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Ricadute, un racconto di N. D’Innocenti || Three Faces

RICADUTE un racconto di Niccolò D'Innocenti Three Faces Illustrazione di Marco Brucio Degl'Innocenti ev

08 Lug Ricadute, un racconto di N. D’Innocenti || Three Faces

RICADUTE un racconto di Niccolò D'Innocenti Three Faces Illustrazione di Marco Brucio Degl'InnocentiRicadute

Un racconto di Niccolò D’Innocenti (aka Tio Elvio)

Illustrazione di Brucio

Dolore. Ogni parte del mio essere è solo dolore. Non riesco a pensare, a vedere, provo soltanto dolore. Cerco di attivarmi ma fallisco miseramente, milioni di spilli infuocati mi trafiggono ovunque. Intorno a me percepisco la distruzione del giorno dopo la tempesta, ed è tutto meno che la pace. Non ho passato in questo momento, esiste solo dolore, che non accenna a diminuire. Devo farmi forza, devo capire cosa sta succedendo intorno a me.

Il mio turno lavorativo è già cominciato e non sono in grado di svolgerlo. Inizio a vedere quello che mi circonda: crateri, fumo e cadaveri sparsi ovunque.

Migliaia di miei simili caduti a terra e altri milioni di milioni che si trovano in una situazioni di confusione identica alla mia; paura e disordine regnano indisturbate, padrone assolute del tutto. A proposito di padrone, penso che il nostro ieri abbia fatto qualcosa di tremendo. Non è la prima volta che mi risveglio così e ogni volta mi stupisco di essere stato così fortunato da avercelo, un risveglio.

I buchi intorno a me confermano che non sono andato molto lontano dal sonno eterno. Iniziano ad arrivare i primi input, ma non riesco a funzionare e mi sento scivolare nuovamente nel buio.

La sveglia, rimandata poco fa, risuona a tutto volume, facendo urlare molti di noi di dolore, costringendomi a uscire dalla trance. Arrivano i primi ordini, che richiamano alla calma e alla collaborazione per il bene comune. Le solite frasi motivazionali dei piani alti, parole e niente di più. Qui sotto c’è il caos e loro parlano di collaborazione. Non avere un nome proprio in questi casi è un vantaggio: deresponsabilizza. Siamo tutti uguali e tutti sostituibili, nessuno è indispensabile. Questa frase riecheggia da quando ho memoria, anche se alla fine ci rendiamo conto che per quanto nessuno di noi sia indispensabile, il calo di numero costante lo pagheremo, alla lunga.

Più passano gli anni, più i compiti da svolgere diventano faticosi. Errori di comunicazione, errori di coordinamento, errori su errori che ci fanno perdere sempre maggiore credibilità agli occhi degli altri. Odio il mio lavoro, e lo odio ancora di più in giornate come queste, dove ogni impegno non porterà assolutamente a niente. Fare il nostro mestiere è frustrante, molto frustrante, soprattutto se sei impiegato nel reparto Produttività&Responsabilità. E c’è una fiducia totale ed estremamente mal riposta sul fatto che possiamo risolvere qualsiasi situazione, nonostante la carriera del padrone sia costellata da una marea di fallimenti e pochissimi successi, dovuti, a dirla tutta, a grandissime botte di culo.

Improvvisamente scatta l’entusiasmo ovunque: sono state avvistate scorte residue di caffè già preparato e pronto da riscaldare, che rappresentano un barlume di speranza, almeno per recuperare qualche frammento della sera prima. Ma questa speranza porta con sé una terribile consapevolezza: i concorrenti dell’Area Creativa non si faranno assolutamente scappare un’occasione del genere per sabotare il nostro lavoro con un attacco diretto.

Sfruttando le abitudini ormai consolidate del padrone, invieranno in continuazione stimoli e immagini sperando di attivare i riflessi condizionati che hanno accumulato negli anni per effettuare semplici azioni concatenate.

Vedo il caffè, scaldo il caffè, vedo il barattolo, prendo il barattolo, vedo il grinder, prendo il grinder, vedo i filtri, prendo i filtri, faccio un filtro, vedo le cartine, prendo le cartine, vedo il tabacco, prendo il tabacco, faccio una canna.

Penso sia la perfetta definizione di effetto domino. Per gli ultimi comandi non è nemmeno più necessario impartire delle direttive e bam!, in meno di cinque minuti, prima di poter fare qualsiasi tipo di resistenza (che di solito consiste nell’inviare sottospecie di slogan verso i centri decisionale del tipo: “Devi lavorare, ricordati di quella telefonata, pensa alla tua ragazza, pensa a tua madre”) siamo tutti gonfi come palloni e ci siamo già scordati del fornello acceso con il caffè sopra.

