Una storia spaventosa: Animali Notturni di B. Bendinelli || Cinema e TV || THREEvial Pursuit

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23 Mag Una storia spaventosa: Animali Notturni di B. Bendinelli || Cinema e TV || THREEvial Pursuit

 

Una storia spaventosa: Animali Notturni

Il racconto si ispira al film di Tom Ford Nocturnal Animals e a tratti contiene spoiler

di Benedetta Bendinelli

 

ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER!

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Una vecchia auto americana corre tranquilla lungo una strada nera e deserta, la notte lascia pochi segnali ai bordi della via e soltanto i fanali bianchi della macchina esplodono tra la nebbia bassa e opaca che soffoca l’asfalto. Sul sedile posteriore una giovane adolescente attende l’arrivo a destinazione, battendo con forza le dita sulla testiera fredda del telefono. Davanti, sul sedile del passeggero e al suo fianco, ci sono un uomo e una donna che si scambiano veloci tenerezze.

– Qua il telefono non prende, siamo isolate nel deserto argentino e mi parli di un film horror.
– Non è un film horror, è drammatico. Ma lasciami finire.
– Preferirei di no ma non abbiamo molto altro da fare.

La vecchia auto americana prosegue a passo svelto, poche centinaia di metri più avanti si scorge una luce rossa, sono i fari posteriori di due macchine che occupano entrambe le corsie. L’uomo alla guida cerca di sorpassare mentre la moglie e la figlia osservano spaventate il buio tutto intorno. Le due auto rallentano per poi accelerare e lasciare spazio alla famiglia in viaggio. Tutto sembra scorrere in pace ma all’improvviso una delle due auto si avvicina di corsa ai viaggiatori notturni, comincia a speronare con violenza per poi finalmente mandarli fuori strada. L’uomo resta immobile, le due donne gridano con gli occhi sbarrati mentre fuori dai finestrini il vapore delle gomme bruciate lascia intravedere l’ombra di tre figure magre.

– Siamo da sole e sono ore che non incontriamo un’altra macchina.
– In parte ne sono felice, nessuno che ci dà problemi.
– Sì ma nel caso succeda qualcosa non possiamo chiedere aiuto.
– Non succederà nulla. Continuo a raccontarti.

L’uomo scende dalla macchina, si è fatto convincere dalle tre figure magre a sostituire la ruota anteriore. È forata ed è impossibile proseguire. I tre individui si mostrano subito violenti, uno più degli altri cerca il pretesto per scontrarsi con il padre di famiglia, ma il padre di famiglia è calmo e lascia che la situazione si plachi da sola. La madre e la figlia vengono fatte uscire dall’auto, uno dei tre le tiene a bada, lontano da tutti gli altri. Quello che sembra essere il capo del feroce trio si dedica al padre di famiglia, lo umilia e lo prende a botte, gli spacca il setto nasale e lo atterra quasi esanime mentre gli altri due uomini si divertono a spaventare la moglie e la figlia.

– Sai, negli anni Novanta queste cose accadevano sul serio. Uscivi al casello autostradale e trovavi una banda di criminali a pestarti con la mazza da baseball. Dovevi dargli i soldi e la macchina. La polizia poi ha individuato il gruppo e nessuno si è mai più fatto vivo per strada, ma sono andati avanti per un po’, così diceva il mio babbo.
– Tutto questo è rassicurante, considerando che siamo nel deserto argentino, nella pampa, dove cavolo siamo e intorno a noi non c’è assolutamente niente.
– Il niente mi rassicura.
– Buon per te, a me fa paura.
– Manca poco, ho quasi finito.

L’uomo con il naso fracassato e gli occhi pieni di lacrime ferme osserva i tre malviventi mentre sghignazzano e toccano le donne spaventate ma severe. Resta immobile in mezzo alla strada, si asciuga il rivolo di sangue che gli scorre sotto le narici bagnate. La moglie e la figlia si dimenano al fianco della loro auto, strette nella morsa spaventosa delle tre figure magre. All’improvviso qualcuno urla da un angolo di buio, le donne vengono prese alla sprovvista e caricate sull’auto sportiva del capo branco. Un altro uomo termina velocemente di sistemare la ruota a terra e scompare sgommando. Il padre di famiglia tende un braccio mentre con l’altro si asciuga la faccia dal sangue ancora caldo. Le due auto scompaiono nel nulla, lasciando dietro di sé una nube di polvere gialla.

– Perfetto, siamo quasi a corto di benzina.
– Vedrai che troviamo un’area di sosta, ci fermiamo per la notte.
– Non ho intenzione di dormire per strada, non ho intenzione di dormire e basta.
– Forse hai ragione, questa storia ha spaventato anche me. Ma non ho ancora finito.

Il padre di famiglia si mette alla ricerca della moglie e della figlia, s’incammina da solo in mezzo al deserto buio, raggiunge una piccola casa e riesce finalmente a chiamare la polizia. Cominciano le indagini, vengono fuori nomi e dopo poco si scoprono due corpi nudi sopra un divano abbandonato in mezzo al deserto. L’uomo riconosce le donne, la moglie e la giovane figlia. I volti che si tengono vicini in un ultimo respiro sordo, le braccia lungo i fianchi e la pelle bianca illumina l’oscurità della morte che ormai le avvolge da ore. Sono loro, insieme, perse e ritrovate.

