Senza ombra di dubbio, sono atea di S. Mattei || Viaggio || THREEvial Pursuit

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18 Lug Senza ombra di dubbio, sono atea di S. Mattei || Viaggio || THREEvial Pursuit

 

Senza ombra di dubbio, sono atea

di Selene Mattei

cammino dei principale

“Perché scegliere di immergersi nella natura cinque giorni?”

Ok, no, troppo finto. Riniziamo: “Il cammino degli dei: fra natura incontaminata e pace dei sensi”.

Oh mio Dio, sembro il promoter grasso di una pubblicità su un canale di seconda mano.

Dai, ancora: “Molla tutto e parti”. Ma molla cosa? Che cazzo dico? Va bene, niente, toglierò il velo della vergogna. Racconterò la verità.

Da un po’ di tempo la mia vita è un tuffo continuo nella frustrazione. Scelgo trampolini sempre più alti e aspetto l’impatto con l’acqua per lasciar scivolare via tutta la paura. Quando riemergo, ecco che prendo finalmente fiato e torno ad annoiarmi. E allora via su di nuovo, al prossimo trampolino, ancora più alto. In questo saliscendi senza logica – davvero, esiste qualcuno che riesce a non sfondare il debito della frustrazione, mantenendo un bilancio positivo fra dovere/piacere? Nella mia vita, come economista faccio schifo… – mi sono dimenticata cosa dovevo dire. Ah si, in questo saliscendi senza logica, il confine fra dovere e piacere è diventato troppo sottile. E vi giuro che fra tutti i quaquaraquà che si fanno adesso sui confini questo è l’unico che dovrebbe essere permanente e definito.

Io, come dicevo sopra, quel confine non lo vedo più tanto bene. Per riprendermi, ogni tanto decido di concedermi giorni di relax in mezzo alla natura, o meglio al mare, fra buon cibo e messaggi thailandesi in hotel di lusso pensione completa. Per questo ho deciso di affrontare con altri sei ragazzi che la pensano come me Il cammino degli Dei, non in sette giorni, ma in quattro, in tenda, senza bagni, senza sapone, con una scorta infinita di scatolette di tonno, con una felpa e tre magliette e sopratutto con il cellulare spento.

Mi sono dimenticata di scrivere in cosa consiste il cammino degli Dei e mi sono persa nei vaneggiamenti del caso. Forse era meglio seguire la linea del tour operator di bassa lega. Proverò a (non) recuperare:

Il cammino degli Dei unisce 130 km da Bologna a Firenze attraverso antiche strade romane immerse nella natura. Se vivete in città, state attenti: ci sono così tanti alberi che l’ossigeno vi darà alla noia, consiglio a tutti di portare almeno un pacco di sigarette per riprendersi da tutto quel verde.

Se cercate online dicono che, per affrontare il cammino, non serve nessuna preparazione fisica. Beh, sappiate che dicono la verità, in parte. Quello che non dicono è che serve una preparazione mentale tale che a confronto i corsi di coaching di Philip Kotler sono paragonabili alla veridicità delle affermazioni di Barbara D’Urso mentre cerca di affrontare un qualsiasi argomento: parole vuote e senza una qualche forma d’utilità.

Giusto se credi in Dio puoi farcela senza rimanere leso da stress post traumatico. Anzi, se credi negli Dei, perché uno non basta; alla fine penso che si chiami così proprio per questo. Io comunque ero agnostica al riguardo ma dopo questa traversata sono diventata fermamente atea. Nessun Dio per me, neanche per sbaglio.

La verità è che abbiamo camminato moltissimo, probabilmente troppo, ma abbiamo visto posti meravigliosi che non vi racconterò perché onestamente – ve l’avevo detto che sarei stata sincera – ci metterei troppo e vi annoierei più di quanto non abbia già fatto.

Vi racconterò soltanto della parte più bella, quella che a dire di tutti è stata la migliore.

La parte più bella del cammino degli Dei si trova in Toscana, subito dopo il confine con l’Emilia Romagna. Varcando la linea naturale che divide le due regioni il paesaggio cambia immediatamente. l faggi che costellano il versante emiliano s’interrompono all’improvviso per lasciare spazio una fitta distesa di pinete.

“Vedi te l’avevo detto, cambia tutto di botto” mi dice Alba.

Persino l’odore si fa diverso, più asciutto, fresco, denso. Andando avanti, le pinete iniziano via via a diramarsi fino a diventare pezzi di tronco tagliati di netto. In mezzo a quel cimitero sembriamo tutti renderci conto che “l’uomo è una merda, guarda che schifo”, e qualcuno lo dice alle mie spalle.

Forse è vero, magari dovremmo solo ritrovare la forza di stare di nuovo a contatto con la natura per capire la deriva delle nostre vite capitaliste. Dopo un chilometro di passeggiata fra i morti la strada ci fa voltare al di là del monte, ed è lì che la natura torna a vivere.

Due colline infestate da fiori di ogni colore s’incrociano dietro un casolare abbandonato. Sullo sfondo, un’altra parete di colline dalle punte più aspre circonda quel piccolo pezzo di paradiso. Intorno, nessun rumore. Ed è stato in quel momento, quando tutto taceva nella sua perfezione, che ho sentito fosse giusto pronunciarmi con una rara perla densa di eleganza e voluttà baudleriana.

Vi lascerò così, attraverso le parole più alte da me mai pronunziate per descrivere la bellezza delle cose mute: “Raga, che palle, io ho fame, mangiamo?”

Ah, che eleganza femminea, poesia.

*postilla delucidante riguardo la img. di copertina: sappiate che quando le gambe non basteranno più vi servirà un cuore molto grande in grado di pompare una cosa come 220 litri di sangue da un’aorta sovradimensionata simile ad tubo d’alimentazione di una Ferrari 963 CV.

 

 

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