Solanin: la ricerca dell’ikigai. Un articolo di C. Francioni || Threevial Pursuit

Solanin

La ricerca dell’ikigai

di Chiara Francioni

Solanin
Solanin di Inio Asano

Il passaggio all’età adulta per me non è stato facile. Le incertezze dovute al percorso professionale intrapreso sono state tante e il senso di smarrimento, portato dietro a mo’ di zavorra, mi ha fatto spesso dubitare delle scelte fatte e delle mie effettive capacità, costringendomi spesso a chiedermi, senza saper trovare facili risposte, quale fosse il piano che l’universo, o chi per lui, aveva in serbo per me.

Così, quando ho iniziato a sfogliare le pagine di Solanin, il capolavoro di Inio Asano (ma ci arriviamo dopo), ho subito capito che mi sarei trovata bene tra quelle tavole ricche di dettagli e pensieri. Sì, perché Solanin è un manga e, quindi, un fumetto. Ma non aspettatevi una serie interminabile di volumi con uscita mensile, perché in questo caso i tankōbon  sono solo due e hanno il pregio di narrare una storia meravigliosa sul passaggio all’età adulta in una metropoli esigente come lo è Tokyo.

Una piccola premessa. L’impostazione socio-culturale nipponica regala al “lavoro”, inteso come strumento, un ruolo di primaria importanza nella vita di un individuo e non solo perché esso costituisce la fonte del suo reddito, ma in quanto si pone come vero e proprio dovere sociale: il buon cittadino lavora, prima che per se stesso, per la collettività. Ne consegue che la scelta della carriera professionale da intraprendere acquisisce un valore esistenziale di enorme portata, se possibile ancora più simbolico di quello che gli viene attribuito dal modello italiano della Repubblica fondata sul lavoro.

– ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER! –
Meiko Inoue, protagonista di Solanin
“Non so cosa fare e sto accumulando tanto veleno”

La protagonista della nostra storia è Meiko, una giovane donna intenta a decifrare se stessa. Arrivata a Tokyo per frequentare l’università col cuore carico di speranze, si ritrova, dopo la laurea, alle prese con un lavoro impiegatizio dal quale non riesce a trarre le auspicate soddisfazioni e che la sfianca (gli impieghi nel terziario, in Giappone, hanno ritmi molto intensi, non a caso esiste, e ha un nome preciso, il fenomeno della c.d. “morte per troppo lavoro” ossia il Karoshi). Pur interrogandosi sull’eventualità che, da qualche parte là fuori, esistano altre strade da percorrere, Meiko, passiva per inclinazione, continua ad assecondare le regole sociali che la vogliono impiegata per il bene della comunità, tollerando la realtà aziendale e imperversando nella totale incapacità di comprendere quali siano le proprie aspirazioni

Senza troppo riflettere sulle conseguenze del suo gesto, un giorno, ormai esausta, Meiko decide di presentare le dimissioni nella speranza di potersi finalmente rimettere in gioco. Il sollievo iniziale, tuttavia, viene ben presto a scontrarsi con la realizzazione che “una libertà senza scopo è piuttosto noiosa”. Così, a una crisi se ne sostituisce un’altra: lo smarrimento, la ricerca di una nuova prospettiva senza una bussola e, infine, il temporeggiare nell’attesa che la verità si riveli in tutto il suo splendore.

“Da quant’è che cammino? Sento  come se fossero anni che ho perso la strada”

Accanto a Meiko c’è Taneda, il fidanzato storico. I due ragazzi, sinceramente innamorati, hanno frequentato la stessa università, condividono lo stesso  gruppo di amici e la  stessa abitazione. Taneda suona la chitarra e conserva ancora il sogno giovanile di sfondare con la propria band. La realtà, però, richiede concretezza e le pressioni che la società scarica sulle spalle dell’individuo, come si diceva poc’anzi, sono macigni.

Tanada Solanin
Taneda Naruo, fidanzato di Meiko in Solanin

Taneda è quindi costretto scendere a compromessi, accettando un impiego come freeter (col termine si indicano i giovani giapponesi che si mantengono con lavori part-time senza una particolare prospettiva) e collocandosi, così, nella zona grigia tra quello che l’etica nipponica del lavoro richiede al cittadino e il desiderio di conservare l’autonomia che un impiego a tempo pieno non consentirebbe. Anche lui,  proprio come Meiko, convive con il timore di aver smarrito la propria strada ed è paralizzato da un peso sempre più insopportabile: la consumante paura di diventare vecchio e privo di alternative prima di essere riuscito a realizzare le proprie aspirazioni.

“Era come se avessimo delle cose in sospeso nelle nostre vite”

Le dimissioni di Meiko segnano una svolta inevitabile. Taneda, finisce per diventare l’unico appiglio e il ricettacolo delle aspirazioni infrante della fidanzata  che, abbandonato il fardello delle proprie responsabilità, si concentra sul sogno del fidanzato, spingendolo a lasciare l’impiego e a concentrarsi, a tempo pieno, nella carriera musicale. Così facendo, Meiko mette in pausa la propria evoluzione, proiettando invece un morboso desiderio di realizzazione su Taneda. Il duro scontro con la realtà, tanto violento da sgretolare l’ideale visione del possibile ingenuamente coltivata dai due ragazzi (e, in questo caso, rappresentato dal fallimentare tentativo della band di Taneda di farsi scritturare da una casa discografica), porta con sé tensioni e “non detti” che sfuggono di mano a Meiko, ormai schiacciata dal nuovo peso dell’immobilità.

