Storia di taser: Mehmet di -B8 || Varie ed eventuali || THREEvial Pursuit

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12 Ott Storia di taser: Mehmet di -B8 || Varie ed eventuali || THREEvial Pursuit

 

Storia di taser: Mehmet

di -B8

Illustrazione di Zeus OCZB

mehmet ridotto

 

È luglio e coi miei coinquilini decidiamo di uscire in Fortezza, al lago dei cigni: c’è fresco e nessuno rompe se stiamo lì a suonare fino a tardi.

Prendiamo il bus, arriviamo al parco, superiamo la bella gente che siede nelle vicinanze del palco e ci andiamo a posizionare in fondo, tra gli alberi, sull’erba. Tiriamo fuori gli strumenti, le bottiglie, iniziamo a cantare e ballare.

Prende bene, veramente bene!

È fine agosto, Firenze è un forno statico in cui i pochi superstiti stanno a biscottare, in attesa di qualcosa.

Antonio, il mio coinquilino, è appena tornato da giù; chiacchieriamo, ci raccontiamo dell’estate.

“Sei stato in Fortezza?” “No non ancora, ci andiamo insieme?” “Ci sta”.

Arriva un messaggio, Mehmet è in ospedale.

“Dove?” “Al Santa Maria Nuova”.

Prendiamo il bus, scendiamo in San Marco, domandandoci cosa mai gli sarà successo. Chiediamo in accettazione, e l’addetto stenta a trovare il suo nome; passa un infermiere e ci dice che è nel suo reparto: Psichiatria (corridoio a sinistra, poi destra, scala, primo pianerottolo). Siamo un po’ scossi, ma ci tranquillizza dicendoci che dopo pochi giorni sarebbe uscito.

Di fronte a noi una porta verde ospedale, dietro un divano in pelle nera, alle pareti dei quadri, probabilmente di pazienti.

É il 12 settembre, mercoledì.

Ieri ho fatto assemblea in collettivo, mi sveglio ancora un po’ intontito dalle Best Brau, rullo un cicchino, faccio il caffè, vado in bagno. Sblocco il cellulare e mi metto a scorrere la home di Facebook in cerca delle notizie del giorno.

Leggo un titolo:

Nudo in strada aggredisce passanti, fermato con il taser

Poi il malore e la corsa in ospedale

Sono incuriosito, mi dice qualcosa. Ho come un deja-vu. Clicco, apro. “Momenti di panico stanotte, dopo le 2, nella zona della Fortezza da Basso a Firenze, dove un uomo, un 24enne turco, ha dato in escandescenze ed è stato bloccato dai carabinieri con il taser”. Panico, turco, 24enne, nudo, Fortezza, taser. Taser. Taser. Taser. Taser.

A un certo punto si avvicina un ragazzo: pelle scura, capelli disordinati, un certo non-so-che negli occhi, i piedi nudi.

Ci parla in inglese, ci chiede se può suonare con noi. In quel momento nessuno si sarebbe aspettato che dalla sua chitarra avrebbero iniziato a scorrere note così dolci, che quelle mani si sarebbero mosse con tale maestria, ma soprattutto che la sua voce fosse un vero dono del Cielo, una forza magnetica capace di liberarti dall’interno e di lasciarti estasiato.

Bussiamo, ci fanno aspettare. Chiedono chi vogliamo visitare, rispondiamo. Attesa. Dopo qualche lungo minuto abbiamo il permesso di varcare la soglia tra la pazzia accettata e quella rinchiusa.

Nel mio paese, giù in Salento, diciamo che le porte del manicomio sono chiuse al contrario: i pazzi sono fuori, i sani dentro.

Entriamo, proviamo a parlare con l’unico medico presente, forse il primario, ma ci pare interessata alla chimica più che alla persona; la lasciamo al suo cieco compilare impegnative e ci facciamo guidare dagli infermieri verso quello che un cartello definisce il “soggiorno”. I nostri sguardi si incrociano già nel corridoio. È diverso, anestetizzato, spento.

