S. La nave di Teseo di G. Landini || Arte e Letteratura || THREEvial Pursuit

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18 Apr S. La nave di Teseo di G. Landini || Arte e Letteratura || THREEvial Pursuit

 

S. La nave di Teseo

Metanarrativa, paradossi identitari, J.J.Abrams… e i conati da sprofondamento nella finzione

di Guido Landini

 

s. la nave di teseo2
Una sera ero a farmi una birra fuori con amici, quando l’occhio mi cade su un lettore vorace al centro della sala, piuttosto concentrato nel tepore dolciastro del pub. Anzi l’occhio mi cade sul libro che ha tra le mani, farcito di fazzoletti e cartoline, talmente malmesso e scarabocchiato che ne provo pietà.
Chiedo allora al lettore cosa stia leggendo, non senza lasciare intendere un tono di motteggio riferito al povero libro. Il lettore alza lo sguardo e, facendo spallucce, mi risponde che è fatto semplicemente così.
Di lì a poco vengo a sapere che quel volume vandalizzato a tal punto da sembrare una copia in prestito da una biblioteca di un ateneo statunitense, altro non è che una copia in commercio, stampata in Cina, di S. la nave di Teseo, il “primo romanzo di J.J. Abrams”.
Mi sfugge una rumorosa espressione di stupore.
Da amante di Lost, so bene che quando zio Abramo mette le mani sopra un prodotto di finzione, il mistero è assicurato, anzi diventa spassoso. Ecco che la serata passa, e quel titolo rimane un chiodo nella testa.

Facendo qualche blanda ricerca su internet, vengo a sapere che Abrams ha messo l’idea alla base del lavoro. Infatti un bel giorno al parco, zio Abramo ha trovato un libro sopra una panchina con dentro scritto: “a chi trova questo libro si prega di leggerlo e portare il libro da qualche parte e lasciarlo in modo che qualcun altro lo possa leggere.” E da lì è scattata la lampadina.
Poi lo smazzo di scrittura vera e propria se l’è accollato invece il sig. Doug Dorst, professore di creative writing dell’Università del Texas (e già su un piano –diciamo – reale si potrebbe discutere su chi sia l’autore).
Non mi addentrerò qui nella trama, né mi interessa recensire o esprimere un giudizio valutativo sull’opera (che nel complesso, mi è piaciuta).
Diciamo che alla base c’è una storia, La Nave di Teseo, l’ultimo romanzo di V. M. Straka, autore fittizio di cui non si sa nulla e che sembra essere stato al centro degli eventi storici del XIX secolo. Poi parallela alla storia si palesa un’altra storia, quella di due lettori, Jen e Eric, che si conoscono attraverso i commenti inseriti a margine o a lato delle pagine.
Dentro questa storia ne nasce un’altra, e così via: fin qui classica metanarrativa, niente di speciale, soltanto esperimenti incasina-cervelli già ampiamente collaudati (Se una notte d’inverno un viaggiatore, La storia infinita, e per prendere veramente un classico del genere, Le mille e una notte). Ovviamente in perfetto stile zio Abramo, non aspettatevi che tutto venga svelato…

