Stormo und Drang, un racconto di L. Murano || Three Faces

Stormo und Drang

di Luca Murano

Illustrazione di Coito Negato

Era stata una sua idea. Ovviamente. A me non andava proprio di passare il pomeriggio in quell’oscenità di posto, ma lei aveva estorto la mia presenza con astuzia e una velata minaccia: se mi fossi rifiutato di accompagnarla mi avrebbe fatto morire di fame. Non si scherza con l’appetito altrui. Non c’era niente da fare, lei sapeva sempre quali tasti toccare, scavando a fondo fra le mie debolezze e i miei ridicoli schemi mentali. Effetti collaterali dello stare assieme: i punti deboli dell’uno finiscono talvolta per diventare i punti forti dell’altro. Delia uno, Luca zero.
E così, ancora turbato dal pensiero di rimanere senza sostentamento, mi ritrovai per una eSselunga oscura, ché la diritta via era smarrita, a cavallo di un carrello metallico con lo stesso entusiasmo di Dante in groppa a Gerione.
«Dai su» fece Delia rovesciando il palmo della mano nella mia direzione.
«Che?»
«La lista della spesa. Hai detto che te ne occupavi tu».
«Chiaro» tirai fuori dalla tasca dei jeans un foglietto rosa appallottolato e glielo porsi.
«Ma è una multa?» continuò lei.
«Girala».
«Oddio, hai davvero scritto la lista della spesa dietro la multa che hai preso giovedì?»
«Sì. Lo sai come sono. Luca against the machine».
«No, sei scemo».
«Easy, non dovrei essermi dimenticato nulla».
«Fa vedere va’».
Delia alzò gli occhi al cielo e fece una delle sue inimitabili smorfie.
«Cibo e acqua. Hai scritto solo ‘cibo’ e ‘acqua’?! Ma mi prendi per il culo?»
«No Delia, ti sbagli. Ho scritto anche ‘cose per pulire’. Sì proprio lì in piccolo. Guarda bene».
Mi fissò con un misto di pena e compassione, poi accartocciò la lista della spesa e me la rilanciò. I miei riflessi fecero cilecca e mi beccai quel proiettile di carta dritto in un occhio. La raccolsi da terra e me la rinfilai in tasca.
«Quindi?»
«Tu occupati di frutta e verdura. Al resto penso io».
“Frutta e verdura, ce la posso fare” pensai.
«Ce la puoi fare» confermò Giulia ad alta voce. «Ah, non dimenticarti dei pomodori!», disse infine mentre girava l’angolo e spariva col carrello dietro un oceano di frutta secca.
Rimasi lì a scrutare l’orizzonte, muovendo il collo a destra e a sinistra, come quando un’onda ti ruba il Super Tele e tu ti affanni a forza di colpi di reni per sollevarti dalle acque e sbirciare la deriva presa dal tuo amato pallone. Per un attimo quella marea mista di noci, arachidi e pistacchi, mi restituì Delia, ma fu un istante e l’attimo dopo la sua sagoma si era già inabissata nella corsia dei latticini e salumi. Che era cosa ben peggiore dell’avermi lasciato solo in quel luogo. Sapevo benissimo cosa stava per succederle: Delia aveva una patologia (menti più pacate e diplomatiche direbbero una ‘predisposizione naturale’) per la ricerca di tutto ciò che è diverso, esotico, anticonvenzionale o comunque semplicemente poco sobrio. Così, di lì a poco, il suo intuito culinario l’avrebbe inevitabilmente trascinata a L’Emporio dei Sapori, La Bottega delle Delizie, Le Ricette della Nonna, L’Angolo di ’sto Cazzo… posti unici dove il gusto del palato è creatività, fantasia o pura promessa di genuinità e l’elaborazione degli ingredienti diventa arte. Io, sciocco ignorante, in quella corsia avrei afferrato una mozzarella e il primo prosciutto cotto in offerta, rigorosamente in vaschetta preconfezionata. Lei, inebriata in quell’orgia di sapori, avrebbe sicuramente scovato un’oncia dello stagionato di Pienza, una striscia di burrata pugliese, un pomodoro di Capri o una sniffata di tartufo di Bagnoli Irpino. State certi poi che queste nicchie di delizia sono come delle rapine a mano armata e alla cassa ti ritrovi più povero di San Francesco dopo la conversione.

