The end of the 400 colpi. di B. Bendinelli || Cinema e TV || THREEvial Pursuit

the end of the fucking world 2

07 Feb The end of the 400 colpi. di B. Bendinelli || Cinema e TV || THREEvial Pursuit

 

THE END OF THE 400 COLPI.

di Benedetta Bendinelli

 

ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER!

the end of the fucking world

 

In un tardo pomeriggio settimanale ho visto The end of the fucking world e mi è piaciuto tanto quanto l’insolita libertà di quel mercoledì qualunque. Come spesso faccio dopo aver visto qualcosa di bello, sono andata a leggermi varie recensioni. Ne sono rimasti tutti entusiasti, c’era d’aspettarselo, ma ho letto anche uno strano feedback dove si dice che questa sia una serie con ragazzi per ragazzi, intendo per giovani, per i millennials. In questa recensione dicono poi che quelli come me, cresciuti con il dramma facciale di Dawson Leery e l’incontinenza emozionale di Joey Potter, non sapranno apprezzare il ritmo serrato – quasi da action movie – della serie. Non sapranno capirne l’essenza, forse nemmeno le battute. Ho letto questa cosa e mi sono offesa. Che vuol dire, che dai trenta in poi ci meritiamo Grey’s Anatomy? Personalmente mi intendo più di fine del mondo che di cateteri e pneumotoraciche. Perciò non sono d’accordo: The end of the fucking world è roba da trentenni. È roba, a dire la verità, per tutti quelli che la fine del fottuto mondo l’hanno vista da vicino senza attraversare mondi paralleli o infilarsi chip nel cervello (adoro Black Mirror ma tutti abbiamo bisogno di poesia).

Comincia la storia, in quel tardo pomeriggio. Arriva una strana coppia e pensando di trovarmi in una dimensione alla Juno 2.0 storco il naso, per un attimo interrompo la visione pensando già al piano B: un episodio di South Park, perché alla fine una risata me la voglio fare. Ma vado avanti. La coppia strana è composta da un diciassettenne con tendenze omicide e una ragazza incazzata con il mondo. Scappano, tirano pugni, bruciano una macchina, derubano un pervertito, violano una proprietà, ammazzano il padrone di casa psicopatico, scappano ancora, rubano ancora e poi cercano di sistemare le cose, ancora. Cambiano il colore dei capelli, gli abiti, la macchina, cambiano anche loro, prima tenendosi a distanza poi trovandosi in un imbranato affetto, nella solidale frustrazione e nella paura di fare sempre una tremenda cazzata. Ma ehi, un momento: io questa fine del mondo l’ho già vista, io da qua ci sono passata.

La fine di questo mondo l’ho vista per le strade di Genova quando bruciavano le macchine e i motorini, l’ho vista quando mio padre mi disse con te getto la spugna, l’ho vista a scuola negli occhi spenti degli ultimi professori in missione, l’ho vista quando Erika ammazzò sua madre e quando le Spice Girls si separarono, l’ho vista in fondo a una storia d’amore e tra le gambe di sconosciute, l’ho vista nel buio del portafoglio e nella bocca bugiarda del futuro, l’ho vista in un corpo morto su un letto d’acciaio, in una chiesa, in una promessa, in una stanza d’albergo con qualcuno che non mi voleva, l’ho vista in America, l’ho vista anche qua, in televisione, dietro al banco di un bar, al supermercato. E che ci vorrà mai a raccontare tutto questo? Ci vuole fegato perché bisogna dire la verità e ci vuole, come ho già detto, poesia. Ecco dunque cosa mi ricorda questa storia, ci penso adesso che sono passati dei giorni e ho digerito la nostalgia con una pasticca di Malox.

The-End-Of-The-Fucking-WorldThe end of the fucking world è una lunga poesia, recitata da voci malinconiche nei più dimenticati bassifondi dell’umana inquietudine. È una storia d’amore per il cuore accartocciato di chiunque abbia vissuto tanto quanto basta per capire che la fine, alla fine, è una cosa meravigliosa. Questo lo sanno bene il regista, il creatore della serie, l’autore della storia, lo sanno tutti tranne che i due personaggi, che in fondo alla giornata ci devo arrivare in qualche modo, attraverso morti ammazzati e madri suicide. Questa roba non è per ragazzi, io lo dicevo. Come non lo è qualsiasi altro racconto di un adolescenza sofferta, fatta di solitudine e incomprensioni. A un certo punto mi sono ricordata di Antoine Doinel, anche lui non ci poteva stare imprigionato a scuola e a casa, con Balzac tra le mani e la libertà in testa. Ammetto di infilare i 400 colpi un po’ dovunque, è come il maglione di lana blu che mi ha passato il babbo, sta bene su tutto, lo porto da sempre ed è bello anche ad immaginarselo ed è per questo che mi piace, perché sopravvive. Quindi, ho trovato un po’ di Truffaut anche in questa storia, in tutto il suo svolgimento, nei personaggi ma sopratutto nel finale. Ci sono arrivata piano piano a questo confronto di generazioni, l’ho scovato tra le parole biascicate in un inglese crudo di provincia e tra le figure posticce che vagano intorno agli attori. La storia si ripete, mi sono detta. In The end of the fucking world c’è un momento in particolare che mi ha portata in un altro mondo, in un pianeta dove tutto vive, muore e rinasce allo stesso modo, dove tutto prosegue in eterno come le promesse al vento, come le parole degli innamorati. Verso l’epilogo i due giovani fuggitivi restano da soli sulla spiaggia, si prendono una pausa notturna da quella fuga senza speranza e si stringono in un solidale respiro che li risveglia nel giorno ormai frenetico. La fine è vicina, tutti se ne accorgono, arrivati a questo punto o si affronta la vita o si scappa via per sempre. James, che ormai ha compiuto diciotto anni, è già pronto ad affrontare le conseguenze di quella corsa contro il tempo e contro tutti. Ecco che ripenso ad Antoine, anche lui è al mare, anche lui sta scappando. Mi sembra di vederli insieme correre verso la spiaggia, accelerare come pazzi senza mai guardarsi indietro. Mi scende una lacrima e poi un fiume intero pensando a loro due che non lo sanno ma stanno andando verso la stessa direzione. Ci sono decenni di differenza, ma guardando questa serie mi sono sentita nello stesso modo, come quando osservavo Antoine procedere di fretta verso la riva, me ne stavo immobile ma con il fiato tagliato pensando che da lì a breve sarebbe successo il finimondo. Ma questa fine, a noi spettatori, non ce la fanno vedere. Antoine ferma la corsa, finalmente è libero ed è arrivato al mare che mai aveva visto. James probabilmente si prende una pallottola nella schiena e anche lui arresta la sua corsa, lasciando indietro un sentimento che mai aveva provato. Alyssa, la sua compagna di viaggio, resta indietro a gridare il suo nome mentre lui scompare lentamente come un punto in mezzo al mare.

Ho spento il computer, la fine è stata bella, come poche altre.

La corsa di Antoine mi ha sempre sollevato il cuore, pensando che alla fine si va sempre dove dove si vuole andare. James invece, il cuore me lo ha riempito perché anche con una pallottola nella schiena, con un calcio in culo o con una pugnalata alle spalle si tira a dritto.

Ho guardato The end of the fucking world in un pomeriggio annoiato, senza nulla da imparare e senza voglia di capire. Alla fine qualcosa mi è entrato in testa.

Ho da poco compiuto trentadue anni and I’ve learned what people means to each other.

 

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