L’addio del “Chino” Recoba (pt. 2), un articolo di Cartavelina || Three Faces

L’addio del “Chino” Recoba (pt. 2)

di Cartavelina

Álvaro Recoba
El Chino Recoba (Photo by Dante Fernandez-Photosport/Focouy)

(Parte 1)

La partita cominciò e Alvarito aveva ragione, erano troppo più forti degli avversari. E allora la nonna si focalizzò come promesso su Recoba: era distratto, non stava guardando in direzione del pallone. Forse era perso, in ricordi, forse si stava godendo, per l’ultima volta, il profumo dell’erba. Raccontò queste sue impressioni ad Alvarito e sul volto del bambino comparve un ghigno, chissà come stava elaborando, la sua mente, quelle parole. Il pallone, come se sapesse di dover omaggiare anche lui il Chino, si fece accompagnare, con un passaggio orizzontale, verso quei piedi che tante volte lo avevano coccolato. E Recoba fece Recoba, sempre però con quel suo ritmo da tanghero stanco, con quell’indolenza da calciatore anni ’50. Calzettoni alla cacaiola, sguardo da gringo che pensa a paesaggi lontani, con finta noia e indolenza accolse l’amica palla e iniziò un ballo dal sapore antico. Saltò due avversari che credevano di averlo stretto in una morsa mortale, del resto la palla ha sempre preferito lui ai molti. Mentre raccontava tutto questo ad Alvarito lui la interruppe.

«Ti sembra triste?»

«Perché lo dici?»

«Non lo so, nelle tue parole sento tristezza».

Recoba OlimpicoDonna Maria si rese conto di sentirsi davvero triste, non lo era all’inizio. Forse era quel modo diverso di vedere una partita, chiunque quando si approccia alla visione del gioco segue il fulcro dell’azione. Non guarda un unico giocatore, con le sue pause, le sue accelerazioni, nel caso del Chino poche. Si stava immedesimando in lui e lo aveva trasmesso al nipote. Dopo un’ora di gioco il Nacional era avanti nel risultato, il ritmo era blando e Recoba poteva far ancora vedere cose sublimi. Se il calcio fosse stato giocato sempre a quel ritmo avrebbe potuto giocare per altri vent’anni. Al 65′ Alvarito chiese alla nonna perché quel brusio. Lei non fece in tempo a rispondere, il suo posto venne preso dal signore che le aveva passato, in precedenza, un fazzoletto.

«Calcio d’angolo per noi».

Ora per la grande parte dei tifosi questa sarebbe una bella notizia ma niente per cui strapparsi i capelli. Però se in campo a difendere i tuoi colori c’è Alvaro Recoba, detto il Chino, allora la prospettiva di un angolo a favore cambia subito. Perché potresti essere uno dei fortunati che possono assistere dal vivo a un gol olimpico.

Il gol da calcio d’angolo si chiama così in Sudamerica, perché si rende il giusto omaggio a quello segnato dall’argentino Cesàreo Onzari contro la Celeste, campione olimpica in carica che replicherà la vittoria quattro anni dopo, il 2 ottobre 1924.

Tornando a El Parque, Donna Maria sentì il suo cuore fare un mezzo battito di assestamento come a volersi uniformare a quello di tutti i presenti, guardò Alvarito e lo trovò con la testa in alto come se guardasse le nuvole, perso in pensieri a lei sconosciuti. Tutti i compagni di squadra guardarono Recoba, il Chino si stava incamminando a testa bassa verso la bandierina. Conscio che quantomeno doveva provarci, non poteva deludere i presenti. Come alla sua ultima apparizione con l’Inter.

Partita contro l’Empoli, ci provò e uscì il gol olimpico. Per accomiatarsi senza rancori, come un signore d’altri tempi che non può abbassarsi a provare fastidi. Con quel gol lasciò ai tifosi nerazzurri un’ultima perla, come a voler dire, “sarò stato indolente, spesso inutile ai fini del risultato ma se il calcio fosse solo risultato avrebbe davvero senso assieparsi dentro uno stadio? Non credo”.

Rispetto al gol con l’Inter aveva qualche anno in più, taglio dei capelli sempre uguale ed era a casa. Fece una panoramica dello stadio, come a essere certo che avesse l’attenzione su di lui, e poi alzò la mano per chiamare un fantomatico schema. E gli venne da ridere, era un rituale di accoppiamento emotivo con le divinità del calcio. Andava preparato il terreno per un gol olimpico, bisognava far credere al portiere che ci sarebbero stati movimenti in area. Blocchi di qualche compagno per liberare il saltatore migliore. Il portiere avrebbe avuto un dubbio di difficile soluzione, fidarsi del braccio alzato e quindi lasciare sguarnito il primo palo o non abboccare ma rischiare che davvero poi la palla sarebbe stata scodellata in centro per un facile tap-in? E quasi sempre con lui i portieri facevano lo stesso sbaglio, stavano a metà strada. Provavano a salvarsi in entrambe le situazioni, gravissimo errore. Il Chino prese una breve rincorsa e colpì la palla con la delicatezza dei pochi. Quella compì una parabola beffarda e quando era a metà strada tra la bandierina e la porta, con tutto lo stadio immobile, l’unico che si alzò in piedi, braccia alzate e urlo forsennato, fu Alvarito. La palla, non curante, continuò la sua corsa andando a baciare distratta l’incrocio dei pali.

