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Rinascita, un racconto di Vanessa Lucarini || Three Faces

Rinascita, un racconto di Vanessa Lucarini Three Faces Illustrazione di Elisa BEH Buracchi EV

01 Lug Rinascita, un racconto di Vanessa Lucarini || Three Faces

Rinascita, un racconto di Vanessa Lucarini Three Faces Illustrazione di Elisa BEH BuracchiRinascita

Un racconto di Vanessa Lucarini

Illustrazione di Elisa BEH Buracchi

 
Riporta l’agenda: “Martedì, ore 11:30. Hotel Palace. Colloquio con K.. Ordinare un Martini con scorza di limone.”

Lo sportello si apre, il tacco a spillo si pianta sull’asfalto: un rumore secco e via, si parte.
Tac, tac, tac. Il rumore si ripete uguale a se stesso a intervalli quasi regolari; non vuole imitare il ticchettio di un orologio, ma solo insistere nel sottolineare una presenza: quella di un paio di decolleté nere prive di ornamenti che, arroganti quanto costose, proseguono in linea retta verso un’unica meta prefissata.

Ancora pochi passi. Termina il marciapiede. Tre scalini di marmo. Finalmente le mattonelle lucide di un pavimento su cui si specchia un soffitto. È un pavimento bianco, asettico, immemore di ogni passo o ruota di trolley che lo abbia mai solcato, indifferente rispetto al passaggio di quelle decolleté appena inaugurate, acquistate appositamente per trascinare un corpo esile e privo di volontà, più simile a una canna al vento che a un vero e proprio organismo umano.

Mura immacolate elette a incorniciare prodigi d’arte contemporanea, plafoniere in ceramica rese superflue da raggi solari che irradiano vetrate imponenti, via vai insensati, sguardi altezzosi di chi ormai dà tutto per scontato, voci misurate intorno a tavolini prodotti in serie, volti spenti su tesserini nominali applicati ad anonime uniformi, cinque stelle argentee sfolgoranti alle spalle di una receptionist dal sorriso finto e smagliante, sintesi centimetrale dei novanta metri quadri circostanti.

Tutto si riflette sulle lenti graduate dei miei occhiali griffati, ma niente vi penetra attraverso.
Una breve sosta ricognitiva e le decolleté si mettono nuovamente in moto verso un bancone costellato di aperitivi dai colori sgargianti.

Il rosso fiammante che mi artificializza le labbra scandisce una breve ordinazione. Un barman dall’aria annoiata versa un Martini e vi immerge due sottili scorzette di limone. La banconota scivola sul bancone. Il tubino scivola sullo schienale di una poltrona di velluto. Dalla parte opposta della hall un abitino identico ingabbia torace e fianchi di un corpo immobile. Una ragazza dagli occhi tristi mi fissa e mi svela tacitamente il segreto di una malinconia antica che, ridotta quasi a rassegnazione, all’improvviso ha deciso di prorompere in un grido così acuto da frantumare i precari scudi antiriflesso che filtravano il mio mondo, penetrandomi direttamente nelle pupille e lasciandomi con nient’altro che uno scheletro di plastica appoggiato sul setto nasale.

Una domanda solitaria mi rimbalza sonoramente nel cervello svuotato: “Come può un collo tanto esile sorreggere tutte quelle perle?”. Il brillantino incastonato sull’incisivo fa capolino allo schiudersi di un piccolo sorriso: quante assurdità affollano la mente durante l’attesa!

Mi schernisco pensando alle perle che mi riposano sul petto, alla loro pesantezza apparente e alla leggerezza reale: “È tutta un’illusione” mi dico. Tuttavia continuo a disegnare con gli occhi i contorni di quella figura bislacca e tanti piccoli pensieri mi formicolano in testa. Pruriginosi e indiscreti si addensano attorno a un’anima visibile solo a sprazzi. Un’anima fragile che traspare da un paio di ginocchia nude, tremolanti e disarmate, per poi sparire nuovamente sotto una coltre nera di cotone e di superbia. Un’anima vagamente familiare che so di conoscere, ma che non riesco a riconoscere.

