Sanremo ’20: l’altra faccia del talento, un articolo di R. Cipro || Three Faces

Sanremo ’20: l’altra faccia del talento

di Rossella Cipro

Il tempo passa, le cose cambiano. Ricordo quando, da bambina, Sanremo era un evento. In famiglia, ogni sera, si guardava la musica. Tutti insieme si cantava, una volta imparate a memoria le canzoni. Ricordo che mi sarebbe piaciuto guardarlo prima dell’avvento del nuovo secolo, per capire com’era, se era diverso o se è sempre stato la stessa storia. Tra tutto io ricordo Dolcenera. Ricordo ritmi travolgenti e musica orecchiabile. Ricordo testi interessanti, scene emozionanti, a tratti commoventi. Ricordo il duetto di Ficarra e Picone sulla Sicilia, gli interventi seri e le frecciatine politiche. Ricordo colpi di scena, la lettera di un operaio, un uomo appeso al corrimano di uno dei soppalchi. Ricordo Vessicchio e Riccardo Cocciante.

Ricordo che poi il tempo è passato, quella bambina è cresciuta e ha smesso di guardare Sanremo. Dopo anni, nel 2020, Amadeus arriva a condurre il Settantesimo Festival della Canzone Italiana. Confesso che era il mio conduttore preferito all’Eredità, ideata e condotta da lui dal 2002 al 2006, e che l’ho poi rivalutato scoprendo che dirigeva un programma talmente imbarazzante che – ho controllato – non figura neanche più nella sua carriera televisiva. Ciononostante, ho sempre stimato quell’uomo, e questa era la sua rivalsa, ne ero certa!

Ma nessuna rosa è senza spine e nessun uomo è senza peccato. Così Amadeus fa un passo indietro e si tira addosso la pioggia di critiche del popolo femminista che urla al boicottaggio. Non che non fossi arrabbiata. Certo che lo ero. Nessuno si deve permettere di pensare che una donna è donna solo se sa stare un passo indietro rispetto all’uomo. Lui lo ha fatto e io ci sono rimasta male. Nonostante ciò ha superato l’aspettativa della percentuale di ascolti, che si è rivelato il più alto dal 1999, ed è successo proprio perché ci siamo rimasti male.

La curiosità mi ha sovrastata e così mi sono approcciata in modo diverso a questo evento, e l’ho guardato. Mi sono detta che se volevo capire quell’uomo, Amadeus, dovevo guardarlo mentre realizzava il suo sogno, mentre realizzava il sogno di ogni conduttore televisivo. L’ho visto così felice! Forse un po’ impacciato a volte, non sempre a suo agio e non sempre pronto a fronteggiare l’imprevisto, ma era naturale. Quel modo naturalmente inconscio che abbiamo tutti di comportarci, quando abbiamo una responsabilità sulle spalle e la consapevolezza di aver raggiunto l’obiettivo, di aver vinto; e siamo talmente contenti che, come un assetato che regge finalmente un bicchiere colmo d’acqua, con mani tremanti, rischiamo di eccitarci talmente tanto da riversare tutta l’acqua a terra, e restare all’asciutto, con i morsi della sete. Come quando siamo pieni di passioni e queste escono senza che alcuna maschera riesca a controllarle.

Sanremo 2020 Threevial
Photo by Ansa/Riccardo Antimani

Alla fine però in soccorso del nostro Amadeus è arrivato lui, il vero protagonista di questo Sanremo 2020: Rosario Tindaro Fiorello. Entra in scena e stravolge, coinvolge, riavvolge. Il conduttore sembra lui, l’Ariston è tutto suo. Se la balla e se la canta e a ogni pausa, in qualsiasi momento di morte tra una canzone e l’altra, compare e intrattiene. Ed è molto bravo a farlo. Ha lanciato frecciatine a destra e a manca a partire dalle critiche ad Amadeus, alle sardine, alla Rai e soprattutto al pubblico. Con “La classica canzone di Sanremo” ha detto tutto, e non c’era altro da dire. Una brano sul tipo di canzone che a Sanremo vince sempre: apolitico, senza critica, che parla d’amore e di sentimento.

