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Il silenzio dei rovi, un racconto di L. Notarianni || Three Faces

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15 Nov Il silenzio dei rovi, un racconto di L. Notarianni || Three Faces

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Il silenzio dei rovi

di Luca Notarianni

Illustrazione di Dissenso Cognitivo

 
Dicono che guardarsi indietro serva a capire meglio chi siamo ora. Cazzate. Il passato non è altro che una dolce prigione nella quale rinchiudersi, evitando, con tutte le nostre forze, di diventare quello che potremmo essere.
È con questi pensieri che Veronica si faceva compagnia guardando il bosco di fronte a casa dei suoi nonni. Erano circa vent’anni che viveva lì, da quando ne aveva otto per la precisione. Trascorreva le sue giornate a riflettere, concedendosi ogni tanto una passeggiata nel verde. Il suo sguardo era fisso sul passato. Aveva l’atteggiamento tipico che farebbe imbestialire tutti quelli che professano la pro attività e la resilienza. A Veronica, semplicemente, non gliene fregava un cazzo. Viveva soltanto di ciò che era già accaduto: lo analizzava, lo faceva a pezzi, lo ricomponeva per poi distruggerlo di nuovo. Un puzzle infinito di ricordi che la ragazza, coscientemente, non voleva abbandonare.
Da quattro anni, Veronica aveva iniziato una terapia a domicilio completamente pagata dai nonni: ogni giovedì, per un’ora, uno psicoterapeuta si recava a casa sua e provava a farla parlare. Lei, mai una parola. Fedele al suo mutismo come un cane da guardia, non lo avrebbe mai tradito. Nessuna voglia di pensare al cambiamento, nessuna voglia di far entrare qualcun altro in quel suo mondo fatto solo di passato. I nonni, che qualcosa dovevano pur farla, continuavano a pagare una speranza più che una necessità.
Veronica non parlava da quando aveva otto anni, ovvero da quando i nonni l’avevano strappata dalla sua cameretta. Da quel giorno aveva alzato un muro contro il quale nessuno aveva potuto nulla. Quando i rovi prendono possesso di un cuore nessuna falce può abbatterli. Si chiamano difese e Veronica ne aveva di forti e robuste. Le servivano a proteggersi, a sentire il dolore nel modo giusto, a renderlo sopportabile. Nessuno poteva affacciarsi a sbirciare. Veronica, rispettosa del mondo che la circondava e delle persone che provavano a prendersi cura di lei, aveva deciso di non parlare. Aveva deciso di risparmiare gli altri da quello che nascondeva dentro di sé. Per questa attenzione pretendeva lo stesso rispetto per il suo mutismo.
“Non provate a farmi parlare” pensava “lasciatemi in pace, vi giuro che nessuno di voi vuole ascoltare veramente quello che ho da dire”.
Soprattutto non voleva ascoltarlo lei. Voleva solo restare in apnea in quel mare di ricordi. Una sorta di prigione dorata dove fissare la parete, senza percepire quello che accade intorno. Era lì che voleva restare. Aveva altri modi per evadere, più consoni a quella condizione di vita che aveva scelto. Perché per lei, anche se è difficile comprenderlo, era stata una scelta. Veronica leggeva, divorando in media tre, quattro libri a settimana. Non parlava, ma non era stupida e ragionava bene, anche se nessuno poteva saperlo. Sapeva che un giorno, in qualche pagina, avrebbe trovato quella frase, quella parola o quel concetto che l’avrebbero portata ad alzarsi e bruciare i rovi che avevano circondato la sua anima. Sapeva che, indipendentemente da chi provava ad aiutarla, solo lei aveva questo potere. Un giorno sarebbe arrivata quella frase che, come una fiamma apparentemente docile, avrebbe innescato dentro di lei l’incendio definitivo. Il fuoco che tutto riduce in cenere, anche le prigioni dorate.
“Fino a quel momento, però, non provate a farmi parlare” continuava a ripetersi in testa, come una silenziosa preghiera al mondo.

