Rimpianto d’aprile, un racconto di A. Federigi || Three Faces

Rimpianto d’aprile

di Andrea Federigi

Illustrazione di Michele Cecchetti 

(Racconto liberamente ispirato a “Il pescatore” di Fabrizio De Andrè)

Era aprile, e il primo sole della stagione riscaldava le foglie delle piante, ancora intrise della pioggia dell’inverno appena passato. Gli insetti gli sfrecciavano attorno curiosi e vispi. La luce irradiava qualcosa di mistico in tutto lo spazio circostante, e due calabroni s’inseguivano distratti.

Guardava il cielo, e non c’erano nuvole: solo l’azzurro acceso si specchiava nei suoi occhi neri. Il mare spruzzava poco lontano, mentre gli avvoltoi cupi che volavano in cerchio gli riportavano alla mente il transatlantico di ricordi che sempre più spesso cercava di affondare in tempeste di rum d’infima qualità.

Era solo. Solo come un uomo che fugge, come la stella polare, come il giorno lungo e senza parole che era dietro il suo destino ad aspettarlo.

“Dove è finito il tuo cuore?”

Si domandava incessantemente, e l’eco nella sua testa, svuotata nel dopo-sbronza, gli rimbombava da una tempia all’altra, più che se si fosse messo a gridarla contro la rupe scoscesa sul mare, quella domanda.

Era una mattina calda, e i morsi della fame e della sete gli dilaniavano lo stomaco, e quelli del rimpianto, il cuore. Il rum, che gli era stato tanto amico la notte prima, che quasi era riuscito a buttarlo giù dalla rupe in un attimo di folle lucidità, adesso gli stava facendo pagare gli interessi della sua maledizione. Randagio sventurato tra gli uomini, cominciò a muovere i primi passi sull’erba, scendendo verso il mare. La discesa era ripida, e si muoveva di traverso per avere più aderenza, zoppicante.

Aveva lo sguardo fermo, immobile verso un punto. Non aveva il calore di una cosa che vive: si trascinava per il mondo, macchiato del più infame tra i marchi.

La rupe su cui aveva dormito scendeva a picco sul mare, aspra e ripida. Fatta eccezione per qualche ciuffo d’erba sparso, rocce aguzze e cocenti gli bruciavano i piedi, il sale gli occhi, e la sete la gola.

Ansimante scendeva la scogliera scegliendo la strada più semplice per non finire di sotto, bestemmiando di tanto in tanto per il dolore, a causa di una ferita sulla pianta del piede, che, ad ogni passo alterno, spargeva sangue fresco sulla pietra a seccarsi al sole.

Mancava poco ormai alla spiaggia sottostante: bianca e larga, si estendeva almeno fino a quando lo sguardo riusciva a  immaginarla; deserta, fatta eccezione per gli uccelli e gli insetti e tutti gli animali, confinava con la foresta verde e selvaggia, che arrivava a stagliarsi a poche centinaia di metri dall’Oceano, e le due si confondevano in sfumature di verde e marrone così perfette, in ogni singolo granello o gemma vegetale, da rendere l’uomo inutile, quasi non calcolato, messo di fronte alla perfezione spietata di piante che crescono, lune che nascono e soli che tramontano. Le cose che cambiano con le stagioni che s’inseguono.

Si fermò ad annusare l’aria salmastra, osservando l’orizzonte. I raggi solari si specchiavano così intensamente nel mare, da creare una luce soprannaturale, quasi fatale, che gli muoveva dentro la curiosità della scoperta e la paura del bambino. Questo, lo innervosiva. Il sudore gli bruciava gli occhi, e bagnava completamente il suo corpo sudicio, inzuppando anche i suoi vestiti. Si guardò alle spalle, nervoso, ma non successe nulla.

Si riposò qualche minuto, riprendendo fiato, immerso in quello spettacolo naturale, apprezzando quanto fosse incontaminata, semplice e pura, Gaia, la Terra.

Aspre lacrime silenziose gli solcavano il viso, ma non si portò le mani agli occhi per asciugarle.

Si sfogò, forse commosso dalla spietata armonia che regnava in quel luogo, o forse dilaniato da colpe e rimpianti che lo torturavano.