Quelli dell’area creativa sono dei cazzoni. Non fanno che ricordarci quanto siamo caduti in basso e quanto sia facile incularci. Prendono tutta la parte divertente di questo lavoro, ma quando arrivano le responsabilità e le preoccupazioni, tirano i remi in barca e ci lasciano la patata bollente in mano. Tanto quando falliamo, le colpe non vengono distribuite e cadono indistintamente su tutti. E non ho ancora capito cosa fanno di creativo.

Anni fa riuscivamo a collaborare e a lavorare fianco a fianco. Neanche allora i risultati erano granché, ma almeno non dovevamo prendere parte a questa specie di grottesca guerra civile e riuscivamo a far svolgere una vita dignitosa all’essere senziente che ci siamo ritrovati a dover controllare.

Anche se, in questo momento, grazie a loro, per la prima volta dal terribile risveglio si è allentata un pochino la morsa di dolore che ci stava attanagliando. I primi flash della sera precedente iniziano lentamente a comparire: immagini di una cena, il primo bicchiere di vino, le nostre prime perdite poco dopo, l’aria gelata che riattiva, il gin tonic che spegne, poi le esplosioni, le urla, i crateri ed il buio. Almeno abbiamo completato la diagnosi: Sbronza, con la esse maiuscola. Vedendo le condizioni in cui versa il nostro stabile non mi sentirei di escludere anche una botta in testa.

Bastano pochi minuti e gli effetti del thc si fanno più intensi, abbinandosi senza pietà con i postumi lasciati dall’alcol. È già finito l’effetto antidolorifico e, insieme al ritorno delle fitte, si presentano i primi segnali che il lavoro di oggi non sarà per niente facile.

Neanche a chiamarla, ecco la prima difficoltà. Accolto dal panico collettivo, arriva il suono che da molto tempo è collegato a doppio filo con il nostro lavoro e con le sue ansie: la suoneria del cellulare.

Ci risiamo: stimoli si accavallano su altri stimoli, non arrivano ordini precisi, rispondere, non rispondere, nel caso in cui rispondere, cosa dire, chi è, numero sconosciuto; e se fosse la risposta a una delle svariate offerte di lavoro a cui siamo riusciti a far partecipare il nostro padrone in un momento d’oro del nostro reparto? Intere giornate passate a instillare senso di colpa sulla sua condizione di disoccupato alla soglia dei trent’anni verranno buttate al vento, se la risposta a una richiesta di colloquio sarà un rutto. Perché ovviamente adesso la sensazione predominante del tutto è la nausea e tutti i pensieri si concentrano sul farla passare. E gli squilli non accennano a smettere, contribuendo alla perdita di controllo sul soggetto dominante. Per colpa della marijuana, tutti noi siamo stati privati della nostra capacità decisionale e dobbiamo ricorrere all’ormai abusato escamotage del “richiamerò”. Questa vecchia tecnica permette di allentare panico e tensione, a scapito di un leggero aumento del senso di colpa, sensazione con cui abbiamo imparato a convivere. Non richiameremo, questo è chiaro, ma il pensiero che potremmo farlo ci permette di tirare avanti in questa giornata e ha fermato le esplosioni di alcune migliaia di miei colleghi che non stavano reggendo alla tensione.

Dobbiamo limitare il campo di azione, concentrarci sul combattere il nostro principale nemico attuale: la nausea. Fortunatamente possiamo avvantaggiarci anche noi sfruttando l’efficacia appena dimostrata dei riflessi condizionati, riportando alla mente i benefici di mettersi due dita in gola e superare almeno questa impasse. Detto fatto, e il terremoto che ci investe è di quelli terrificanti, continue scosse di assestamento ci fanno perdere numerosi compagni e la speranza di una veloce conclusione di questa agonia. Dovremmo sviluppare maggiore comunicazione interna per evitare di ritrovarci in queste situazioni. Che so, una sorta di input che alla terza bevuta serri la mascella del capo. Oppure dobbiamo prendere atto che l’unico modo per fermare questa spaccatura degli stimoli è di scendere veramente, e non grottescamente, in guerra contro quei bastardi dell’Area Creativa, e vaffanculo il divertimento, le serate, le amicizie e l’erba, soprattutto l’erba, che ha sfoltito notevolmente le nostre schiere, portando numerosi di noi ad atrofizzarsi, rendendo loro più forti e determinati. E vaffanculo ai sogni e alle ambizioni, alle distrazioni e agli obiettivi, che ci portano a fantasticare e a perdere terreno nei nostri processi decisionali. Finalmente potremmo svegliarci ed essere produttivi, rispondere al telefono, andare ai colloqui, sorridere senza un motivo per farlo ma solo perché è il momento giusto di farlo. Lavorare, mantenere la concentrazione per più di dieci minuti, guadagnare, ottenere dei risultati, mantenere le aspettative. E basta sogni anche durante la notte, con quelle immagini e quelle sensazioni che ti accompagnano per tutta la giornata. Finalmente notti riposanti e giornate concrete, senza possibilità di errore. Essere, senza se e senza ma, la perfetta ragione, il perfetto pensiero funzionale e pragmatico, e tanti cari saluti all’improvvisazione e all’imprevisto. La Distrazione, il nemico con cui da sempre abbiamo combattuto, non sarà più il principale alleato dei nostri gemelli impiegati nel lato opposto del nostro infinito stabile, non sarà più l’incubo che ha spazzato via tutto quello che abbiamo provato a costruire, ma diventerà solo un ricordo fra gli altri, insignificante, per cui arriveremo a provare nostalgia per la facilità con cui riusciremo a svolgere il nostro lavoro. Lo stesso discorso per la Fantasia, che ha fatto naufragare in partenza i nostri compiti e tutti i nostri obiettivi.

