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Surf sul diluvio, un racconto di N Casucci || Three Faces

Surf sul diluvio, un racconto di Nicola Casucci tratto da StreetBook Magazine #9 Illustrato da Paola Rosi DUBHE Three Faces EV

29 Lug Surf sul diluvio, un racconto di N Casucci || Three Faces

Surf sul diluvio, un racconto di Nicola Casucci tratto da StreetBook Magazine #9 Illustrato da Paola Rosi DUBHE Three FacesSURF SUL DILUVIO

Un racconto di Nicola Casucci ispirato a Anthem For No State dei Godspeed You! Black Emperor

Illustrazione di DUBHE

E disse: «Sterminerò dalla faccia della terra l’uomo da me formato: uomini e animali, rettili e uccelli dell’aria, poiché mi pento di averli fatti».

[Genesi 6,7]

Va avanti da giorni, ormai. Chiunque parli con Noè riceve sempre le stesse risposte.

– Ma cos’è ‘sta storia che moriremo tutti? –

– Me lo ha detto Dio. Lui ha creato la vita sulla Terra, ma si è pentito vedendo ciò che l’uomo è diventato. Perciò ha deciso di sterminarci –

– E perché lo avrebbe detto proprio a te, scusa? Chi sei, il suo portavoce? –

– Io ho sempre seguito le sue leggi. Dio mi ha parlato e mi ha dato la possibilità di salvarmi, insieme alla mia famiglia. Tu, se vuoi, puoi usare il tempo che ti rimane per pentirti delle malvagità che hai commesso –

Spesso la discussione finisce qui: tanto basta a catalogare il vecchio Noè come uno che ha perso la ragione, uno che dà ascolto solo alle voci nella sua testa.

Ma, tra chi si diverte a prenderlo in giro e chi crede ci sia un fondo di verità in quel che dice, Noè e la sua storia strampalata sono sulla bocca di tutti. Non passa giorno che non se ne parli.

È assurdo, no? Saremmo stati creati da un Dio, che adesso ha deciso di ucciderci tutti perché non gli piacciamo più. Potrebbe perlomeno scendere qua a dare spiegazioni. Ne riceverebbe, diamine, di spiegazioni. E invece no, il Dio che ci ha creato si confida solo con Noè, il signor io-faccio-tutto-quello-che-mi-dici-salva-me-non-mi-importa-degli-altri.

Fatti un’arca di legno resinoso; falla a celle e spalmala di bitume dentro e fuori.

[Genesi 6,14]

Noè è passato all’azione. Non si è lasciato distrarre né da chi gli dava del folle né da chi cercava di corromperlo per guadagnarsi la salvezza. La novità è che moriremo tutti affogati. Verrà una pioggia così forte e insistente che l’acqua ricoprirà tutta la Terra e non avremo scampo. Questo, perlomeno, è quello che racconta Noè, tutto preso dalla costruzione di un’arca gigante.

– Dio ha fatto un’alleanza con me. Mi permette di costruire quest’arca per portare in salvo me, la mia famiglia ed una coppia di ogni specie animale. Così, dopo il diluvio, la Terra potrà essere ripopolata –

Guardali, laggiù, Noè e i suoi tre figli come lavorano sodo! Uno taglia, uno sposta, uno incolla, uno rifinisce. Sono perfettamente sincronizzati, l’arca cresce a vista d’occhio.

E noi, qua, che facciamo?

Chi crede alla storia di Noè cerca in tutti i modi di convincerlo: – Portami con te! Mi sono pentito delle brutture che ho fatto! Mettimi alla prova! Fammi salire sull’arca, anche fosse nella cella delle serpi! –

Di contro, chi non ci crede, è innervosito dalla superficiale arroganza di Noè: – Ma chi si crede di essere? Pensa di essere l’unico degno di salvarsi? Se davvero c’è un Dio che vuole distruggerci, che sia maledetto! Con noi non avrà vita facile! –

Suona strano, ma proprio tra i più scettici si è diffuso un sentimento di rivalsa nei confronti dell’ingiustizia subita. Perché il fatto di essere stati esclusi, considerati meno di nulla e sacrificabili così (puff!) con un’ondata improvvisa, ha smosso qualcosa. Il tragico destino che ci accomuna (seppur, sia chiaro, a Noè mica gli crediamo) ci spinge a pensare ad una controffensiva, tutti insieme.

Fin dall’inizio, vicino al cantiere in cui si taglia, si sposta, si incolla e si rifinisce in maniera perfettamente sincronizzata, si vede un capannello di gente a guardare la crescita dell’arca. Da qualche giorno, però, il capannello si è organizzato a cerchio, e dal suo interno si levano voci e grida.