Erano le quindici di una domenica pomeriggio, il giorno di riposo. I nonni di Veronica erano appena rientrati dall’orto sotto casa. In mano avevano due ceste che con difficoltà riuscivano a trattenere pomodori, insalate, cipolle, carote.
«Veronica! Vedrai tra poco che odori sentirai per casa, guarda qui cosa abbiamo raccolto io e il nonno».
Trascorsero i seguenti quindici minuti a perlustrare accuratamente tutta la casa, urlando «Veronica, Veronica!» Una decina di minuti la dedicarono a chiamarla affacciati nel bosco che nasceva davanti la loro abitazione. Nessun segno della sua presenza. Il cellulare della ragazza, che non utilizzava mai e che loro le avevano comprato per spronarla a restare in contatto con un mondo che palesemente rifiutava, era lì, sul divano. In lacrime chiamarono la polizia. Si accorsero solo dopo che sul pavimento, ai piedi del tavolino, c’era un libro aperto. Già dall’aspetto non sembrava una casualità. Era aperto su una pagina precisa, e una frase era evidenziata dal segno di una matita. La lessero più volte ad alta voce. A una certa età ci vuole tempo a captare determinati segnali ma i nonni di Veronica non ne impiegarono molto. Alla quinta ripetizione della frase si guardarono e, senza dirsi nulla, uscirono di corsa. Avevano capito, o almeno lo speravano.
Le pene che si conoscono e che non possono essere alleviate ci fanno diventare demoni. Parole di Emily Dickinson, la sua poetessa preferita.
Mentre si avvicinavano al luogo dove credevano di poter trovare la nipote, videro, proprio in quella direzione, un’alta colonna di fumo che sembrava volesse inghiottire il bosco sottostante. Pensarono al peggio.

Circa due ore prima.
Veronica giunse davanti al casolare. Era esattamente come lo ricordava vent’anni fa, prima di essere portata via. C’era solo una piccola differenza: l’evidente incuria aveva lasciato una parte dell’abitazione in balia di rampicanti e rovi. Rifletté su quanto il cuore possa somigliare al posto in cui si è nati.
Si affacciò a una finestra. Dentro c’era un uomo in pantaloncini e maglietta che guardava la tv. Intorno a lui diverse bottiglie di vino vuote. Veronica bussò. Dopo qualche minuto, probabilmente impiegato per controllarla, l’uomo aprì. Puzzava di alcol. Avrà avuto una cinquantina d’anni ma ne dimostrava almeno dieci di più.
«Che cazzo vuoi?» l’accolse. Veronica non rispose, come solo lei sapeva fare.
«Senti non ho tempo da perdere, che vuoi?» trovò di nuovo silenzio.
«Mi stai prendendo per il culo?… Certo che sei carina però» l’uomo iniziò a guardarla dall’alto verso il basso come uno sciacallo guarda i resti di una carcassa. Cominciò a salivare, come si fa davanti a una pietanza gustosa.
L’uomo continuò ad osservarla bene. Troppo. Fece qualche passò indietro quando riconobbe la catenina che Veronica aveva al collo. Istintivamente l’uomo portò le mani al volto:
«Veronica! Sei tu?» il tono stavolta aveva il suono della disperazione.
La ragazza si avvicinò guardandolo fisso negli occhi.
«Anche oggi mi hai guardato come facevi quando avevo solo otto anni».

Quando i nonni di Veronica fermarono la macchina, si precipitarono giù per la collinetta. Davanti a loro diversi poliziotti delimitavano l’area; i vigili del fuoco stavano spegnendo l’incendio che aveva distrutto il casolare di Michele, il loro figlio. Le fiamme avevano iniziato anche a mangiare i primi alberi del bosco. A terra un corpo era ricoperto fin sopra la testa da un telo bianco.
«Chi siete? Conoscete la ragazza?» disse un poliziotto avvicinandosi agli anziani che con gli occhi lucidi si guardavano intorno.
«Siamo i nonni».
«Abbiamo trovato la ragazza lì, seduta vicino a quell’albero. Stava fumando una sigaretta mentre guardava la casa bruciare. L’uomo, invece, prima di finire tra le fiamme è stato accoltellato. Potete forse spiegarmi qualcosa?»
Gli anziani si voltarono verso Veronica che, ammanettata, si stava dirigendo verso la volante accompagnata da due poliziotti. Non disse una parola, aveva parlato abbastanza per quel giorno.
«Veronica!» urlò la nonna.
La ragazza le sorrise, serena, rilassata, come poche volte si era mostrata. Alle sue spalle non bruciava soltanto una casa: bruciavano anche l’inferno e i rovi che le avevano avvolto il cuore. Veronica aveva deciso che era giunto il giorno di sentirsi libera.
 
 

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