Sono nient’altro che un crumiro del settore Responsabilità&Produttività di questo fantoccio che chiamiamo uomo. Sogno per lui la noia, un lavoro alle Poste, le code in autostrada, una mente lineare e produttiva, un lavoro senza possibilità di critica. Sogno il mutuo, la famiglia, le scadenze, le responsabilità, il mantenere gli impegni. Sogno, ed è la cosa che odio di più fare: sto usando i mezzi del nemico per evadere dalla realtà che mi opprime, sono diventato il mio nemico e non riesco a smettere di farlo. Sogno una guerra che non posso combattere e non posso vincere e che, principalmente, non può esistere. Sogno di potermi muovere, cambiare la mia situazione immutabile. Sogno, e il dolore insopportabile del post vomito mi fa sognare ancora più forte. Sogno di spegnermi e di essere il prossimo a esplodere. Sogno di essere uno degli altri e di non avere il peso delle responsabilità. Sogno che il mio lavoro non sia preoccuparmi di pagare le bollette o di diventare un barbone. Sono in sciopero, tanto non farà la differenza: siamo miliardi e tutti ugualmente inutili, minuscoli ingranaggi difettosi di un sistema enormemente fallato.

Guardo il lato positivo del mio ammutinamento invisibile. Almeno non sto partecipando alla preannunciata e inevitabile sconfitta di giornata, il telefono che risuona, la mano che neanche si avvicina per vedere il numero, ma che invece si avvicina di nuovo verso il barattolo della marijuana e il nostro reparto che non riesce neppure più a instillare il senso di colpa.

Poi l’oblio e l’assenza di stimoli, di nuovo il buio, poi ancora la luce: nessuna percezione del passaggio dal sonno alla veglia. Quando eravamo più forti, il sonno era nostro alleato: riuscivamo a inserirci negli incubi per ricordare scadenze, risvegliare l’ansia e piantare qualche chiodo fisso. Adesso le opzioni che si alternano sono solo due: sogni surreali e oblio.

Il risveglio pomeridiano rappresenta da sempre una delle occasioni d’oro del nostro settore per affermare la propria supremazia; la condizione di confusione generale ci permette di essere più efficaci e diretti, i nostri stimoli riguardanti responsabilità e doveri diventano predominanti. La lucidità derivata dalla sconfitta dei postumi ci rende produttivi come non mai. Ecco che la lotta quotidiana della razionalità contro l’istinto si sta sbilanciando verso un risultato impensabile: stiamo vincendo. E stiamo vincendo dopo anni in cui la ricerca del piacere e dell’appagamento sensoriale aveva lasciato il timone nelle mani dell’Area Creativa, con la scoperta dell’alcool, della droga e del sesso a semplificargli il compito.

Provo una sensazione che avevo dimenticato: fiducia. Fiducia nel nostro lavoro, nelle nostre capacità, fiducia nella collaborazione con i nostri rivali, fantasia e concretezza applicate per uno scopo comune. Non possiamo perdere il momento. Riusciamo a far prendere il telefono, richiamare, essere comprensibili, capire di cosa stiamo parlando, capire che si trattava effettivamente di un’offerta di lavoro, fissare un appuntamento informale da lì a un’ora, salutare, attaccare. La possibilità è concreta e ci inebria, possiamo fare del nostro lavoro una soddisfazione, rendere la persona che guidiamo un membro funzionale del sistema, annullare il senso di inutilità che ci accompagna, sfumandolo in un lontano ricordo.

Ci siamo riusciti, un’euforia incontrollata si diffonde da noi al tutto, i muscoli si accendono, ci portano al bagno, alla doccia, ai vestiti, al fuori. Tutto è perfetto, tranne per la strada che abbiamo fatto prendere al padrone: i soliti riflessi condizionati, in un momento di Distrazione, ci hanno portato a percorrere i soliti passi che ci conducono al bar.

Basterebbe una piccola correzione di rotta e ritorneremmo sulla giusta via, quando una parola esplode dentro tutto il cervello, la nostra casa e la nostra bara, superando ogni input e ogni comando:

Shottino?

Ricadute è un racconto di Niccolò D’Innocenti tratto da StreetBook Magazine #0

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