Mehmet, sicuramente è Mehmet, non può che essere lui.

Ne parliamo in cucina, siamo tutti molto scossi, Antonio è turbato; si veste ed esce di casa. Io e Alessandra restiamo lì a chiederci come sia possibile un uso così sproporzionato della violenza contro una persona come lui. Siamo increduli.

Sento di dover fare qualcosa: inizio a chiamare e scrivere ad amici che vivono nelle città dov’è in sperimentazione l’arma, chiedo notizie, magari qualche gruppo ha già raggiunto una sintesi sulla questione. Niente. Qualcuno ne ha discusso, ma per ora che “non è ancora successo niente qui” non si sa come reagire ad un evento simile.

Alterniamo chiacchiere, vino e musica.

Si chiama Mehmet, ha la nostra età, è turco, ma da un po’ gironzola per l’Europa con la sua musica, alla ricerca di qualcosa, o forse semplicemente per dar voce a quell’istinto primitivo che ci vuole tutti un po’ nomadi.

Ha avuto delle brutte esperienze in Turchia, accenna, sotto il regime di Erdogan, esperienze talmente pesanti che cui non vuole parlare. Ci parla del suo maestro, della musica tradizionale, dei Sufi, ascoltiamo melodie che non avevamo mai sentito prima, guardiamo video su YouTube e ridiamo, ridiamo tanto.

Siamo seduti attorno a un tavolo in formica, una finestra con sbarre di vetro alle mie spalle. Che ipocrisia. La parete alla mia sinistra è un brutto pattern slavato sui toni del verde e del giallo, alcune scritte di pazienti, in un angolo “Se ami più del fuoco il fumo di un cero, non usare l’oro nero”; sulla parete di fondo una libreria dell’IKEA sconsolatamente vuota.

A quanto pare nessuno parla in inglese, mi meraviglio che Mehmet sia comunque riuscito a fare amicizia con un infermiere.

Parlottiamo. Ci racconta che la notte prima era a fare il bagno nel laghetto della fortezza, che un tipo ha iniziato a inveire contro di lui, che si è alterato, hanno litigato e a lui, del fatto che fosse nudo, non gliene importava niente in quel momento. Alle forze dell’ordine, invece, importava. L’hanno internato, senza se e senza ma.

Scorro l’articolo, parlano di lui come di un uomo, ma è un ragazzo, come me. Parlano di lui come di uno aggressivo, ma non è vero, lo so. Scendo, arrivo alle note, cambio pagina: odio i commenti su articoli di questo genere, la gente dà il peggio di sé e a me monta un certo sentimento di schifo. Mi costringo, inizio a leggere “Se il turco nudo per la strada ti aggredisce… bene una passata di teaser… magari impara a vivere un po più civilmente”. Chi ha scritto si chiama Mehmet. Riso amaro.

Rileggo tutto. Nessuno parla di lui, nessuno si chiede cosa abbia vissuto, cosa si provi in una situazione simile, come ci si senta a subire un trattamento del genere. Ogni parola serve ad avere ragione, a prevaricare l’altro, a sostenere un’ideologia, un punto di vista.

Cantiamo qualche pezzo dei Beatles. Lui ci fa sentire qualche sua canzone, ma il massimo è quando le corde della chitarra intonano il riff iniziale di Redemption Song e la sua voce graffiante (quell’inglese pulito, ma suo, personale) riempiono l’aria e ci avvolgono come in una bolla nella quale essere pienamente noi stessi, senza pensarci, canticchiando insieme, fischiando, unendoci nel ritmo. Proviamo una pizzica, ma come al solito noi italiani non siamo quasi mai capaci di coordinarci su una canzone che non sia quella del Sole.

Alla fine non sembra messo così male, se non fosse per il rintontimento quasi catatonico che lo avvolge. Sento i discorsi di altre persone nella sala, parole di solitudine, di perdita, di disperazione.