Senza accorgersene entrò nell’acqua, e si lasciò inghiottire dall’Oceano, disinfettandosi l’anima e le ferite nel sale. S’immerse in un viaggio astrale sui fondali oceanici, e cadde in uno stato di trance primitiva, sentendosi parte del tutto: mentre nuotava aveva come l’impressione che tutto avesse più senso, che ogni roccia sul fondo gli portasse alla mente una simbologia antica e perduta, come se l’acqua in cui si muoveva e tratteneva il respiro avesse evaporato milioni, miliardi di volte, prima di arrivare lì, e poi più lontano. La stessa acqua, altre reazioni chimiche. Il Brodo Primordiale e la nascita della vita.

La biologia non lo aveva mai interessato più di tanto, né tanto meno aveva mai avuto questi pensieri per la testa.

Ma sentiva che la sua presenza in quel luogo non era una casualità. Tutto, ma proprio Tutto, aveva cospirato nei secoli, preparandosi a quel momento: l’albero da cui la foresta era nata, che anno dopo anno si era riprodotto fino a diventare un immenso essere vivente; la rupe, che onda dopo onda si era erosa fino a formare quella spiaggetta; la sua genia, che in un susseguirsi di tentativi d’Uomo era arrivata a lui, a quel che aveva fatto, al suo viaggio e alla sua fuga. Tutto era pronto. Ora il destino poteva spiegarsi.

Uscì dall’acqua sentendosi cambiato, come potesse vedere dettagli nella luce delle cose, che fino a quel momento gli erano sconosciuti. Come si fosse aperta una breccia nella corteccia del suo cuore, che gli dava uno spiraglio sui segreti dell’Universo. Tutto è collegato, e i pensieri e le sensazioni che ci muovono il cuore e i muscoli, le sinapsi, arrivano da molto lontano: sono l’effetto di energie cosmiche e coscienze collettive galattiche che si dipanano sulla via del mistero rimbalzando da un corpo celeste all’altro.

Stralci di canzoni che non aveva mai sentito gli riempivano il cuore. Immaginò che fosse la foresta a cantarle silenziosamente, o almeno le anime che la componevano. Stava uscendo di senno.

Stava anche uscendo dall’acqua quando si rese conto che non era più solo. Alla spiaggia era arrivato un anziano pescatore.

 «O forse è sempre stato qui?» qualcuno domandò nella sua testa.

Era ormai il tramonto, e il vecchio si riposava all’ombra di un grande albero: aveva il capo coperto fino agli occhi da un enorme cappello di paglia, molto semplice, quasi sicuramente  fatto a mano, ma di ottima qualità. Una folta barba bianca cresceva ispida e rigogliosa sul viso. La pelle dell’uomo era scura, quasi sicuramente nativo di quelle spiagge tropicali del Mondo Nuovo, a sud di quello vecchio.

L’ultimo sole si stava bagnando a metà nel mare, macchiando tutto d’arancione, e pareva che la natura tutta si fosse messa in contemplazione di quel tizzone ardente che, ancora una volta, “scivolava al di là delle dune, a violentare altre notti”.

«Ah, il mondo! M’incanta il mondo, m’incatena, mesmo…» esclamò il pescatore, e sembrava che non ce l’avesse con nessuno in particolare. Scostò il cappello più in alto sulla testa, così da rivelare due occhi curiosi e una specie di sorriso che gli tracciava un solco lungo il viso. Guardò in direzione del ragazzo che usciva dall’acqua: lo aveva notato quando prima, molto più lontano, era entrato nell’Oceano. E adesso rideva tra sé vedendo che si muoveva disorientato e non capiva più dov’era.

«La corrente è molto forte da queste parti», disse il vecchio indicando la rupe ormai lontana al giovane, che gocciolante d’acqua salmastra stava camminando sulla sabbia fine, che scricchiolava ad ogni suo passo.

Questi si rese conto che, in effetti, si trovava al centro della spiaggia, e che il posto in cui aveva pianto era parecchie centinaia di metri più in là. Troppo preso dalle mie fantasie per percepire le correnti atlantiche.

