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The House that Jack Built di B. Bendinelli || Cinema e TV || THREEvial Pursuit

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20 Feb The House that Jack Built di B. Bendinelli || Cinema e TV || THREEvial Pursuit

 

The House that Jack Built

Tremiamo, Lars è tornato

di Benedetta Bendinelli

lars von trier testa
Quanto è scomodo Lars Von Trier. Un ragazzone talmente scoordinato nell’esprimere a gamba tesa le sue opinioni che quasi fa tenerezza, perlomeno a me. Mi hanno sempre colpito al cuore, più che alla testa, gli intellettuali scorretti (se vogliamo misurare il politically-correct con un sistema metrico decimale à la rai-radio-televisione-italiana anni Ottanta), quelli che ogni tanto dicono cazzate grosse come case, che se avessero Facebook posterebbero da sbronzi una qualche apologia di regime seguita da uno smile con le lacrime agli occhi, per poi cancellare tutto dopo pranzo. Lars Von Trier purtroppo non ha Facebook, Instagram e nemmeno Twitter, quindi ci tocca aspettare l’uscita di un film o la partecipazione a qualche evento cinematografico per leggere parole come queste: «Per molto tempo ho pensato di essere ebreo e ne ero felice, poi improvvisamente è cambiato tutto e non ero più ebreo. Anzi, ho scoperto che ero un nazista e la cosa mi è piaciuta altrettanto».

Questa dichiarazione risale al 2011, anno in cui Melancholia viene presentato al festival di Cannes. Il film ebbe poco successo: criticato dagli espertoni e bocciato anche dalla giuria che ne premia solo la performance di Kirtsen Dunst. Va da sé che dopo la svirgolata nazista il povero Lars viene subito allontanato dal jet set dei cineasti autorevoli, etichettato come profanatore di pubblica decenza e massacrato dai giornalisti di tutto il mondo. A Sean Penn, presidente dell’allora giuria, spetta il greve compito di squalificare il regista dalla prestigiosa manifestazione, colpendo in questo modo l’artista a scapito dell’arte (ma questo è un altro discorso che non ha capo né coda). LVT però è uomo da bar, che studia un sacco sì, ma che apre la bocca a vanvera come se fosse a grattarsi le balle sul divano di casa sua, ed è per questo che poco dopo le polemiche sulle sue dichiarazioni si scusa a cuore aperto con tutti, confessando inoltre che il film in concorso non fosse affatto una storia sulla fine del mondo, ma bensì un quadro generale della sua condizione di depresso cronico.

Poi tra il 2011 e il presente nulla da segnalare. LVT continua a produrre incubi perfetti, passando per Nymphomaniac e lo scandalo legato a Bjork, che tra le righe lo accusa di molestie sul set (si presume che il film in questione fosse Dancer in the Dark). Nessuno sembra prendere troppo sul serio questa vicenda: la stampa si concentra su Weinstein, in Italia si parla (male) di Asia Argento e in gran parte del mondo solo poche testate si occupano del caso del regista danese per più di due giorni consecutivi. Dovrei aprire una lunga parentesi adesso, un’altra, perché la Femen che è dentro di me tira i calci.

lars von trier ridotta 1Solo nel 2011, quando ancora si potevano toccare le chiappe alle attrici e tutto il resto, lo scandalo più grande nel mondo del cinema d’autore fu proprio la dichiarazione di LVT riguardo alla sua nuova inclinazione nazista. A distanza di pochi anni e sotto altri riflettori, le denunce di centinaia di attrici e addette ai lavori portano alla luce la rete di molestie e aberrazioni nel sistema hollywoodiano, virando l’attenzione sul più ampio discorso femminista. Nel 2018 Weinstein viene arrestato e a dicembre dello stesso anno comincia il processo a suo carico. Tutto il panorama del cinema sembra schierarsi sul serio e gli scossoni all’interno dell’establishment americano rimbombano un po’ in tutto il pianeta. Bene così, da qualche parte dovevamo cominciare. Succede però che a un certo punto il Festival di Cannes decide di condonare a LVT le presunte pacche sul culo di Bjork, accogliendolo di nuovo a braccia aperte con l’ultimo film in concorso (The house that Jack built). La persona non gradita come lui stesso si definisce, alla fine sembra non essere così poco gradita, anzi. Il nuovo film viene presentato e ottiene anche una standing ovation — meritata sia ben chiaro.