Antonio ha portato la chitarra, si mettono a suonare. Per un attimo, in quella gabbia di matti, un uccello canterino era entrato con la sua gioia di vivere, con la sua incomprensibile capacità di sentirsi libero. Moses era tornato, i farmaci non potevano molto contro la sua forza interiore, avevano l’unico effetto di rallentare impercettibilmente le sue abili dita.

Un’infermiera piuttosto antipatica ci ricorda che solo i pazienti possono fumare nel “soggiorno” e ci avvisa che il tempo a nostra disposizione è scaduto; chiediamo se possiamo lasciargli la chitarra. “No”. “Portare una pianta?” “E chi se ne dovrebbe occupare, noi?” “Pennarelli?” “Sì, ma non matite”. “Capisco”. In un reparto di psichiatria non si può fare quasi niente, se non aspettare che succeda qualcosa, perdersi nel proprio disagio, bollato come pazzo, escluso, recluso.

Mi convinco a cercare tra altri articoli di giornali online, reprimendo il disgusto per il modo disumano in cui scrivono, trattengo il vomito e parto dal peggiore: Libero. Non una parola sul mio amico, parlano dei successi dell’uso del taser in altre occasioni, del post di Salvini che festeggia l’evento e invoca l’accesso alla pistola elettrica anche per la Polizia ferroviaria e carceraria, lo fa rilanciando un articolo de La Nazione. Lo cerco.

“Uno straniero in forte stato di agitazione psicomotoria e completamente nudo, se la stava prendendo con i passanti, gridando e avvicinandosi pericolosamente. In particolare aveva importunato una coppia che passava di lì a piedi e aveva anche colpito con dei pugni due senzatetto.“ Avvicinandosi pericolosamente, come una bestia. Cosa mi sarebbe successo se mi avessero beccato in una serata in cui ero sbronzo e preso male?

Mehmet ha un’attenzione particolare per i cellulari; gli hanno rubato il suo poco dopo l’arrivo in Fortezza. E la pedaliera. E l’amplificatore. E l’accordatore. Per lui, che vive di musica a migliaia di chilometri da casa, è stata una bella botta, ma sembra essersi ripreso. Non è un materialista, non gli importa delle cose, è diverso, pare sia interessato solo alla sua chitarra e alle persone con cui poter condividere esperienze e sensazioni profonde. Un’anima spirituale, insomma. “Moses!” lo saluta un ragazzo nigeriano. Mosè, l’uomo che condusse il popolo ebraico lontano dalla schiavitù.

Tornando a casa ci fermiamo in Fortezza, per recuperare la sua chitarra. Chiediamo ai ragazzi che vivono prima del lago, più vicini al centro: lo conoscono, ci chiedono di lui, ma per la chitarra bisogna domandare più avanti. Arriviamo quindi agli alberi dove ci siamo incontrati la prima sera e veniamo riconosciuti da Luca e Ahmed, anche loro vivono qui. Lo chiamano “Moses” ci chiedono come sta; hanno provato ad andare in ospedale anche loro, ma non li hanno fatti entrare. Altri ragazzi si avvicinano, chiedono di lui, ci organizziamo per andare a trovarlo nei prossimi giorni. Qualcuno racconta di quanto Moses sia altruista, del suo dividere sempre tutto con gli altri, noncurante di sé, forse troppo; tutti gli vogliono bene, tutti sono sinceramente preoccupati, si respira l’aria di una famiglia raccolta attorno a un proprio caro. Si è fatto tardi, prendiamo la sua chitarra, ci diamo appuntamento per il giorno dopo.

“Alla fine il 24enne turco è stato denunciato per resistenza a pubblico ufficiale.” Ma non era stato fermato perché aggrediva i passanti? Se la situazione era così grave da necessitare dell’uso del taser, perché non hanno sporto denuncia? Domande, come al solito un sacco di domande.

A me non interessa come sia andata la cosa, voglio solo che non gli facciano dell’altro male, ma già so che rinchiuso lì dentro non sarà al sicuro.

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