Dalle sue parti il mare era diverso, più mite all’apparenza, ma non per questo meno pericoloso. Sorrise per la prima volta dopo molto tempo, ma non se ne rese conto e si grattò solo la testa. Sempre senza accorgersene arrivò quasi di fronte al pescatore, che osservò quel giovane dall’aria sveglia, robusta, che aveva ancora gli occhi grandi dei bambini, pieni di un’enorme paura e specchi di un’avventura: dentro ci lesse lo sguardo di chi aveva sofferto molto, nonostante la giovane età.

«Fa uno strano effetto questo posto, non è vero?» chiese il vecchio con l’aria di chi la sapeva lunga. «Questo era un luogo sacro per il mio popolo, già molto prima che i gringos arrivassero su questa terra. È una foresta molto antica, e quasi nessuno scende da quella rupe. Per questo è rimasta intatta. Qui sono presenti energie primigenie, sono custoditi i resti terreni di Sciamani e Allacciatori di Mondi. Qui non conta chi sei, o cosa sei stato. Questo è un luogo di morte, e di rinascita…».

Il giovane si guardò le mani, non capiva se stesse sognando, o se quel che stava succedendo fosse una sorta di delirio della sua mente, devastata dalla colpa e attanagliata dalla follia.

«Il momento è qui e ora. Quando il silenzio cala implacabile, quando il sole scende oltre l’orizzonte a scaldare altri mondi, e tutto si tinge del colore del fuoco. Quando il giorno finisce, e tutte le creature si ritirano a riposare, e godono del calore degli ultimi raggi del sole: lo vedono scomparire, e riposano i loro corpi stanchi per il giorno appena trascorso, col conforto, a volte dato troppo per scontato, di risvegliarsi e poterlo rivedere.».

Lui non capiva, ma sentiva le parole del vecchio pescatore in profondità. Solo di tanto in tanto si voltava verso la rupe, come a controllare che nessuno lo seguisse.

«È inutile fuggire da sé stessi. Una battaglia persa in partenza, che non porta a nulla di buono. Qualsiasi cosa succeda nella vita d’un uomo, questi deve accettarlo. Deve morire nella sua condizione precedente, e rinascere, per evolvere in quella attuale. Ci sono cicli che si aprono, e cicli che devono chiudersi per farne cominciare altri. La tua anima deve attraversarli tutti, e accettarli come inevitabili, tenendo sempre chiaro in mente che qualsiasi cosa succeda, niente è definitivo e che tutto si trasforma. Il presente ci si offre ad ogni attimo che viviamo, in ogni momento c’è un’opportunità per arrivare al perdono e all’accettazione di sé stessi, tutto ciò che ci succede è un indizio che ci fa pian piano salire sulla scala della coscienza e della consapevolezza. Per capire la ragione ultima della nostra esperienza su questo mondo bisogna vivere, e vivere a fondo!».

Il giovane ci capiva sempre meno, ma sentiva quelle parole come se venissero da dentro, dal profondo delle viscere: le sentiva nelle budella, scorrere nel sangue, pompare nel cuore e scoppiare nella testa.

Quelle parole lo scossero da dentro, e percepiva che qualcosa stava accadendo, all’ombra dell’albero, mentre il tramonto rendeva solenne il momento.

Gli occhi gli si tinsero di rosso, e lo stomaco gorgogliò per la fame. D’un tratto la salivazione gli si era azzerata, e le fauci gli s’impastavano mentre in gola gli si stringeva un nodo stretto, che quasi gli impediva di respirare. Era sul punto di scoppiare, ma poi si fermò a pensare alle parole del vecchio.

Decise di accettare la sua condizione, e prese fiato, piano, con calma. Ci fu un silenzio interrotto solo dal canto mistico delle cicale. L’aria era come sospesa in una ragnatela invisibile in cui tutto ciò che c’era era vivo, presente e testimone. Ogni albero, ogni fiore, ogni sasso, lui, il vecchio e ogni altra cosa viva su quella spiaggia erano collegati. Adesso poteva sentirlo.

E chiese al vecchio: «Dammi il tuo pane: ho poco tempo e ho troppa fame. Dammi il vino, ho sete, e sono un assassino» prese fiato «I gendarmi mi cercano. Ho ucciso un ricco per rubargli il denaro.