Ma allora mi domando, che cosa si può accettare e cosa non si deve accettare dell’artista? Esistono delle regole che delimitano il raggio di azione di un creativo? Il comico inglese Ricky Gervais, per esempio, ha costruito la sua carriera sulla satira legata al nazismo, e non solo. Ironizza sui malati di cancro, di aids, sui transgender, sulle minoranze etniche e chiunque sia un bersaglio universale dell’esistenza, l’unica vera e propria bestia cattiva che ci prende a pugni in faccia fin dalla nascita. C’è una grande differenza infatti, secondo lui, tra dire cose cattive e fare cose cattive. E inoltre, ridere di cose brutte non ci rende automaticamente dei criminali. In parte sono d’accordo con Gervais. Sono d’accordo nella misura in cui ci debba essere una grande differenza anche tra il tollerare una cosa cattiva detta e una fatta. Se questo fosse vero, se tutti la pensassero come Gervais, LVT non sarebbe mai stato allontanato per le sue dichiarazioni ma bensì per i successivi presunti fatti (non parole) legati a Bjork. Di conseguenza non sarebbe mai stato riammesso a Cannes. Sarebbe stata allontanata la persona, ancor prima dell’artista e dell’arte. LVT forse sarebbe stato giudicato per un’azione e non per un pensiero. Lo avrebbero fatto fuori per una palpata e non per una cosiddetta bischerata. Forse.

Chiudo subito la parentesi, prima di tutto perché non volevo parlare di questo e poi perché LVT è già stato perdonato. Tutti ce lo ricordiamo come un depravato, visionario, depresso e alcolizzato che fa film da paura, e non come uno che tocca le chiappe alle tipe senza avere il permesso. 2011 = 2019.

Tornando a noi. Dopo otto anni dall’ultima apparizione al festival, LVT torna a Cannes con The house that Jack built. Come da copione il film viene censurato in America, tarda a uscire in Europa per problemi con la distribuzione e, non di meno importanza, fa scappare gli spettatori dalle sale. Per fortuna esiste lo streaming che mi ha permesso di vederlo nella comodità senza tempo del mio letto.

Non sapevo granché della trama se non che il protagonista, interpretato da Matt Dillon, fosse una specie di serial-killer alle prime armi. Premessa: vedere un film di LVT senza nessuna anticipazione e senza il sussurrante spoiler di un trailer è un po’ come entrare in una di quelle case di fantasmi ai luna park. È pacifico che a un certo punto ci si debba tappare gli occhi. The house that Jack built però non è un horror, nonostante ci sia un po’ di tutto: splatter, home invasion, un po’ di slasher e a tratti anche del torture porn. Non è un thriller, non ne segue le regole di narrazione e non è nemmeno drammatico, in quanto le vicende dei vari personaggi sono del tutto irrilevanti al procedere del racconto. È una sorpresa inquietante, che davvero fa tappare gli occhi per l’angoscia o trattenere il respiro per qualche secondo. Risulta complicato catalogarlo in un genere e risulta allo stesso modo difficile districare i nodi della trama, di per sé lineare ma esuberante in quanto a citazioni e auto celebrazioni.