Santi in cielo o no, ora dovevo concentrarmi e portare a termine la mia missione. Decisi di focalizzarmi subito sui pomodori, ma sceglierli non fu affatto facile. Dio, quanti ne esistevano. Alla fine decisi per quelli che più mi facevano simpatia. Eccoli, belli grossi, con quel rosso tendente al verde che incute un certo timore. Feci per prenderne uno ma subito mi bloccai: attorno a me tutti stavano utilizzando guanti in plastica ed io ne ero l’unico sprovvisto. Che figura! Cercai dove veniva distribuita quella roba e mi misi diligentemente in fila. Avevo tre persone davanti: una bambina e due persone anziane. Fortunatamente gli anziani erano una coppia che si scoppiò quando lei chiese a lui di andare a prendere i ‘cordon flash’. La bimba, invece, sembrava la figlia della dea Kali tanti erano i guanti che stava collezionando a forza di strappi. Fu soltanto l’intervento della vecchia a strozzarmi in gola una potente bestemmia.
«Ne posso avere uno anche io bella bambina?» chiesi infine digrignando i denti. Bastò quella frase per terrorizzare la creatura che si dileguò in un secondo.
Munito di guanti tornai da loro, i miei cari pomodori. Avanzai verso quelli che poc’anzi avevo selezionato ma anche qui la cernita fu piuttosto laboriosa e delicata. Mi feci guidare dall’istinto e ne selezionai alcuni. Poi, con un’attenzione e una cura che riserveresti solo e soltanto a un neonato che ti dicessero essere tuo figlio, ne presi uno, né piccolo né grosso, semplicemente perfetto, con la capocchia verde e un aspetto decisamente sano e robusto. Lo sollevai e lo strinsi fra le braccia. Fu automatico e istintivo per me sorridergli e iniziare a cullarlo come un pupo.
«Ma cosa sta facendo?», la frase uscì da un coso brutto che indossava un grembiule rosso col marchio del supermercato cucito all’altezza del cuore.
«Sto soppesando questo pomodoro. Da questa scelta dipende la riuscita della cena di stasera. Lei mi capisce, vero?» feci ammiccando un pochino.
Si allontanò più turbato di prima ma non ci feci troppo caso. Ero abituato a suscitare la diffidenza nella gente: non ero un tipo troppo amichevole, semplicemente mi piaceva stare per i fatti miei. Infilai quel bel pomodoro nel sacchetto assieme ai suoi fratelli e cercai la prima bilancia disponibile.

Poi accadde qualcosa. Iniziai a sentire una leggera pressione sul basso ventre e una strana nausea mi invase prima il palato poi la testa. L’aria stantia e intrisa di odori del supermercato era diventata insopportabile. Sentivo i conati salirmi in gola: se non avessi guadagnato velocemente l’uscita avrei vomitato lì dentro. Col sacchetto dei pomodori ancora in mano mi involai verso l’ingresso, urtando nel tragitto un ragazzo grassottello con dei clamorosi riccioli neri e un paio di occhiali troppo piccoli per cavalcare quell’enorme naso piantato in mezzo a un volto arido e bitorzoluto. Con il dorso della mano premuto contro la bocca, bofonchiai delle scuse.
«Si figuri, cose che succedono» fu la sua gentile risposta.
«Tienili tu», feci io porgendogli il sacchetto coi pomodori. Colto di sorpresa il ragazzo allungò comunque le mani e prese il sacchetto.
«Ma…»
«Prenditi cura di loro. So che lo farai».
Un attimo prima di vomitargli sulle scarpe, mi voltai e scattai verso l’uscita senza acquisti.