– Hai finito?
– Sì, penso di sì ma non mi capacito di come si possa arrivare a tutto questo.
– Arrivare a cosa?
– A morire così e soli.
– Sono le cinque del mattino e ancora siamo in viaggio, non mi sembra il caso di affrontare questo argomento.
– Penso invece che dovremmo affrontarlo. Cosa faresti in una situazione del genere?
– Vorrei avere una pistola.
– Ma non ce l’hai. Cosa faresti se mi caricassero su una macchina e ti lasciassero sola in mezzo al deserto, con il naso rotto e il freddo che ti entra nelle scarpe.
– Camminerei fin quando qualcuno non si ferma.
– Dovresti avere paura, di questi tempi non sai mai chi ti capita.
– Sempre meglio che restare ferma.
– Lascia che finisca il mio racconto.
– Pensavo fosse finito.

L’uomo sconvolto e gonfio di rabbia silente si mette alla ricerca dei tre criminali, ripercorre la strada fatta dalle due macchine sgangherate, la sua e quella del capo branco. Sono le sei del mattino e fa già caldo. Non ha nemmeno una bottiglia d’acqua e presto la gola inizia a seccarsi, piena di polvere e di roccia sottile. La strada ha un solo nome e non si scorgono rotonde né deviazioni, ogni tanto compare qualche piccolo cancello di legno che segnala una zona privata. Oltre alle sbarre marce di legno essiccato non s’intravede nulla, così prosegue nell’attesa di una traccia che lo conduca al luogo del delitto. Il cielo basso sembra avvolgerlo in un mistero più grande di tutta la sua storia, più cammina, più i pensieri si fanno radi e comincia a percepire la fame, la sete e il sonno. Il sangue stanco si sofferma sotto le palpebre, formando delle grandi macchie scure al posto degli occhi. I capelli sporchi restano fermi sotto i colpi secchi del vento. Le mani si nascondono in tasca e si chiudono in pugni pronti al primo attacco. Continua a camminare.

– Guarda quanti animali morti. Dalle nostre parti non se ne vedono così tanti.
– Non bastava la storia di paura, adesso anche i cadaveri delle bestie.
– Siamo sulla Ruta 40, la più lunga in Argentina, questo momento deve essere speciale.
– Potremmo pensare a cose belle, al sole che arriverà tra poco e alla colazione in riva al mare.
– Non c’è il mare, lo sai bene. Siamo sole e questo è quello che conta, la solitudine e la via lattea sopra la nostra testa.
– Ho fame e ho paura.
– Tra poco arriviamo, mancano solo 90 chilometri.
– Vedo qualcuno là in fondo.

animali notturni 2 piccoloLa macchina rallenta al bordo della strada. Le due donne abbassano i finestrini respirando un po’ di aria pulita. La tanica di benzina nella bauliera ha riempito l’abitacolo di gas irrespirabile e serve una breve sosta per ricaricare il serbatoio. Ci sono due bottiglie di plastica sui sedili posteriori e una delle due tira fuori un coltello per creare un imbuto, serve a incanalare il liquido per non perdere una singola goccia di gasolio. Il cielo è pulito, le nuvole si muovono veloci verso altri continenti e tra le stelle vicine si fa spazio una luce rosa di velluto. Oltre il filo spinato che percorre tutta la strada si vedono animali liberi, cavalli neri dalla criniera rossa e i tori seguiti da stormi di corvi bassi. I lama color beige si confondono con la terra grigia, tutto si scioglie sotto il sole enorme che ben presto riscalda i ghiacciai delle Ande. Niente spaventa, niente osserva. Le due donne restano sole in adorazione dell’immenso deserto intorno a loro, fin quando un’ombra si avvicina lentamente verso la macchina. È un uomo, con i tratti del volto scavati dalle lacrime e dal sale, i pantaloni bucati sopra le ginocchia e la camicia marrone madida di sudore. Gli occhi neri fissano l’orizzonte lontano oltre le montagne basse e i piedi scalzi si irrigidiscono non appena si ferma. Le due donne si guardano, osservano lo spazio vuoto e la mattina che è appena nata. Nessuno parla e gli animali intorno a loro emettono dei suoni disperati. L’uomo fa un cenno con la testa indicando l’auto ferma con le quattro frecce.

– Che facciamo, dobbiamo aiutarlo.
– Non ci penso proprio. Sali in macchina e parti.

L’uomo si avvicina, tira fuori le mani dalle tasche e le apre in un segno di arresa.

– Che vuoi?

La bocca bianca mostra i denti vibranti, gli occhi neri ancora fissi nel vuoto a poco a poco si spostano verso il volto di una di loro. Fissi e imponenti controllano tutto il profilo pulito di quel corpo fin troppo gracile.

– Che vuoi? Perdonaci, non diamo passaggi agli sconosciuti.
– Te l’avevo detto, non dovevi raccontarmi questa storia.
– Era solo una storia, adesso che facciamo?
– Andiamo via, muoviti.

L’uomo chiude la mano sinistra in un pugno di ossa affamate, fissa le due donne e in pochi secondi è su di loro. Le colpisce alla testa e all’addome, raccoglie un sasso da terra e lo lancia sul volto della più alta. Mentre questa si riprende dalla botta l’uomo continua a percuotere a calci la schiena dell’altra. Si volta e lancia una gomitata nervosa in aria. Dopo aver ripreso il controllo sulle braccia continua a fracassare il cranio della prima a terra, piangendo di sangue e urlando senza più voce. L’altra donna si alza da terra ma lo sterno spezzato di dolore la fa cadere sulle caviglie deboli. Le due donne sono esauste, il respiro alto le tiene in vita ma la vista è già morta. L’uomo le osserva dall’alto, il sole è caldo e i rapaci stanno già volando basso. Si allontana dai corpi magri, fin troppo gracili. Non si volta a guardare le sagome colorate di schiuma rossa, adagiate sull’asfalto come fiori. Solo per un istante sembra fermarsi a pensare.
Ne manca uno, il colpevole più grande, il capo branco. Non è ancora finita.

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