– Io dico che dovremmo distruggere l’arca! Se davvero si scatenerà un diluvio, non sarà un Dio qualsiasi a decidere chi ha il diritto di salvarsi! –

– No, lasciamo lavorare Noè. E poi, ad arca completata, lo buttiamo fuori e ci montiamo noi! –

– Ma non ci sarà posto per tutti! Qualcuno resterebbe fuori comunque! –

– Allora costruiamone un’altra, o altre cento! –

– Ormai non c’è più tempo! Se vogliamo credere alla storia di Noè, abbiamo pochi giorni prima che questo Dio passi all’azione contro di noi –

– Pensiamo a qualcosa di più semplice e rapido, allora. Potremo utilizzare del legno, come quello dell’arca, per costruire… –

– Ricaviamone delle tavole! Basterà sedercisi sopra, e galleggeremo anche noi sull’acqua! –

– È un po’ pericoloso, ma è la soluzione più immediata: possiamo procurarci il legno dallo stesso bosco in cui sta lavorando Noè, così ostacoleremo la costruzione dell’arca! –

– Le tavole possiamo intagliarle come vogliamo, e con poco lavoro da parte di tutti avremo le basi per affrontare il diluvio, se mai dovesse venire davvero –

– Cavalcheremo le onde e resteremo a galla! Non lasceremo a questo Dio la scelta sulle nostre vite! –

– Galleggeremo più in alto delle montagne, più in alto anche dell’arca di Noè! Tutti insieme! –

Nel giro di poco, da capannello-osservatore diventiamo capannello-lavoratore. L’entusiasmo è contagioso, ed è tutto un viavai di braccia e gambe che tagliano, spostano, incollano, rifiniscono. Perfettamente sincronizzati.

Attiriamo l’attenzione anche di Noè, per niente contento dello spettacolo a cui assiste.

– Smettetela! State sprecando le vostre energie! Dio ha fatto un’alleanza solo con me, non potrete salvarvi! –

Che poi, già l’ho detto, la nostra è una reazione a qualcosa a cui non crediamo veramente. Un Dio che manda un diluvio per uccidere tutte le forme di vita sulla Terra. C’è da riderci su, altroché! Ma questa storia va avanti da così tanto tempo che si è creato un collante vero, tra ognuno di noi. Si è insinuata così a fondo che, in fin dei conti, un po’ ci speriamo che succeda qualcosa.

E poi: che soddisfazione costruire queste tavole di legno! Stanno venendo una meraviglia. Sarebbe un peccato non poterle usare.

Era l’anno 600 della vita di Noè, ai diciassette del secondo mese: in quel giorno tutte le fonti del grande abisso irruppero e le cataratte del cielo si aprirono.

[Genesi 7,11]

Il cielo è così coperto che non si vede più la luce del sole.

Laggiù, Noè ha completato la sua arca. Sta facendo entrare, una ad una, coppie di tutte le specie animali. Ne mancano poche, ormai, e poi l’arca verrà sigillata dall’interno, in attesa del diluvio.

Anche noi abbiamo finito il nostro lavoro. Ognuno ha la propria tavola: chi l’ha costruita in formato familiare, chi l’ha fatta ovale, chi l’ha persino colorata ed addobbata.

Ed ecco che succede: un tuono, la prima goccia di pioggia. Poi la seconda. E nel tempo di un respiro siamo già fradici.

La pioggia è forte e cade violenta. Mentre ci guardiamo, senza aprire bocca, il terreno si zuppa e i fiumi si ingrossano. L’unica luce è quella dei lampi. L’unico suono è quello dei tuoni. Rapidissimi, i primi fiumi straripano. Adesso l’acqua ci aggredisce da tutte le direzioni, dal cielo e dalla terra.

È il diluvio.

Con le gambe per metà immerse, i primi di noi cominciano a salire sulle proprie tavole. Le onde sono ancora piccole, ma già cariche dell’aggressività di un Dio che non ci vuole più.

Vediamo anche l’arca che si stacca da terra, in lontananza. Galleggia. Noè ci scruta da lontano, affacciato alla finestra più alta.

L’acqua cresce di volume e di violenza. Tutti adesso montiamo sulle nostre tavole: alcuni sono spinti via, altri scivolano e vengono sommersi. C’è chi resiste aggrappato ai rami degli alberi più alti, ma è tempo di lasciarsi andare.

– Cavalchiamo il diluvio! – gridiamo.

Sembra l’inizio di una battaglia. La battaglia tra noi, Dio e il suo figlio prediletto.

E le acque aumentarono sempre più sopra la terra, e tutte le più alte montagne, che sono sotto il cielo, furono coperte.

[Genesi 7,19]

L’acqua ha inglobato tutto. Sotto il cielo non esiste più terra, solo un immenso oceano. Quel vecchio aveva ragione, che sia maledetto!

Le onde si fanno sempre più prepotenti, ma in tanti riusciamo a stare a galla sulle nostre tavole. Chi seduto, chi disteso. Chi in piedi, in equilibrio, come in una danza spericolata.

E laggiù c’è sempre l’arca. Quel figlio di puttana ce la pagherà, e il suo Dio dovrà fare i conti con noi: gli uomini e le donne che ha creato, e che ora sta tentando di affogare.

L’acqua è violenta, ma non abbiamo nessuna intenzione di mollare. Inseguiamo il grosso cubo galleggiante, pronti ad assaltarlo. L’adrenalina non ci fa sentire né la fatica né la paura. Urla di imprecazioni sovrastano il rumore dei tuoni. C’è chi si morde le labbra fino a farle sanguinare. Cristo! Quello schifoso si meriterebbe di morire al posto nostro! Si meriterebbero di morire cento volte, lui e il suo Dio!

Che poi, arrivati fin qui, posso confidare un segreto: qua, tra di noi, nessuno sa nuotare. Ma che dovevamo fare? Mica potevamo darla vinta a Noè, così, senza neanche provarci!

Sappiamo che dovremo resistere a lungo, in condizioni sempre più difficili. Ma, prima o poi, Dio dovrà arrendersi, e tornare qua ad asciugare tutto.

Ed è qui che ci troverà: a cavalcare il suo diluvio.

E le acque rimasero alte sopra la terra per 150 giorni.

[Genesi 7,24]

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