Una volta fuori, riempii i polmoni d’aria fresca e mi sembrò di sentirmi subito meglio. Rimasi immobile con le mani sui fianchi per alcuni secondi. Espirai e inspirai nuovamente. Poi uscì un sacco di roba che tenevo aggrovigliata dentro, nei meandri del mio stomaco. Mi sentii spossato, come dopo un prolungato sforzo fisico, e mi venne naturale chinarmi in avanti con le mani appoggiate sulle ginocchia. Poi un’ombra si levò da dietro l’edificio per proiettarsi sotto i miei anfibi, un’ombra enorme e circolare che si ingigantiva ad ogni secondo. Alzai gli occhi al cielo e vidi uno stormo di uccelli levarsi dal tetto del supermercato. Tutti assieme andavano a costituire quel disegno tondeggiante e irregolare che riempiva il cielo d’inverno e che sembrava poter battagliare col quel pallido sole in un’epica sfida tra luce e oscurità. Lo stormo si librò in aria fino a una certa altezza e poi cominciò a oscillare come un pendolo, prima da un lato, poi dall’altro. Proprio come in un’illusione ottica, il disegno si fece sempre più complesso e dentro quell’eccezionale coreografia sembrava che alcuni uccelli, quelli più piccoli e distinti, si fondessero l’uno dentro l’altro volando in direzioni opposte. Guardandomi attorno realizzai di non essere l’unico sbalordito davanti allo spettacolo in cielo: tutti avevano il naso rivolto all’insù; bambini incantati che gridavano e cani che abbaiavano eccitati in direzione dei pennuti.
Come diavolo potevano volare tutti coordinati in quel modo? Quale straordinario istinto avevano? Tutti assieme, senza capi, regole o imposizioni… Come potevano muoversi così all’unisono e sembrare un tutt’uno col cielo?

Poi chissà perché nella mia testa riaffiorò un lontano ricordo. Una sera d’estate, una cena con amici a casa della mia ex fidanzata. Un caldo da record e quelle finestre fatiscenti completamente spalancate. Quella notte, un uccello si infilò nell’appartamento. Volò sulle nostre teste per parecchi minuti senza trovare l’uscita e, dopo qualche furiosa svolazzata fra lampadari e armadi, il povero volatile fece harakiri andando a sbattere violentemente contro un muro scalcinato. Con noi, quella sera, c’era anche un vecchio amico, un ragazzo di Potenza che si era spostato a Firenze per studiare architettura. Daniela, la mia ex, provò a rianimare il pennuto ma quello non ne volle sapere. Durante le spoglie esequie che seguirono (il pennuto finì nel bidone dell’organico) l’aspirante architetto, in linea con l’ubriachezza molesta degli astanti, si lanciò in un accorato discorso in cui elogiò gli uccelli in quanto splendido esempio di collettività sociale. Poi parlò della loro invidiabile capacità di volare e delle loro tre regole che a distanza di anni mi sorpresi di ricordare con tanta accuratezza. La prima regola dice che un uccello nello stormo fa esattamente quello che fa il suo vicino. La seconda regola è che devono mantenere nella loro visuale d’orizzonte un equilibrio di luce e oscurità, e che questo è importante in quanto impedisce allo stormo di implodere o, al contrario, di disperdersi. La terza regola, la più semplice, è che anche gli uccelli possono sbagliare. Come il nostro povero amico. Come tutti quanti noi, del resto.
Mentre il ricordo riaffiorava in me così nitidamente, l’ombra gettata dagli uccelli sul suolo mutò e si fece sempre più piccola, fino a dissolversi. Lo stormo, così come era arrivato, se ne andò verso nuove primavere, verso altre eSselunghe.