E infatti, per restare su questa linea, la censura del videomessaggio di Roger Waters, che doveva andare in onda nel corso della prima serata, prima dell’intervento toccante di Rula Jebrael, giornalista e scrittrice palestinese, è stata vista come una limitazione di libera espressione. Non voglio addentrarmi molto nell’argomento, o perderei il punto. Ma c’è chi dice che sia stato a causa dell’orientamento filopalestinese di Roger, altri che era una questione di tempistiche e di scaletta. A voi le considerazioni. Io in fondo voglio solo far emergere le differenze tra un festival della canzone e un karaoke al Red Garter.

Sì, perchè, tra tante belle voci, tanta tecnica e tanto ritmo, ciò che è rimasto nella mente dalle gente è “la musica, e il resto scompare”. O quasi. Perché poi a restare è la tutina di Achille Lauro e tutti i capi usati nella sua sfilata. È Miss Keta e il suo duetto con Elettra. Imbarazzante, dico davvero. È il passo indietro di Bugo e non il testo di Junior Cally o Levante.

Alla fine comunque ha vinto Diodato con la classica canzone italiana, e ha trionfato Fiorello e hanno avuto la loro ultima falsa gloria i Ricchi e Poveri. Non c’era contenuto sociale, se non la questione del femminicidio che è stata sottolineata e rivangata per tutte e cinque le serate. Il fatto ha raggiunto il culmine con la comparsa in scena di sette artiste italiane: Fiorella Mannoia, Alessandra Amoroso, Giorgia, Gianna Nannini, Elisa e Laura Pausini hanno presentato il loro concerto “Una, nessuna e centomila”, un’idea per raccogliere fondi per la campagna contro la violenza sulle donne.

La cosa che mi ha sorpreso è che non hanno cantato nemmeno una canzone. Hanno pronunciato una frase a testa. Era così triste e scontato, che ha perso il suo senso e ha preso una forma che è la stessa che abbiamo dato all’amore: quella di un gioco per bambini, un gioco semplice e sconsiderato. Un gioco che però è pericoloso, ma questo nessuno vuole saperlo,  nessuno vuole ammettere quanto dolore genera un amore che diviene ossessione.

Per questo quelle donne non hanno cantato in pubblico, perché al pubblico non era permesso scoprire la gravità della violenza perpetrata verso un altro essere umano, sopratutto se è una donna, che è indifesa, nuda, senza armi per fronteggiare l’enorme esercito della tradizione secolare, quella solita, quella patriarcale, che lascia impronte indelebili nell’istruzione, nel lavoro e nella società. Per questo alcune donne ritagliano il loro spazio, lontano dal coro. Ma non è di questo che voglio parlare.

Era del talento che volevo scrivere. O meglio, della mancanza di talento e dei vuoti senza senso, dei silenzi imbarazzanti, delle voci che non suonano, delle note che si alzano per coprirle, del coro che cerca di salvare l’altra faccia del talento. Quel talento che non vedi ma che attecchisce, che va di moda e che attira l’attenzione. Quel talento che non è altro che un idolo, un simbolo, una figura, un gesto caratterizzante, un nuovo disco in uscita e un tour nazionale in partenza, un sacco di soldi da guadagnare.

Nessun brivido ha attraversato la mia pelle ascoltando le loro voci, perché non stavano cantando. Nessuna sensazione ti pervade se le ascolti a occhi chiusi. La musica di questo talento esiste solo in funzione dello spettacolo che figurativamente riesce a mettere in scena. Puoi anche cantare in modo pessimo, ma se sei un uomo con trucco e tutina aderente, o una donna con tette enormi e un vestito aderente, quindi, se metti un vestito aderente, allora tutti dimenticheranno la tua voce e ricorderanno solo la tua immagine, e forse qualche nota, ma nient’altro.

Ovviamente scherzo sul vestito aderente. O almeno, lo intendevo come una metafora, per dire che se dai spettacolo e rompi la consuetudine di quello che si presenta agli occhi, che sono gli organi con cui per primi ci approcciamo allo spettacolo della creazione e dell’arte, tutto il resto viene percepito in secondo luogo. Ecco perché ha vinto Diodato, perché non stonava con le aspettative delle persone, non era né più né meno di quello che doveva essere: la classica canzone di Sanremo. La classifica ufficiale è giusta e tiene conto del suono, della voce e delle parole, ma ciò che ricordiamo non è la classifica, né le belle parole, né Amadeus.

 Per questo, alla fine, Sanremo 2020 lo ha vinto Achille Lauro.

Sanremo ’20: l’altra faccia del talento, un articolo di R. Cipro || Three Faces

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