Scossa da un turbamento innaturale, avverto con orrore il fluire del sangue caldo nelle vene, lo sento scorrere attraverso i capillari, propagarsi nell’intero organismo fino a riscaldarlo nella sua totalità. Cerco di annullarmi nuovamente in un sorso di Martini. Non funziona. Sento l’alcool che scende lungo la gola inaridita e un saporaccio violento mi devasta le papille gustative. Mi viene spontanea una smorfia di disgusto e con la coda dell’occhio, sul volto della ragazza dall’altra parte della hall, scorgo la stessa espressione. La verità mi coglie con la dolcezza di un pugno nello stomaco. Vene e arterie prendono a pulsare più forte. La coscienza si risveglia e lo stato di inerzia in cui a lungo mi sono trascinata si pone già alla stregua di una reminiscenza lontana. Finalmente ricordo… Finalmente penso! Come ho potuto, anche solo per un istante, dimenticare quello sguardo? Come ho potuto non riconoscere a colpo d’occhio l’incertezza di quelle caviglie ossute? Eppure non sono passate che poche ore da quando lo specchio applicato sull’anta scorrevole del mio armadio mi ha mostrato gli stessi particolari.

Mi do della sciocca, ma non riesco a biasimarmi: così come in un panorama metropolitano asfalto e grattacieli lasciano orfane d’attenzione le rare macchie verdi che ne rappresentano le ultime testimonianze del profilo originario, la sofisticatezza di quel look alla Audrey Hepburn adombra la luce naturale di uno spirito astratto, di cui semmai ci si può accorgere solo in un secondo momento.

Terminato è il sonno. Mi sono svegliata e i panni che ho indosso non mi appartengono. Il sangue continua a scorrere, le guance si colorano. I dubbi mi fanno girare la testa. Affondo le unghie laccate nei braccioli vellutati della poltrona, li deterioro leggermente, ma non importa: mi sento troppo ridicola per badare a una simile inezia!

La ragazza mi guarda con gli occhi arrossati e pieni di lacrime. D’un tratto l’attillatura del tubino mi soffoca, la fragranza del rossetto alla ciliegia sgradevolmente mescolata all’amaro del cocktail mi dà la nausea, la pesantezza delle perle si fa effettiva, persino il mascara mi pesa sulle ciglia e le scarpe – le maledette decolleté che avevano deciso di trascinarmi in quel luogo assurdo – mi massacrano i mignoli e creano fastidiose lacerazioni appena sopra ai talloni.

Continuo a sentirmi ridicola. Passiva come una bambola nelle mani di una bambina dalla fervida immaginazione mi sono lasciata trasformare, demolire e ricostruire ex novo secondo un modello che non condivido per impressionare uno sconosciuto meritevole soltanto di avere in tasca la chiave d’accesso a un futuro che, in fin dei conti, non mi è mai realmente interessato.

Il cuore si placa. Riacquisto l’equilibrio, ma stavolta lo domino, non lo subisco. Niente più inerzia: sono viva, respiro.

Sento dei passi in avvicinamento. Non mi volto, ma so che K. sta arrivando.

La ragazza dall’altra parte della hall mi guarda ancora: non ha voglia di parlare con lui, né di sentirsi dire che non c’è niente di più affascinante di una bella donna che sorseggia un Martini. Gli occhi ora le brillano di una determinazione che sembrava irrimediabilmente estinta.

Inavvertitamente si alza, si sfila le scarpe e le abbandona disordinatamente sulle mattonelle bianche. È sicura di quello che fa, sicura di ciò che vuole e priva di sensi di colpa per ciò che non vuole. Le indirizzo un sorriso e, voltandole le spalle, la lascio scomparire nel nulla mentre, a piedi nudi, mi allontano dall’hotel.

Riporta l’agenda: “Martedì, orario da definire. Ritorno a vivere. Non ordinare mai più un Martini con scorza di limone.”

Rinascita è un racconto di Vanessa Lucarini tratto da StreetBook #3

Clicca qui per sfogliarlo online!

 

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