s. la nave di teseo piccolaCalandosi nella lettura (nelle letture?) si avverte però che qui c’è qualcosa di asfissiante, c’è qualcosa che spesso è… troppo.
Se potessi racchiuderlo, direi che questo “troppo” è compreso tra la nausea e l’eccitazione febbrile, tra l’horror vacuo della densità della scrittura e la vacuità di una calcolatissima finzione in cui naviga questo prodotto (appunto non solo un romanzo, perché S. La nave di Teseo è in tutto e per tutto un bene di consumo finito, bello da toccare e da guardare, a metà strada tra un game book e un oggetto da collezione).
Un senso di eccedenza non deriva tanto dalla fitta rete di rimandi, intrecci, sospetti e codici riportati alla luce, né tantomeno da una manipolazione ingegneristica degli spazi diegetici.
È proprio un dubbio terra-terra: ma cos’è esattamente quello che ho tra le mani? Perché si avverte come una conseguenza… fisica alla lettura, qualcosa che riguarda il suo packaging, che si può toccare.
Perché S. la nave di Teseo permette di accedere ad un’ipertestualità cartacea, permette di visualizzare, attraverso il tenue distacco del lettore e in maniera analogica, quello che altro non è che la nostra attività quotidiana sul web: leggiamo testi, li commentiamo, lasciamo commenti ai commenti.
S. la nave di Teseo fa sentire il peso di queste azioni inconsistenti.
I numerosi simboli, espressioni ed immagini che entrano in gioco poi, sembrano rimandare ad un mondo reale, cioè un sistema di relazioni che preesistono… e apparire al tempo stesso completamente gratuiti e “buttati lì”, veri e propri trompe-l’oeil, finestre e altarini che si aprono su paesaggi che non hanno consistenza propria.
È il contesto dunque a fare la storia, il mondo-labirinto che penetra la pagina come il Tlön nelle Finzioni di Borges? È un’espansione incontrollata di dati e materiali, che incrociati insieme danno una parvenza di coerenza?
Una roba schizofrenica.

Se per districare l’intreccio e le varie interpretazioni non basterebbero un gomitolo di lana e una bacheca bella grossa, si può individuare però un fil rouge che coinvolge le varie vicende: quella vissuta dal protagonista S., la vita dibattutissima del presunto scrittore Straka, quella dei giovani lettori e persino il titolo dell’opera. È il tema dell’identità.
Perché la Nave di Teseo è il nome di un paradosso identitario: è la domanda metafisica se la nave dell’eroe greco (un tutto) rimanga sempre se stessa dopo che nel tempo abbia modificato albero, scafo, timone (le sue parti). Che poi altro non è che una versione mitica del paradosso del Sorite: un mucchio di granelli di sabbia rimane lo stesso identico mucchio se tolgo un granello? E se ne tolgo due?
Poi dieci, venti, infiniti?
S. la nave di Teseo configura un battaglia tra discreto e continuo, dove il primo schieramento contempla la possibilità che realtà e finzione siano separate e individuabili, mentre il secondo, affatto.
Siamo la somma delle nostre esperienze, o qualcosa di più, un valore aggiunto, qualcosa di diverso? Siamo un’operazione di “riscrittura in itinere”, di eterna revisione, oppure oggi siamo l’opera che ieri non c’era?

Si possono trarre alcune conclusioni: il racconto di una complessità richiede altrettanti supporti complessi e differenti, oltre che una pluralità di registri e linguaggi, e per capire una finzione bisogna dunque immergersi in una finzione più profonda, e guardarla dal basso. Come quando in Pagemaster i colori, cioè le storie, fuoriescono dalle pagine della biblioteca inghiottendo Macaulay Culkin, la vicenda trasla da un livello di finzione ad un altro (codificazione da testo a disegno animato. Il tutto all’interno di un film).
Oppure è possibile che un universo fatto di lettere, mappe, note ai margini e brochure detenga uno statuto ontologico reale, anzi sia terribilmente vero nella modalità in cui riproduce gli interventi e le nostre esposizioni all’immaginario e alla cultura digitale: la frammentazione delle informazioni, il rumore di fondo, è il mondo post-digitale di cui facciamo parte.
Dunque S. La nave di Teseo sicuramente fa pensare, ma può non essere così divertente. Perlomeno lo si può leggere comodamente senza segnalibri, prestando attenzione a non spostare troppo i vari supporti (sempre che non si voglia avere tra le mani S. la nave di Teseo2).

Fonte immagine 1: http://utilisputidiriflessione.blogspot.it/

Fonte immagine 2: http://libriecreazioniamano.blogspot.it/

 

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