Quell’evento così naturale e spontaneo unito alla mia reminiscenza, mi aveva scombussolato. Non mi sentivo più sul punto di vomitare ma comunque non potevo dire di star bene. Una strana arsura mista ad un senso d’inquietudine presero il posto della nausea e l’unica cosa sensata da fare mi sembrò quella di rientrare e cercare di bere un po’ d’acqua.
Mi ricordai del bar del supermercato proprio accanto alla lavanderia dove, una volta all’anno, Delia mi spediva a lavare il piumone. Varcai l’entrata in compagnia del mio malessere e di una sempre più insopportabile secchezza di fauci. Senza nemmeno sincerarmi di dover prima fare lo scontrino alla cassa, mi fiondai dritto in direzione del bancone dove, di schiena, intento a preparare dei caffè, intravidi il barista. Non appena si girò, incrociando il mio sguardo, gli urlai letteralmente la mia ordinazione.
«Un bicchiere d’acqua naturale, ho una sete incredibile!»
Aggiunsi quel particolare come se davvero potesse fare la differenza nella vita professionale di quell’uomo. Mi vergognai per quell’isteria molesta e rivolsi nervosamente gli occhi e i pensieri altrove. Il bicchiere non tardò ad arrivare: con quel sorso d’acqua la sete si placò subito e con essa scivolò via un po’ di quel malessere che mi attanagliava. Solo allora ringraziai il barista che mi rispose gentilmente domandandomi se desideravo altro. Chiesi un caffè e il conto e, mentre aspettavo di essere servito, annoiato con i gomiti appoggiati sul bancone, mi misi ad osservarlo: viso spigoloso, sui quaranta, capello brizzolato; aveva una camicia con le maniche girate che metteva in mostra delle braccia ricoperte di strane cicatrici sparse un po’ ovunque. Portava dei pantaloni con le bretelle nere e una polo bianca slavata e attillata con il logo del bar stampato sulla manica. Anche il resto del personale indossava la stessa uniforme ma lui solo era come se fosse, in tutta la sua persona, uscito da un vecchio film.

Lo vidi bere dietro la cassa con un suo collega più giovane; fecero tintinnare i bicchieri e risero. Mi accorsi che aveva un tatuaggio sul dorso di una mano, la sagoma di un uccellino svolazzante. Mi stupii non poco per quella coincidenza e mi ritrovai a pensare che per molto tempo ancora non sarei più riuscito a togliermi quei dannati uccelli dalla testa. Assieme al resto arrivò anche la voglia di ricongiungermi con Delia. Filai via in un lampo e nel giro di pochi minuti fui nuovamente in mezzo alle corsie di quel supermercato.
Non fu difficile trovarla. Tornai addirittura in tempo utile per darle una mano a riempire il carrello e a finire la spesa. Mi diedi parecchio da fare ma quel senso di disagio non mi si era scrollato di dosso del tutto e lei se ne accorse. Tra una confezione di biscotti e una bottiglia di vino le raccontai della mia fuga, degli uccelli, di quella sera di tanti anni fa e di quella bislacca teoria. Lei non disse granché, perlopiù ascoltò. Sembrava contenta di stare lì con me.

Usciti dal supermercato, ci mettemmo un po’ a ricordare dove avevamo parcheggiato. Nel nostro peregrinare incrociammo il ragazzone riccioluto che avevo urtato poco prima al reparto frutta e verdura. Era intento a caricare la spesa nel baule della sua auto mentre quella che poteva essere sua madre se ne stava seduta nell’abitacolo ad aspettarlo. Non mise subito a fuoco ma quando mi riconobbe infilò una mano in una delle enormi buste della spesa che aveva ancora nel carrello e tirò fuori un sacchettino. Li notai subito. Erano proprio loro, i miei pomodori, quelli che avevo scelto fra mille… Gli sorrisi sentendomi subito meglio e lui ricambiò.
«Basta un gesto così a cancellare centoventi giorni stronzi».
«Eh?»
«No, niente».
«Come niente. Stavi cantando gli 883».
«Non ti sfugge nulla eh? E comunque non stavo cantando, semmai citando, i filosofi Pezzali e Repetto».
«Perché?»
«Te lo racconto in macchina. È un’altra bella storia».
«Sììì!»
L’abbracciai dolcemente e le diedi un bacio sulla fronte. Lei mi fece una linguaccia e tornò a spingere il carrello in direzione dell’auto.

Quel giorno e quelli successivi ci saremmo ricordati di lasciare fra noi il giusto equilibrio di luce e oscurità. Saremmo stati bene, affiatati e complici, come uccelli in uno stormo. Almeno fino alla prossima migrazione.

Stormo und Drang, un racconto di L. Murano || Three Faces

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