Taneda, al contrario, riceve una spinta verso la maturazione: riprende infatti in mano la propria vita, non senza soffrire per la rinuncia alla totipotenza che la gioventù mette sul piatto, finché dura. Taneda sceglie quindi di procurarsi un impiego a tempo pieno e di accontentarsi della musica come hobby.

“Ho i ragazzi, ho te Meiko. Forse per me è abbastanza così … d’ora in avanti troveremo inseme la felicità”

Ed è a questo punto che Taneda muore, vittima di un incidente in scooter, lasciando dietro di sé un vuoto apparentemente incolmabile.

“Diventerò brava a suonare la chitarra”

Lo sconforto in cui precipita Meiko, intriso di sensi di colpa, rischia di rendere permanente la stasi in cui la giovane era precipitata prima della morte di Taneda. Tuttavia è in questa seconda parte della storia che emerge, a sorpresa, una rinvigorita voglia di ripresa in grado di scuotere Meiko e i suoi pensieri. Un cammino, denso di emozioni forti e difficili da metabolizzare, che si pone, per la ragazza, a metà tra la necessità di elaborare il lutto e il bisogno di rinascita. Il percorso evolutivo innescato dal tragico evento è simboleggiato dalla risoluzione della giovane di imparare a suonare la chitarra del defunto fidanzato e di ricoprire, all’interno della band, il ruolo che lui ha lasciato orfano.

Questo la porterà a confrontarsi con i mondi interiori degli amici, a riscoprire l’importanza delle relazioni che è stata, nonostante tutto, capace di tessere, e a comprendere il senso delle altrui piccole grandi battaglie. Ma, più di ogni altra cosa, le consentirà di guardare dentro se stessa e di ricalibrare le aspettative di felicità che, in passato, si era aprioristicamente imposta. Il culmine di questo processo è rappresentato dall’unico concerto che Meiko farà con la band di Taneda, ormai diventata anche la sua band, esibendosi sul palco con cuore in gola e suonando l’ultimo pezzo scritto dal fidanzato: Solanin. Adesso Meiko è pronta per ricominciare. Adesso Meiko ha capito che si può essere felici anche se non è tutto esattamente come si sarebbe voluto che fosse.

meiko solanin
Meiko in una scena di Solanin di Inio Asano
Crescere o scegliere di non scegliere

Inio Asano, classe 1980, ha riversato nella sua opera l’opprimente senso di smarrimento che  accompagna la più grande delle sfide: crescere. Abbandonare l’età dell’irresponsabilità per imparare a comunicare attraverso linguaggio della società degli adulti non è affatto una transizione semplice, né indolore. L’individuo, privo di armi adeguate, si trova esposto alla vertigine pruriginosa che il  timore dell’irreversibilità delle proprie scelte porta con sé. L’affanno della rincorsa di quel tempo che, senza pietà, fugge via come nel sonetto di Lorenzo il Magnifico, si trasforma sovente in moti d’ansia difficili da controllare.  Un’impresa ostica che si radicalizza in una società, come quella giapponese, in cui l’importanza di trovare un impiego si pone come questione esistenziale, tanto che alcuni, schiacciati dalla pressione, scelgono di non scegliere, manifestando comportamenti esclusivi come quello degli Hikikomori o dei Neet.

Anche in Italia, però, il disagio si fa sentire. Quanti di noi, almeno una volta, si sono sentiti confusi, inadeguati e incapaci di scegliere? Io, per lo meno. Come vi dicevo in apertura, raccontandovi un po’ gli affari miei.

Alla ricerca dell’ikigai

La ricerca di Meiko è, in fin dei conti, la ricerca di chiunque. Ed è qui che si deve compie il balzo concettuale suggerito da Asano: la ricerca, quella vera, non è volta a trovare il proprio ruolo nella collettività come contribuente. La vera quest ha una portata più intima e profonda perché finalizzata a individuare un punto di equilibrio soggettivo dal quale ricevere appagamento costante, nonostante le angherie che la vita ci propina. In altre parole, è la ricerca di cosa ci renda davvero felici, al di là del lavoro, al di là della società, al di là delle aspettative che ci vengono imposte dall’alto e tramandate da generazioni ormai scomparse.

I giapponesi hanno una parola per identificare un concetto che mi è molto caro: ikigai.  Iki’ significa vivere, mentre ‘gai’ ragione (o scopo). L’ikigai in sostanza è la ragione di vita, ossia il motivo che ogni mattina ci spinge ad alzarci dal letto e affrontare la vita di petto. La ricerca dell’ikigai è un cammino introspettivo che chiama l’individuo ad ascoltare se stesso per riuscire, infine, a comprendere ciò che può  trasformare la quotidianità in vera e propria fonte di realizzazione. Insomma, una solida base sulla quale porre le fondamenta del nostro progetto esistenziale.

Asano, che consiglio anche a chi non è un otaku incallito come la sottoscritta, compone un’opera densa, sia graficamente che sul piano dei contenuti. Un’opera destinata a scuotere la più arida delle coscienze e a evocare  riflessioni sulle quali è consigliabile spendere un po’ del proprio tempo. La vita è in salita, praticamente quasi sempre, non disdegnerei quindi la possibilità di imparare a trarre un genuino appagamento … che so, dal perdersi con lo sguardo su un prato baciato dal sole, mentre un amico ti sussurra stronzate nell’orecchio.

Solanin: la ricerca dell’ikigai. Un articolo di C. Francioni || Threevial Pursuit

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su