lars von trier ridotta 2Il film si apre al buio, le voci in sottofondo ricordano una sessione di terapia ma ben presto scopriamo che Verge (Bruno Ganz), l’interlocutore di Jack, è una sorta di Virgilio dantesco rivisitato in chiave moderna che ricorre come voce fuori campo per tutta la durata del film. Jack è un ingegnere con manie ossessivo-compulsive che inaspettatamente inizia a commettere una serie di cruenti omicidi, aumentando di volta in volta il rischio e l’efferatezza. Nulla di nuovo se si pensa a tutti i film in circolazione che parlano di morti ammazzati e di sciroccati fuori di testa che vanno in giro a torturare dei poveri cristi innocenti. Non c’è nulla di nuovo nella trama se ce ne restiamo adeguatamente alla larga, osservando da lontano le azioni macabre di Jack. Ma LVT non ci vuole distanti, al contrario, ricerca la nostra attenzione e il nostro coinvolgimento, ci rende quasi complici accidentali di tutti gli omicidi, fino a quando non ne perdiamo il conto. Non so dire se sia una scelta consapevole o soltanto un danno collaterale ma sembra che LVT ci voglia davvero testimoni silenziosi come in un macabro show voyeuristico. C’è sempre un momento specifico durante la visione di un film in cui inconsapevolmente prendiamo le parti di un personaggio, ci schieriamo dalla sua per mera identificazione o solo perché ci sta simpatico. In questo caso è difficile propendere per una o per l’altra parte, per la vittima o per il carnefice. Entrambi sono lì a svolgere il proprio compito, che sia quello di ammazzare o quello di morire.
Se in questo film cerchiamo una morale o una qualche allegoria sovra umana, possiamo pure prendere baracca e burattini e trasferirci su Rai 1 a guardare uno sceneggiato, perché qua non c’è nulla di allegorico o di vagamente indottrinante. Jack imposta la serialità dei suoi omicidi come una costruzione di un opera d’arte, passando attraverso l’idea e lo strumento, per concludere con la realizzazione. Non ci sono vie di scampo al suo delirio e non ci sono vie salvifiche per la redenzione dei suoi peccati, tutto accade senza un motivo e noi osserviamo in silenzio come spettatori di una performance. Non so dire se l’intenzione di LVT fosse proprio questa, quella di mostrarci un’opera d’arte sfidandoci a mantenere separato il giudizio etico da quello estetico. Non è mai chiaro il suo movente anche perché, come lui stesso dichiara, gran parte dei suoi film sono il risultato di un bel mix di acidi e oppiacei. Però mi ha fatto pensare, involontariamente, a quello che di solito ci aspettiamo da un film o da qualsiasi altra forma di comunicazione artistica: vogliamo essere d’accordo, vogliamo qualcosa che assecondi le nostre necessità, le nostre idee e che fondamentalmente ci dia ragione. Vogliamo che l’artista stia alle nostre regole.

Per fortuna LVT non rispetta mai nessuna regola, non ci asseconda e non fa il minimo sforzo per piacere alle signore perbene di mezza età (a quelle di solito tocca le chiappe sui set).
In questo senso allora comicità e dramma camminano sullo stesso binario, e come a Ricky Gervais possiamo concedere di parlare di morte improvvisa di neonati, così a LVT dovremmo lasciare la libertà di spaccare un cric in faccia a Uma Thurman, perché gli va di farlo e perché gli va di mostrarci il male, la violenza e la carne.
Fossi stata una del pubblico non pagante a Cannes, mai mi sarei alzata dalla poltrona alla vista del sangue, un po’ perché in quanto donna sono abituata allo splatter, un po’ perché lo accetto come strumento di comunicazione artistica. Mai mi sarei incazzata per l’uscita infelice sul nazismo, e mai mi sarei sognata di cacciare uno sciroccato come lui da una manifestazione che di per sé vuol essere spettacolare. Fatto sta che in molte delle nostre sale ancora il film non si è visto, qualcuno se l’è presa a cuore questa cosa del sangue e dei morti ammazzati. Qualcuno boicotta LVT, qualcuno boicotta l’arte.
Sarà mica stata Bjork?

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