo, dove tutto dipendeva da me, la vita degli altri così come la morte e la sofferenza.

Ricordo di un incubo in particolare dove stringevo una pistola e cercavo disperatamente mia madre in mezzo a una piazza affollatissima, sapevo di dover far fuori qualcuno per rivederla ma tutti quei volti mi sembravano identici e avevo la sensazione che se ne avessi ucciso anche uno soltanto, all’improvviso sarebbero scomparsi tutti.

L’ultimo film di Lanthimos è molto simile ad un incubo, se pensiamo ad un incubo come a qualcosa che vive annidato nel nostro inconscio e di notte si manifesta attraverso immagini tormentate e parole da codificare. Se pensiamo ad un incubo come a un test, un questionario gnoseologico che ci tortura la mente e lo spirito, come una pressione costante sulle meningi e sul cuore, un eco nel buio che disorienta ogni certezza.

The killing of a sacred deer, onestamente, non è una passeggiata, è un film complicato perché mette alla prova molte delle nostre certezze ma allo stesso tempo utilizza una comunicazione ridotta all’osso, scevra da ogni arpeggio linguistico che cerca di impressionare.

Lo si capisce fin dalla prima scena che non ci saranno distrazioni. Il protagonista Colin Farrel sta operando un paziente e il close-up sul cuore nudo viene accompagnato da una musica sacra cristiana, lo Stabat Mater orchestrato da Schubert.

Per i più sensibili alla vista del sangue, questo non è un bel biglietto da visita ma è sicuramente una chiara anticipazione di quello che sarà il registro di tutto il film, dove la pillola non viene mai addolcita e il messaggio è sempre diretto.

Ma andiamo per gradi.

Steven, un cardio chirurgo affermato e benestante, si avvicina a Martin, il figlio di un suo ex paziente morto in ospedale in circostante misteriose. I due sembravo avere un rapporto padre-figlio fin quando il ragazzo non si intromette di prepotenza nella sua vita. Il climax di terrore che conduce lo spettatore verso la fine non inizia in un preciso istante ma è più una nube tetra che avvolge tutta la storia, attraverso la recitazione monotonale e intenzionalmente povera.

lanthimos img 2 corpoSteven sembra un uomo perbene, con una famiglia perbene e buone abitudini quotidiane. Cosa si nasconde allora dietro questa calma superficiale? Lanthimos stravolge gli equilibri della famiglia ma senza mai strapparne i cardini, riesce magistralmente a creare un vortice di tensione all’interno di un mare apparentemente calmo. Basta pensare ai piccoli dettagli che vengono mantenuti per tutta la storia: innaffiare le piante, portare a spasso il cane, tenere in ordine i capelli, cucinare un barbecue. Tuttavia le buone abitudini di questa famiglia vengono presto messe alla prova dalla comparsa di Martin, interpretato dal lisergico Barry Keoghan. Quest’ultimo entra di soppiatto nel nido familiare infliggendo piaghe mortali a ogni membro, senza un apparente o giustificato motivo.

Unica soluzione al crescendo di sofferenze fisiche che imprigiona la famiglia è l’uccisione di uno di loro da parte di Steven che dovrà scegliere tra i due figli e la moglie, interpretata da Nicole Kidman (bella quasi quanto lo era in Eyes Wide Shut). Un passo velatamente biblico nella produzione di Lanthimos, che coinvolge sempre animali e prove di fede (vedi Dogtooth e The Lobster).

In questo suo ultimo lavoro si avvicina ancora di più al sacro e al profano, al mistero e alla razionalità. Steven è un uomo di scienza il quale resta inerme di fronte all’incontrollabile fatalità che lo travolge. Non è un caso che non vi siano figuranti esterni alla vicenda, è un dualismo collettivo che vede da una parte l’umanità della famiglia di Steven e dall’altra la quasi sovrannaturale presenza di Martin. Chi è il bene e chi il male? Qual è la scelta giusta, qual è il sacrificio più grande? Esistono una divina provvidenza e un giudizio universale?

In un film fatto e scritto bene è difficile definire i ruoli, l’astuzia creativa funziona davvero quando lo spettatore riesce ad immedesimarsi in un personaggio che la storia presenta come il cattivo, il villano. Se ne giustificano i mezzi e i modi, se ne accettano i difetti e ne scusiamo le azioni aberranti. In questo caso non è possibile prendere le parti di nessuno, ognuno di questi personaggi ha una colpa da espiare ma allo stesso tempo sono tutti vittime innocenti.

L’approccio pagano dell’occhio per occhio, dente per dente ci indirizza però verso un mondo lontano da quello salvifico della religione cristiana, dal quale Lanthimos si allontana del tutto in questo film. Se Dio è rappresentato da un giovane ragazzo senza scrupoli, gli uomini sono tutti peccatori, bambini compresi, e si illudono di poter scegliere il proprio destino, che termina in un gioco grottesco e perverso.

Lanthimos scrive fiabe per adulti, le sue storie infatti sono tutte ambientate in luoghi ambigui, in epoche senza tempo e si sviluppano in situazioni al limite del paradosso. I rimandi al fiabesco compaiono qua e là come pennellate di colori accesi in un quadro di Turner, la malinconia è la tela sulla quale Lanthimos getta spruzzate di assurdo.
Esemplare è la scena in cucina durante il litigio dei due coniugi: Steven perde il controllo e messo all’angolo dalla moglie che lo accusa di non saper rimediare al dramma, inizia a cercare tra i cassetti e gli sportelli i “denti di un piccolo coccodrillo”, “sangue di piccione”, “peli pubici di una vergine” e altri rimedi della narrativa fantastica. Il titolo stesso proviene dal mito greco di Iphigenia, figlia di Agamennone, il quale è costretto a sacrificarla dopo aver accidentalmente ucciso un cervo sacro, destinato alla dea della caccia Artemide. Come nel mito, un uomo è chiamato a rimediare al suo peccato non attraverso la penitenza, ma con un gesto speculare che pareggia i conti.

L’aspetto più spaventoso di questa storia è che non ci sono lacrime, non ci sono pianti e voci spezzate ma solo rabbia, paura e scelleratezza.

Nemmeno io ho versato una lacrima, non un singolo magone o sospiro patito. Sono rimasta in silenzio per vari minuti, con un’espressione contrita che ho percepito sotto la fronte. L’innocenza mi è sembrata perduta, per sempre, e ho pensato a quanto dobbiamo essere divertenti agli occhi degli Dei pagani. Ho pensato alla vendetta, a quanto sia reale e pericolosamente sottovalutata. Mi ha scosso molto questo film, toglie i peccati da un contenitore e li sistema in un altro, libera un’anima per soffocarne un’altra e nessuno si salva, nessuno vince.

Diversamente ha reagito il mio vicino di posto sul volo per Bangkok. Dopo aver controllato tutta la lista dei titoli sul piccolo schermo decide finalmente per The killing of a sacred deer. A cinque minuti dai titoli di apertura spegne lo schermo e si mette a dormire.
Peccato amico, hai perso una fantastica occasione per avere un attacco di panico a diecimila piedi da terra.

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