Un figlio d’un cane sfruttatore, che in fabbrica ci massacrava coi turni, e quando ci lamentavamo ci ricattava dicendo che c’avrebbe lasciato a casa senza lavoro, senza nulla da dare alle nostre famiglie. Così ho deciso di rapinarlo, nella sua casa. Non volevo ucciderlo, ma quello ha tirato fuori una pistola, e ho dovuto sparargli io per primo. I gendarmi mi cercano, e io ho sete, ho fame…».

Il vecchio non si guardò neppure intorno, prese un bicchiere di argilla e versò il vino che teneva dentro una piccola damigiana. Sorrise e lo passò all’assassino «Bevi, è un vino speziato che faccio io stesso.

Da una piccola borsa a tracolla tirò fuori una foglia di banano in cui era avvolto del pane. Lo spezzò e lo porse al giovane che aveva davanti. «Ti si leggono dentro la colpa e il risentimento che provi. Ti credo quando dici che non volevi uccidere. Non hai gli occhi degli uomini malvagi, e il tuo cuore è puro. Per questo ho parlato con te. Hai perso la tua strada, ma niente è definitivo e in ogni momento puoi trasformare la storia per seguire il tuo destino, e ricominciare da dove sei arrivato».

Il giovane sembrò pensarci un po’ su: «Ma tu chi sei?», gli chiese stupito.

«Io sono solo un pescatore. Sorveglio questo posto perché mio padre lo ha fatto prima di me, e suo padre prima ancora. Ascoltando la natura s’imparano tante cose. L’Universo ci dice tanto se siamo disposti ad ascoltarlo. Tutto sta nell’osservare, non solo il mondo, ma soprattutto dentro sé stessi. Conosci te stesso, sentiti, viviti.».

Mentre parlava, il vecchio osservò il giovane che mangiava e beveva, con foga, e gli offrì anche l’ultimo pezzo del suo pane. Lo guardò con tenerezza, e l’assassino pensò a suo padre, e anche che era tanto che non gli capitava.

Il pescatore puntò lo sguardo in direzione della rupe. «Ma adesso devi andare, stanno arrivando con i cani, sento i latrati dei segugi…».

Il giovane si ridestò in fretta dal torpore in cui era caduto, e saltò in piedi voltandosi proprio mentre i profili dei primi inseguitori si stagliavano scuri sul telo arancione del crepuscolo.

«Risali il fiume che troverai più avanti: così non riusciranno a seguire le tue tracce. Arriva in cima alle montagne. A tre giorni di cammino c’è il confine. Se riesci ad uscire dal Paese dovresti essere al sicuro. Buona fortuna ragazzo, e ricorda: ‘dentro di te hai tutti i sogni del mondo’, sempre».

Il calore di un momento, e poi via, di nuovo verso il vento, il giovane si mise a correre con foga, senza nemmeno avere il tempo di ringraziare e abbracciare il vecchio che lo aveva aiutato. Sarebbe voluto tornare indietro, ma ormai i gendarmi stavano scendendo la rupe con i segugi, e altri arrivavano a cavallo da un sentiero.

Li vide, e cominciò a correre più veloce che poteva, inoltrandosi nella foresta. Davanti agli occhi ancora il sole, e dietro alle spalle un pescatore. La memoria è già dolore nel rimpianto d’un aprile,

ma il presente è un dono, anche per un assassino che ha la salvezza a tre giorni di cammino.

Quando arrivò al fiume guardò un’ultima volta il pescatore, poi saltò nel corso d’acqua e cominciò a risalirlo controcorrente per seminare le sue tracce, scomparendo rapidamente nella vegetazione che si faceva sempre più fitta.

E vennero alla spiaggia dei gendarmi, vennero in sella e con le armi, e chiesero al vecchio se lì vicino fosse passato un assassino. Stavano aspettando una risposta, impazienti, trattenendo i cani e i cavalli. «Forza vecchio! Se sai qualcosa parla, altrimenti non farci perdere altro tempo!» gracchiò quello che sembrava essere il capo degli sbirri appena giunti.

Ma all’ombra dell’ultimo sole, s’era assopito il pescatore, e aveva una specie di sorriso, che gli tracciava un solco lungo il viso.

Rimpianto d’aprile, un racconto di A. Federigi || Three Faces

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