recoba golIl tutto provocò due o tre particolari avvenimenti. Il portiere avversario si sentì morire, non per la testata data al palo nel goffo tentativo di salvare il non salvabile, ma perché era stato beffato. Lo stadio divenne un catino ingovernabile, qualcuno urlava smostrato come sotto effetto di allucinogeni di primissima qualità, qualcun altro si era alzato in piedi di scatto e poi si era lasciato cadere come colpito da un uppercut di un pugile non visibile, qualcun altro piangeva conscio che quello era un addio, la parabola della palla era un omaggio che il Chino aveva voluto fare al calcio. Calciatore non classificabile per le menti dei censori da scrivania, sempre pronti a boicottare la bellezza solo perché il loro animo non riesce a coglierla. E infine portò donna Maria a chiedere al nipote:

«Come mai già esultavi, la palla non era entrata?»

Rise Alvarito.

«Essere cieco ha un unico grande pregio, devi sviluppare tutti gli altri sensi e te ne nasce uno ulteriore di cui voi non avete bisogno. Devi saper codificare l’elettricità che si sprigiona nell’aria prima di un grande avvenimento. Sai come l’odore di pioggia prima di un temporale? L’ho sentito nonna, la palla sarebbe entrata».

Alvarito era felice, venne sollevato in aria dal signore che aveva dato a Donna Maria il fazzoletto.

La partita non regalò molte altre emozioni, Recoba fece qualche tacco, si travestì ancora due o tre volte da illusionista e fece sparire e ricomparire il pallone a suo piacimento. Poi quando mancavano 5′ alla fine venne sostituito. Lo stadio si alzò in piedi, tutti, tranne Alvarito. Piangeva disperato, forse troppe emozioni. La nonna si preoccupò.

«Alvarito, tutto bene?»

«Perché nonna tutto ha una fine? Ci sono cose o persone che dovrebbero essere eterne, rassicurerebbe».

«Tutto deve finire, così può fare il suo ingresso nel tempio dei ricordi».

«Ma io non voglio ricordare le persone importanti, voglio viverle» replicò Alvarito.

«Questo non è possibile, però non è una fine il fatto che qualcuno viva nei tuoi ricordi, sta a significare che ha lasciato un segno indelebile».

Alvarito prese fiato, come se stesse per dire una verità dogmatica.

«Io mi ricorderò per sempre del Chino e anche di te nonna che lo hai visto per me».

Altre lacrime per Donna Maria.

Recoba nacionalRecoba è stato un equivoco, la classe per essere il migliore ma non la voglia per farlo. A suo modo un sovvertitore dell’ordine costituito. In un mondo che pretende che ognuno miri a essere il primo in quello che fa, prevaricando chiunque pur di diventarlo, lui ha deciso di non seguire questa legge. Ha optato, inconsapevole, per seguire i dettami di Brecht e di stare dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati, aggiungo io, dai noiosi vincenti. Recoba è rimasto il bambino che portò la squadra in finale di un importante torneo nazionale giovanile a suon di gol e magie. Però  il giorno della finale si dimenticò della partita e andò a pescare. All’intervallo i suoi compagni si trovavano sotto di tre gol, mandarono qualcuno a cercarlo. Si cambiò in macchina e nel secondo tempo segnò cinque reti. Che poi se non fossero stati i pesci sarebbe potuto essere un treno da perdere, una gomma bucata difficile da cambiare.

Recoba è il manifesto artistico di una corrente pittorica che prevede la non realizzazione finale del quadro ma le pennellate devono essere dolci e di una bellezza accecante. Il suo calcio era così, indolente, volendo anche inconcludente però quando meno te l’aspettavi arrivava l’accecante bagliore. Come quel 31 agosto del 1997. Prima di Ronaldo, quello vero, con la maglia dell’Inter, e contro un Brescia che non ci stava e che si portò addirittura in vantaggio a San Siro, fu un giovanissimo Recoba a portare i tre punti per i nerazzurri e a oscurare l’esordio del Fenomeno.

Calciatore di un tempo passato, mandato ai giorni nostri per ricordarci che stiamo sbagliando strada, che il calcio sta perdendo il lato ludico. Comprato da Moratti dopo che il presidente aveva visto un vhs. Perché Recoba, che piaccia o meno, non è mai stato il pezzo sbagliato di una squadra perfetta ma l’unico pezzo giusto di un calcio divertente in mezzo a tristi professionisti, in mezzo ai famosi “giocatori utili”.

Sogni martoriati. E chi l’ha detto poi che i sogni vadano realizzati? Nel momento in cui riesci a farlo perdi belle storie da vivere nelle fredde notti solitarie e favole da raccontare al bar.

Converrete che sarebbe un peccato.

Recoba adios

Cartavelina, 9 settembre 2020

L’addio del “Chino” Recoba (pt. 2), un articolo di Cartavelina || Three Faces

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